“L’assedio” di Massimo Franco. Ha un futuro l’Occidente?

 

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FRANCESCO MOROSINI
“Identità nazionale, paura dei migranti e paura dell’Islam”: questi, per Massimo Franco (L’Assedio, come l’immigrazione sta cambiando il volto dell’Europa e la nostra vita quotidiana, Mondadori, 2016), sono gli elementi della tempesta – una sorta di “trinità immutabile” – che in questo inizio di millennio scuote le democrazie dell’Occidente, al di là dell’Atlantico negli USA e qui, nel Vecchio Continente.

Del resto, che ciò accada ben lo si vede, turno elettorale dopo turno elettorale, ovunque nel Mondo atlantico. Tuttavia, forse radicalizzando il ragionamento di Franco, una differenza tra i due lati dell’oceano, c’è: che, oltreatlantico, la sfida alle istituzioni democratiche manca (o è latente); mentre qui, specie nell’Est postcomunista (ma non solo), i segni di alienazione dalla cultura liberal/democratica anche per effetto delle migrazioni, paiono più consistenti. D’altronde, neppure si può dimenticare che l’Europa negli anni ‘20/’30 del 900 aveva perso nel suo stesso cuore geopolitico (Italia e Germania) la liberal-democrazia. Fu poi riconquistata, nel suo Occidente, nel 1945 dall’export militare angloamericana; e, nel suo Oriente, solo alla fine del Secolo breve, grazie alla vittoria dell’escalation militare di Reagan sull’URSS. Non può dimenticare, insomma, che specie a Est, le democrazie europee sono fragili, in particolare nelle loro culture politiche; e che, conseguentemente, sono esposte ai rischi dissolutivi portati dalle crisi attuali: prima, con la globalizzazione della “bomba finanziaria” dei subprime esplosa negli States ed importate nel Vecchio continente; e ora, con le migrazioni che premono con forza alle porte dell’Europa.

Infatti, è proprio guardando al Vecchio continente, che Massimo Franco studia preoccupato come l’immigrazione funga da catalizzatore di un meccanismo socio-politico capace di far traballare, fino ad annichilirla, quell’idea di Europa liberale che i fondatori dell’europeismo (in primis Altiero Spinelli) volevano e sognavano.

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L’assedio, per Franco, è duplice: da un lato, l’immigrazione che preme al limes europeo (sia in senso reale che percepito dalle popolazioni, producendo incertezza e mobilitazione politica ostile); e, dall’altro, la messa in luce, dinnanzi alla vana capacità di risposta comune di Bruxelles, di come l’Unione europea, sempre più avvertita lontana dal comune sentire dei cittadini, sia un gigante dai piedi d’argilla. A conferma, come rileva l’autore, il mercato politico europeo è ormai terremotato; difatti, forze politiche a lungo marginali nei rispettivi sistemi partitico/politici ora conquistano la ribalta delle cronache; di più, essi paiono ormai capaci di riscrivere pezzi importanti dell’agenda pubblica del Vecchio continente.

Qual è la forza del messaggio di questi? Per Franco si situa su di un duplice binario; in primis, c’è il loro essere capaci imprenditori politici della paura (oggettiva) generata dal reciproco interagire di immigrazione e crisi economica – intendendovi anche le nuove gerarchie sociali (vincitori e vinti) della globalizzazione – con un terrorismo ormai letteralmente alle porte di casa; in secondo luogo, ed è un elemento decisivo, conta assai il tipo di risposta che queste forze annunciano. Che l’autore sintetizza nel marketing di questi partiti e/o movimenti, centrato nella “proposta di soluzioni rapide e sbrigative a problemi che invece si sono rivelati complessi e dolorosi”; ma quest’ultimo aspetto viene trascurato; ciò che conta è dare l’idea che complessi nodi gordiani si possano tranciare facilmente. Probabilmente, si tratta di illusioni per il mercato elettorale; perché, viceversa, la loro realizzazione sarebbe altamente costosa sia politicamente sia economicamente.

