Referendum o Renzerendum?

RENZI SìPATRIZIA RETTORI
In teoria, Matteo Renzi dovrebbe essere in una botte di ferro: la sua riforma costituzionale dovrebbe avere tutte le possibilità di essere confermata nel futuro referendum. Sia per ragioni di merito che per ragioni politiche.

Le prime sono state illustrate da fior di esperti e ben sintetizzate dal presidente emerito Giorgio Napolitano. Sopra tutte ne spicca una, semplificatoria ma inoppugnabile: il nuovo sistema sarà comunque migliore, e sicuramente più efficiente, del precedente, con una sola Camera dotata di reali poteri legislativi e con un forte disboscamento dei conflitti tra governo centrale e governi regionali. Le eventuali pecche potranno essere emendate in futuro, e il procedimento sarà senz’altro più agevole una volta abbattuto il tabù che ha finora impedito ogni velleità riformatrice dalla commissione Bozzi in avanti.

Le ragioni politiche che avvantaggiano Renzi sono tutte nella variegata compagnia che gli si oppone. Vedere Berlusconi a braccetto con Travaglio è cosa che già scandalizza gli ex cortigiani della reggia di Arcore e presto provocherà qualche orticaria anche ai puristi delle sinistra intransigente.

Eppure il premier-segretario è preoccupato, e ne ha ben donde. Perché, come sempre, il problema è lui. Sua è la colpa di aver identificato il referendum sulla riforma costituzionale con un plebiscito su se stesso. E adesso tornare indietro sarebbe difficile per chiunque, ma appare impossibile per una personalità come la sua. Lo dimostra il suo discorso a Firenze per lanciare i comitati del Sì, che assomigliano più all’“esercito di Matteo”, con tanto di kit del propagandista, che ad autorevoli centri di ascolto e aggregazione. Lo conferma la megalomane affermazione (anche questa di berlusconiana memoria) sul suo come unico governo riformatore dopo settant’anni di esecutivi inetti, De Gasperi compreso.

Tutte cose che sembrano fatte apposta per coagulare una vastissima opposizione, unita solo dalla profonda avversione nei suoi confronti. Bisogna dirlo: Renzi assomiglia molto a Massimo D’Alema. Entrambi politicamente molto dotati e capaci di elaborare visioni a lungo termine, ma azzoppati dall’incapacità di creare empatia con i loro elettori e, anzi, bravissimi nel farseli nemici. D’Alema ha imputato a Renzi di essere una personalità divisiva e arrogante, curiosamente dimenticando di essere stato oggetto della stessa accusa. E il paragone può continuare, perché D’Alema, arrivato a Palazzo Chigi con una rocambolesca manovra di palazzo (esattamente come Renzi, al netto delle primarie) cercò la legittimazione con le elezioni amministrative, e le perse, per le ragioni di cui sopra. Come ora Renzi può perdere il referendum, per le stesse ragioni e non per il merito della riforma costituzionale.

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Intendiamoci: per l’Italia non sarebbe un bel risultato. Perché si dimostrerebbe, come dice Napolitano, che il Paese non è in grado di riformarsi, e anche perché non si vede nessun leader all’orizzonte in grado di sostituire l’attuale premier. Né a sinistra, né tanto meno a destra, dove è ancora in corso lo spappolamento e non si profila neanche l’ombra di una riaggregazione sensata.

NONNNNN

Si presume che tutto questo Renzi lo sappia bene, ma non sembra che riesca a mettere a punto una contromanovra adeguata. Il solo a trarre vantaggio da tutto questo può essere il M5S. L’unico handicap dei grillini, oggi, è di non aver dimostrato capacità di governo. E qui bisogna tener d’occhio le prossime elezioni amministrative. I sondaggi sono sconfortanti per il Pd, che rischia una sonora sconfitta. Renzi ha un bel dire che quel voto non riguarda il governo: per lui un simile risultato sarebbe una sciagura foriera di sciagure future. Ma per i pentastellati vincere in qualche grande città, Roma in primis, sarebbe l’occasione della vita. Se si dimostrassero adatti a governare, per tutti gli altri, dal Pd all’arcipelago della destra, sarebbe la fine. Renzi ne è consapevole? E, se sì, che cosa ha intenzione di fare?

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