Dopo il convegno su Pellicani. Riforme di ieri, “riforme” di oggi

ROBERTO D’AGOSTINO
Molto interessante l’incontro tenuto all’aula magna dell’IUAV su “Gianni Pellicani – Il riformismo a Venezia e in Italia” caratterizzato dalla presenza di relatori eccellenti.

Questo incontro stimola alcune considerazioni.

La prima riguarda l’assenza della città da questa iniziativa. Si dirà che c’era un pubblico abbastanza numeroso: purtroppo si trattava di un pubblico anziano a cui gli interventi sono serviti per confrontarsi con la propria memoria, mentre mancava il pubblico necessario, quello a cui gli interventi e le testimonianze tanto autorevoli avrebbero potuto insegnare qualcosa. Dobbiamo forse rassegnarci a pensare che questo pubblico non esista più, almeno a Venezia.

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La seconda considerazione riguarda il taglio e i contenuti degli interventi. Si è parlato del riformismo identificando il riformismo con le riforme costituzionali e istituzionali e ignorando quasi del tutto (tranne che per alcuni accenni di De Mita) la declinazione delle riforme come processo per modificare gradatamente, migliorandola, la società. Così che è sembrato che il riformismo in Italia sia stato il confronto tra chi voleva modernizzare il Paese cambiando la Costituzione praticamente dal giorno dopo che era stata approvata e chi si opponeva a qualsiasi modificazione. E che il punto cardine di queste modifiche riguardasse gli equilibri di potere tra Parlamento e esecutivo attraverso l’abolizione del bicameralismo perfetto e le procedure per aumentare la stabilità e le capacità di incidenza dell’esecutivo. Da questo punto di vista, modernizzatore era il PSI con Craxi, ma anche Forza Italia con Berlusconi, che si identificavano paradossalmente con le ali più ortodosse del PCI favorevoli a una maggiore centralizzazione del potere, mentre conservatori erano la DC di De Gasperi o il PCI di Berlinguer. Il riformismo impossibile è stato dunque quello che ha visto l’Italia languire per i decenni del dopoguerra da una crisi di governo all’altra, incapace di evolversi al livello delle grandi democrazie decisioniste europee. Lettura molto lontana dalla realtà e certamente molto calibrata sulle vicende odierne.

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Perché in realtà il Paese ha vissuto importantissime stagioni riformiste, basti pensare al riformismo dei diritti che, se ha adeguato l’Italia ai paesi europei più avanzati per quanto riguarda alcuni settori, per altri, come il diritto di famiglia o lo statuto dei lavoratori, l’ha posta addirittura all’avanguardia rispetto agli altri paesi. Queste stagioni riformistiche si sono realizzate non a caso quando ogni forza politica svolgeva correttamente il proprio ruolo, vale a dire quando la DC era una partito interclassista, ma con forti connotazioni popolari, il PCI e il PSI erano partiti di sinistra anche se con accentuazioni e prospettive diverse tra di loro, e i partiti minori, come il Partito Repubblicano o il Partito Liberale rappresentavano e difendevano delle istanze importanti nella società italiana in via di evoluzione. Dunque il riformismo in Italia ha agito eccome, ha modernizzato il paese ne ha garantito un forte sviluppo economico, sociale e culturale, ha incanalato i necessari conflitti, anche nei periodi più difficili, verso esiti sostanzialmente positivi.

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Ci sarebbero a questo punto da fare dei bei convegni su cosa sia successo negli ultimi venticinque anni per capire dove questo riformismo sia andato a finire. Certamente allora non si potrebbe rimanere nell’ambito della realtà italiana e bisognerebbe allargare di molto il campo dell’analisi arrivando infine a ragionare sul mainstream ideologico che ha visto il pensiero neoliberale stravincere e permeare di sé anche le forze scompaginate della sinistra.

È all’interno di questo pensiero che oggi si confonde il riformismo e la modernizzazione con riforme istituzionali e costituzionali volte a restringere il campo dei diritti e della democrazia. E volte a considerare un disturbo che ritarda le decisioni da prendere (magari in ossequio a una lettera della BCE o alla sollecitazione di una agenzia di rating) la partecipazione dei cittadini e le loro articolate forme rappresentanza.

Ultima considerazione. E se gli esiti odierni, propugnati proprio da una sinistra che si dichiara modernizzatrice e riformatrice, non fossero altro che il punto di arrivo, inevitabile o sfortunato, di un’azione che a poco a poco ha assunto il punto di vista di coloro per i quali l’obiettivo delle riforme era proprio la depressione della volontà dei più a tutela degli interessi dei pochi detentori di privilegi sempre più vasti e insopportabili? Si capirebbe allora perché i padri nobili che sono venuti a parlare al convegno dell’IUAV sono, per convinzione o per progressiva mancanza di lucidità, così incerti nel valutare le riforme in corso, quando non si spingono addirittura a trainarne la volata.

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Roberto D’Agostino

Gianni Pellicani. Il ricordo dei giornalisti politici di Nino Bertoloni Meli, Paolo Corallo, Paolo Franchi, Mario Lavia, Alberto Leiss, Antonio Satta. A cura di Guido Moltedo

Gianni Pellicani e Venezia. La politica, il governo della città di Claudio Madricardo

 

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