Ma, ammette Franco, esse ora hanno forza egemonica in strati sempre più ampi dell’opinione pubblica dell’Occidente; in specie, in quella europea.
Perché? La ragione è che la “società delle promesse crescenti”, dove di generazione in generazione la speranza di stare meglio dei padri appariva una certezza, fatica a mantenere i propri annunci; questo, se sommato al fatto che la nuova immigrazione – proprio poiché proviene dal mondo islamico, cioè da un’area attraversata da conflitti i cui riverberi terroristici toccano le stesse metropoli dell’Occidente, apparendo perciò stesso malamente integrabile – produce un’atmosfera d’ansia sociale che, inevitabilmente i modifica le modalità di formazione del consenso precedentemente tipiche della geografia elettorale europea del secondo dopoguerra.

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Di qui, pertanto, il riapparire di culture e ideologie politiche che parevano ormai destinate alla marginalità e che ora, viceversa, in quanto sanno interpretare il sempre più diffuso disagio sociale che emerge col “trovarsi il mondo in casa”, dominano la scena. Tant’è che è sempre più probabile – nell’Est dell’Europa già avviene – la capacità delle forze populiste di condizionare, al minimo solo ideologicamente (ma è già molto) l’agenda politica del Vecchio continente. Con un paradosso assai interessante: ovvero che le Destre tradizionaliste emergenti per effetto del “panico da immigrazione” hanno in comune col nemico che più temono, cioè l’Islam politico più tradizionalista, la ripulsa di quegli stessi valori – quali l’egemonia della scienza, l’individualismo, il rigetto del comunitarismo, la laicizzazione della cosiddetta “società cristiana” – che soli hanno consentito al Mondo atlantico (naturalmente assieme al suo dominio militare che, però, di essi è anch’esso figlio di quei valori) di produrre quel benessere e quella sicurezza oggi incrinata.

In altri termini, le radici spirituali delle nuova ondata di partiti cosiddetti “populisti” originano in un rigetto della modernità, temuta come destabilizzante da élite tradizionaliste occidentali tra l’800 ed il ‘900 (la filosofia della “Rivoluzione conservatrice tedesca” ne è un esempio tipico) sociologicamente molto simile alla resistenza generatasi, come rileva il sociologo Pellicani, presso i custodi della Sharia dinnanzi alla penetrazione ideologica nel loro mondo dell’Occidente moderno e secolarizzato. Non a caso Destre populiste e Destra religiosa, pur fronteggiandosi, dichiarano esplicitamente il nemico comune: le élite del capitalismo di mercato.

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Quindi, per dirla con Franco, l’assedio è interno ed esterno; perché la sfida, se la si guarda dal punto di vista delle culture politiche, mostra da entrambi i lati del limes europeo delle somiglianze di famiglia, tutte riassumibili nel rigetto dell’Illuminismo e nel richiamo a valori comunitaristi (cioè ideologicizzando romanticamente il passato) antitetici alla modernità. La qualcosa, peraltro, porta ad un’ulteriore considerazione: che il populismo, per estraneità ideologica, è un difensore problematico, salvo nuove sue evoluzioni culturali, di quello stesso Occidente che vuole tutelare: perché, al contempo ne rifiuta molti dei principi costitutivi.
Tuttavia, almeno nel mercato del consenso, il populismo pare oggi vincente.

Franco si interroga, preoccupato, su questo. La sua risposta è che in Europa, ma non solo, manchi una contro narrativa (conseguentemente, una strategia) capace di contrapporsi positivamente a quella populista. Una ragione parziale di ciò è che le élite affermatesi nel dopoguerra sono costrette alla difensiva per la semplice ragione che in molte questioni, in primis per gli effetti generati dalla cosiddetta “crisi dei subprime”, esse paiono prive della capacità di rispondere a problematiche che incidono pesantemente sulle vite delle loro collettività; o, peggio, sono accusate di essere loro stesse a volere e produrre quelle crisi (come quella migratoria) per favorire gli interessi, invece che del popolo, del Grande capitale (che nella retorica politica delle Destre antimoderne è il Grande Satana).

