Referendum costituzionale. A chi conviene “politicizzarlo”?

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ADRIANA VIGNERI
Archiviato un referendum se ne apre un altro, molto diverso. Diverso per materia, il nuovo referendum tratta di norme costituzionali, vale a dire fondamentali, il precedente riguardava una singola questione amministrativa. Diverso per le regole che lo disciplinano, il precedente richiedeva il quorum dei votanti, la metà più uno degli aventi diritto al voto, questo referendum è senza quorum, si guarda soltanto alla prevalenza dei SI o dei NO, quale che sia il numero dei votanti.

Il referendum “costituzionale” serve ad integrare la volontà espressa con l’approvazione del testo di revisione della Costituzione dalla maggioranza assoluta dei parlamentari (non è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi). Ha quindi per oggetto le modifiche apportate al testo costituzionale da una maggioranza importante (oltre la metà) ma non così vasta da far ritenere che vi sia un generale consenso. Ma non è un referendum obbligatorio. Si svolge soltanto se richiesto (da un quinto dei parlamentari di una delle due camere, o da cinque consigli regionali , o da 500.000 elettori) entro tre mesi dall’approvazione della nuova legge costituzionale. È normalmente richiesto dai parlamentari che hanno osteggiato la revisione costituzionale. Ma non sarebbe così strano che fosse proposto dalla stessa maggioranza che l’ha approvata, per verificare se vi è condivisione nel corpo elettorale, per manifestare che si vuole assegnare l’ultima parola al corpo elettorale.

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Si vota dunque sulle modifiche al testo costituzionale vigente, che, per semplificare, sono sostanzialmente due: il mutamento del Senato in una Camera delle Regioni o dei territori, con conseguente modifica del procedimento legislativo, che ordinariamente spetterà alla sola Camera dei Deputati, così come la sola Camera esprimerà il voto di fiducia; la modifica in senso restrittivo delle competenze delle Regioni, che hanno il vantaggio di essere rappresentate al centro, ma perdono alcune delle attuali competenze.

Non è questa la sede per fare delle valutazioni. Preme invece sottolineare che non si vota su Renzi Presidente del Consiglio, sulla sua linea politica. Ma, si dice, è lo stesso Renzi che ha legato, con ripetute dichiarazioni, il suo destino politico, la sua permanenza al governo all’esito del referendum costituzionale. Vero. Anche se questa posizione è stata recentemente corretta e attenuata, le dichiarazioni così personalistiche – difficili da dimenticare – sono sgradevoli e dannose, perché hanno inevitabilmente l’effetto di trasformare la valutazione istituzionale e politica su di un testo fondamentale, che una volta entrato in vigore non sarà facile correggere e modificare, in un plebiscito su di una persona. Deformano il senso del voto e prima ancora l’attenzione dei votanti, ne modificano l’oggetto stesso, che da fondamentale che è finisce con l’essere irrilevante.

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Fin qui vi è un largo accordo nei commentatori. Non abbiamo detto nulla di originale. Ed è auspicabile che tutto questo si traduca in una effettiva attenzione per i contenuti del testo, da introdurre o da respingere. È invece molto probabile che accada il contrario: che – annusando ora un clima appena più favorevole alle opposizioni – si utilizzi la personalizzazione del referendum per trasformarlo in un voto sul governo Renzi, in una spallata, questa volta in una grossa spallata, per far cadere il governo e insieme la riforma. Coloro che più hanno criticato quella personalizzazione saranno gli stessi che ne trarranno maggiormente giovamento.

Ora, se anche abbandoniamo questo tipo di polemiche, dobbiamo riconoscere che il collegamento tra questa riforma costituzionale e il Presidente del Consiglio è comunque fortissimo. A voler essere minimamente seri si deve riconoscere che Renzi ha fortemente creduto in questa riforma, indipendentemente dal giudizio che se ne dia. Le ha attribuito una grande importanza, l’ha considerata un passaggio fondamentale per modernizzare il funzionamento delle istituzioni italiane. L’ha presentata in Italia e in Europa come la riforma delle riforme, l’asse di tutta la propria politica e quindi del suo governo. Ha espresso nettamente la volontà di provare a riuscire laddove tanti parlamenti e governi precedenti avevano fallito pur proclamando l’assoluta necessità, e l’urgenza, di correzioni al funzionamento delle nostre istituzioni.

“È finito il tempo dei rinvii”, ha detto Renzi nella conferenza stampa del marzo 2014 di presentazione del disegno di legge costituzionale. “La riforma del senato è una grandissima svolta per la politica e le istituzioni”. “Non so se ci sarà il lieto fine ma questo è un buon inizio, il governo dice basta con i rinvii, mettiamo in campo il ddl costituzionale che ha una sua forza straordinaria”.

Riconosciamo al Presidente del Consiglio di essersi assunto un impegno serio e gravoso e di aver collocato la revisione costituzionale al primo posto nella sua azione politica. Di aver preso in mano i pezzi sparsi dei tentativi precedenti, le riflessioni delle diverse commissioni di esperti o di parlamentari, e di averne fatto un testo da consegnare al Parlamento. Il fallimento che ora derivasse da una eventuale prevalenza dei NO non potrebbe che determinare la fine del Governo Renzi, perché sarebbe stato respinto non il suo indirizzo politico di governo, che nulla ha a che fare con la riforma costituzionale, ma il presupposto riformatore cui ha collegato la possibilità stessa di governare il paese.

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Sarebbe tuttavia sbagliato se si volesse trarne la conclusione che questo testo costituzionale è il frutto della volontà di un governo o addirittura di una persona, anziché del consenso maturato tra le forze politiche. Da un lato perché – basta ripercorrere i lavori parlamentari – il testo finale è significativamente diverso da quello presentato dal governo ed è quindi frutto del lavoro parlamentare. Dall’altro perché il consenso parlamentare ha avuto un andamento a fisarmonica – per determinati periodi più esteso – per ragioni che palesemente nulla avevano a che fare con i contenuti di cui si discuteva. Infine perché i contenuti stessi di questa revisione costituzionale riflettono indirizzi già discussi da quasi un ventennio dalle forze politiche.

Va preso atto che in questa fase non disponiamo di un numero adeguato di partiti capaci di anteporre un disegno di riforma costituzionale alle proprie tattiche spicciole. E se la fase dura a lungo che si fa? Si attendono speranzosi tempi migliori? La Costituzione fornisce la risposta: si approva il testo a maggioranza assoluta e si chiede al corpo elettorale se condivide o non condivide. Tanto più che le modifiche costituzionali non toccano certo i caratteri fondamentali della nostra Carta. Ma di questo ci sarà modo e tempo di discutere.

Adriana Vigneri

Adriana Vigneri

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