Anni 70, quando Venezia era un laboratorio politico

Quella che segue è una stringata sintesi dell’intervento di Giuseppe Saccà ,19661975. La legge speciale e il governo della città, tenuto lo scorso 23 aprile durante il convegno Il Riformismo a Venezia e in Italia.

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GIUSEPPE SACCA’
Gli anni Sessanta sono caratterizzati dall’esperienza del centrosinistra. È qui, a Venezia che è nato nel 1956 con la cosiddetta Formula Venezia, Formula che dura solo due anni. Riprende nel 1961 “normalizzandosi/uniformandosi” allo scenario nazionale. La Formula Venezia finisce in maniera traumatica in particolare per la DC, partito all’epoca di maggioranza relativa. Ed infatti i protagonisti del 1956 e del 1961 sono diversi (…) A livello nazionale il centrosinistra ha dato vita ad una serie importanti di riforme: energia, scuola, diritti, riforme istituzionali. Si può dire altrettanto a Venezia?

Per provare a fare alcune valutazioni prendiamo in considerazione due parole chiave di questa fase politica: programmazione e assi attrezzati. Entrambi poi confluiscono nel macro tema di Porto Marghera, ieri forse più di oggi, il banco di prova più impegnativo nella capacità di governo del territorio veneziano. E Porto Marghera, assieme alla Legge speciale, è il grande protagonista dei dibattiti parlamentari che hanno come oggetto Venezia, del resto siamo nel periodo della costituzione dei Consorzi pensati per governare la crescita dell’area industriale nella seconda e terza zona industriale. Assi attrezzati significano Porto Marghera perché vogliono dire opere infrastrutturali per collegare il capoluogo regionale e Porto Marghera ai flussi commerciali europei. Strade, autostrade, ferrovie, un approccio “infrastrutturalista”: tangenziale, ponte di san giuliano, raddoppio cavalcavia Mestre-Marghera, autostrada Venezia-Trieste, e altro ancora, alcune opere mai realizzate come la Venezia-Monaco o l’idrovia per Padova.

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Tra le opere realizzate bisogna anche ricordare l’aeroporto Marco Polo di Tessera. Una serie di interventi significativi che di fatto hanno disegnato quello che è ancora oggi lo scheletro sul quale ci muoviamo e produciamo. Un disegno che però al momento della realizzazione ha interpretato la terraferma in maniera “semplificata” ossia come luogo di passaggio di merci e persone. La programmazione è il metodo per realizzare questa idea di sviluppo. Un vero e proprio mantra attorno al quale i partiti al governo e all’opposizione sfoderano un impianto – per lo meno retorico – imponentissimo impegnandosi in lunghi ed estenuanti dibattiti. E’ quasi una gara a chi sia il movimento politico più “programmatorio”[…]
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Tanto gli assi attrezzati, quanto la programmazione propugnati dal centrosinistra portavano avanti le politiche degli anni cinquanta, un disegno modernista che potremmo anche dire, forzando un po’ i termini, all’insegna di Volpi ossia della cosiddetta “Grande Venezia”: un’interpretazione del territorio e dello sviluppo economico che in molti dei documenti consultati richiama il paradigma più o meno esplicitato dello sviluppo fordista. Ma il centro sinistra dura fino al 1975!

Gli ultimi cinque anni del centro sinistra (1970-1975) sono guidati da Giorgio Longo un esponente fortemente radicato in questa formula politica […]. Longo si dimostra, in linea con il suo passato politico, incline a cercare di innovare gli assetti politici, si ritrova la voglia di sperimentazione. Nasce così il primo assessorato in Italia all’Ecologia affidato al repubblicano Casellati. Questo incrocio di riformismi non ha fortuna, l’incarico dura pochi mesi […].

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Un’altra scelta coraggiosa è stata quella del cosiddetto mini-compromesso storico ossia un voto congiunto delle forze del centro sinistra e del PCI per attuare i piani particolareggiati nel dicembre del 1974, un atto fondamentale per dare concretezza alla legge speciale approvata l’anno prima. Un voto che suscita molto scalpore, guadagnando le prime pagine dei giornali nazionali, ma anche ampia attenzione di alcune testate come Le Monde. Il Sindaco paga uno scotto personale importante: il segretario politico dell’epoca Amintore Fanfani impone che Longo non sia inserito come capolista alla elezioni amministrative. Una riproposizione di quanto era accaduto nel 1958, e del resto anche il segretario politico nazionale della DC era lo stesso.
Ma Longo, intervistato assieme ad altre 30 figure politiche chiave di questo periodo dalla Fondazione Pellicani, ha sottolineato che tale voto non era stato pensato per aprire una nuova fase politica ma solo per rendere utilizzabili i finanziamenti previsti dalla legge speciale. Anche per Longo, quindi, la prospettiva politica per la DC veneziana all’epoca era che il centrosinistra continuasse tanto che dopo le elezioni del 75 tutta la DC, e lui in primis, sono presi in contropiede dalla decisione del PSI spostare più a sinistra gli equilibri nel governo della città alleandosi con il PCI e quindi dar vita alla Giunta Rossa Rigo-Pellicani.

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Riassumendo gli ultimi cinque anni si contraddistinguono dal punto di vista politico da due tentativi di rendere più solido il centrosinistra dialogando strettamente con il PCI e il PRI.

Ma soffermiamoci su quest’ultimo Partito per approfondire alcuni punti qualificanti del periodo.
Il PRI è probabilmente la forza politica che meglio di altre esprime un pensiero alternativo al tema della programmazione propugnata dal centrosinistra perché riesce ad esprimere una visione complessiva degli equilibri territoriali a partire dal tema della sostenibilità ambientale. Grazie al PRI veneziano, l’idea di programmazione e della pianificazione ha fatto notevoli passi avanti anche dal punto di vista metodologico poiché secondo il PRI si doveva prevedere un’attenta lettura della formazione storica di un dato territorio per poi passare all’individuazione di regole per governarne le trasformazioni.