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In più, quando parlano ai loro elettorati le élite democraticamente ortodosse utilizzano espressioni quali “siate comprensivi e altruisti”, “l’immigrazione è ineluttabile”, ecc., perfette per dare ai loro concittadini l’impressione di avere al potere élite che si arrendono agli eventi e, soprattutto, estranee ai sentimenti profondi dei loro popoli; e tutto questo produce nei loro riguardi degli evidenti deficit di legittimazione a favore dei partiti populisti emergenti. Cionondimeno, alla base di tutto ciò vi è qualcosa di più profondo; ed è che l’immigrazione irrimediabilmente cortocircuita gli stessi principi di legittimità dell’ordine politico democratico.

La contraddizione nasce dal fatto che, da un lato, le democrazie costituzionali moderne pongono come loro valore fondante l’universalizzazione dei “diritti inalienabili dell’uomo” che portano a una concezione delle politiche pubbliche sull’immigrazione orientata sulle “frontiere (analogamente ai mercati) aperte”; mentre, dall’altro, in quanto regimi politici sovrani, cioè legittimati in quanto tutori dei loro cittadini e del loro territorio, hanno la necessità di politiche pubbliche orientate al contenimento dei flussi migratori. Anche perché, come rilevava già nel 1992 la politologa Giovanna Zincone, la conflittualità socio/politica che l’immigrazione produce è direttamente proporzionale al grado di apertura democratica offerto: è certo questo un paradosso della liberaldemocrazia; ma è inevitabile perché a essa costitutivo. Tutto ciò spiega le difficoltà e le contorsioni delle classi politiche tradizionali (ad esempio, gli stessi bruschi mutamenti di rotta del Cancelliere di Germania Merkel) dinnanzi alla crisi dell’immigrazione, e del conseguente loro logorarsi in termini di legittimità e, dunque, di consenso. Pertanto, merito del lavoro di Franco è di fare ragionare, senza illudere sull’esistenza di facili soluzioni, sull’onda umana che dal Mediterraneo e dai Balcani si riversa nella Vecchia (“nonna” la chiama Franco medesimo in considerazione della sua calante demografia) Europa.

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In ragione di ciò, tra le molte riflessioni che L’Assedio stimola – ad esempio sul ruolo teologico, economico, sociale con cui la Chiesa di Francesco affronta la questione Medio Oriente (anche con un certo appoggio alla Russia di Putin) e la correlata vicenda migratoria – quelle discusse nelle righe precedenti paiono al recensore quelle decisive, poi, com’è ovvio, ogni lettore individuerà una propria scala di priorità negli argomenti affrontati da Franco. In Germania tra i movimenti anti-immigrazione c’è Pegida, che è l’acronimo di Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (Europei Patriottici contro l’Islamizzazione dell’Occidente); ebbene, poiché i tedeschi hanno una certa propensione a metterla in filosofia, allora merita ricordare che qui per Occidente, letteralmente, si intende la “Terra del tramonto”, e che quindi Pegida stessa pone, dal proprio punto di vista, quello su cui Franco, da altro ed opposto, sostanzialmente pone: ovvero se l’Occidente nella sua forma liberaldemocratica abbia ancora capacità egemoniche (anche inglobando nei propri valori nuove popolazioni); oppure se esso sia, come pare pensare Pegida stessa, ormai solo la Terra del tramonto; tramonto da rallentare, magari pure colo filo spinato, ma inevitabile. Alla fine la vera questione posta dall’Assedio di Massimo Franco è: ha un futuro l’Occidente? Le migrazioni ne saranno una cartina di tornasole. Non a caso la vicenda interessa da vicino i comandi militari di USA e di NATO.

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Francesco Morosini

UN ESTRATTO DE “L’ASSEDIO” PUBBLICATO DAL CORRIERE DELLA SERA

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