Una programmazione nei contenuti attenta alla terraferma, basti pensare alla figura di Gaetano Zorzetto, e inoltre il PRI è il primo partito che si lega strettamente ad alcuni movimenti che oggi diremmo della “società civile”, in particolare Italia Nostra. […] Il PRI veneziano è anche molto interessante perché leggendo alcune dinamiche interne al partito […] si può trovare una delle dicotomie più forti della storia veneziana e delle contraddizioni dei riformismi veneziani. Dallo scoppio della rivoluzione industriale ossia da quando costruire un’industria significa incidere in maniera pesante nel tessuto urbano della città, ha inizio la battaglia tra i cosiddetti “novatori” e i “neoinsularisti”.

Fino al 1917 i novatori si confondevano con i neoinsularisti per poi scambiarsi la posizione in un gioco di specchi a volte di difficile decifrazione che prosegue tutt’oggi. Una dialettica al quale sottende spesso un’idea ben precisa di città, e proprio questa dialettica ha caratterizzato in maniera molto forte le dinamiche del PRI. Basti pensare al testo che funge da base del dibattito parlamentare per quella che è comunemente conosciuta come la I Legge speciale.

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È a firma La Malfa, è sostenuta da Bruno Visentini, eppure è in forte dialettica con buona parte del PRI veneziano, perché è un disegno legge di chiaro stampo neoinsularista: la proposta si basa sulla costituzione di un “Ente Laguna Veneta” circoscritto a Venezia insulare che avrebbe di fatto commissariato il Comune. Queste dinamiche interne al PRI hanno avuto una grande importanza e un grande eco, basti pensare alle battaglie del Fronte per la difesa di Venezia e della Laguna sostenute da Indro Montanelli giornalista di punta del Corsera diretto da Spadolini, mentre per Luigi Scano, altra figura chiave del PRI in questi anni, il fronte si muove su “vaghi presupposti, nebulosa consapevolezza del contesto in cui operano connotazioni qualunquiste”. Alla fine la legge speciale ha un approccio fortemente “comprensoriale”, come propugnato anche dalla grande maggioranza del PRI veneziano e proprio su questo, rispetto ai pochi mesi di collaborazione con la DC per l’assessorato all’Ecologia, si sviluppa con il PCI un rapporto ben più duraturo. Per volontà del PCI […] la presidenza dell’ente che deve redigere il Piano è affidata a Casellati che incarica per la parte tecnica Vezio De Lucia e Luigi Scano. Il piano comprensoriale è stato quindi marcatamente caratterizzato dal lavoro di persone e intelligenze del PRI e si instaura un rapporto solido tra PCI e PRI sui temi di fondo dello sviluppo e della salvaguardia, rapporto che caratterizza tutti gli anni Ottanta tanto che secondo una definizione attribuita da Edoardo Salzano a Massimo Cacciari il PRI diviene il “centro studi del PCI”.

E così seguendo il filo del riformismo repubblicano, ritroviamo il PCI. Ma torniamo ai primi anni sessanta: non esiste ancora il PRI in consiglio Comunale, non è ancora avvenuto il 1966, siamo ancora nei cosiddetti “trent’anni gloriosi”. Eppure il PCI, nel 1964, compie una scelta forte su Porto Marghera. Il 25 marzo il Comitato direttivo della Federazione provinciale del PCI vota una risoluzione sulla terza zona industriale che muta la linea del PCI sul tema dell’espansione nella terza zona. Il testo invita i rappresentanti del PCI nel Consorzio per l’ampliamento della terza zona industriale, consorzio deliberato nel 1963 dal Parlamento con il voto favorevole del PCI, ad ostacolare nuovi insediamenti industriali. E così nelle elezioni amministrative del novembre 1964 il problema della “terza zona” diventa centrale per il PCI. Il cambio di posizione a ridosso delle elezioni amministrative può far pensare ad una posizione meramente tattica e strumentale. Il dubbio è più che lecito leggendo i documenti del PCI su Porto Marghera successivi al 1964: posizioni del tutto coerenti contro l’insediamento nella terza zona maturano lentamente quasi a dimostrare che neppure nello stesso PCI ci sia piena consapevolezza della portata di quanto votato o che -per lo meno- il PCI si volesse lasciare una porta aperta per tornare sui propri passi […].

La problematizzazione del modello di sviluppo di Porto Marghera […] apre strade che il PCI ha saputo percorrere con intelligenza. Ciò è in particolar modo evidente seguendo il dibattito sulla Legge Speciale. Il PCI riesce a giocare sulle contraddizioni delle forze del centrosinistra riuscendo ad incidere sul testo che è approvato e al momento finale, comunque, votare contro […]. Ed è altresì evidente nel rapporto con il PRI che gli vale nelle elezioni amministrative del 1970 perfino un endorsement di Indro Montanellli che nel Corsera scrive: “chi scrive è e rimane – sia chiaro – un anticomunista viscerale. Su tutto, su tutto, meno che su Venezia”. Da domandarsi se tale endorsement sia dovuto più alla capacità di attrazione del PCI o, viceversa, ad un suo avvicinarsi a posizione vincolistiche e neoinsulariste. Domanda alla quale è difficile rispondere e forse può aiutare proiettarsi a quanto accadrà nella seconda metà degli anni Ottanta quando le due forze maggiori della sinistra il PCI e il PSI prenderanno due strade differenti.

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In questo veloce percorso attorno ai riformismi veneziani e ai loro scontri/incontri, non si può prescindere dal PSI, il partito che è rimasto al governo della città più anni di qualsiasi altra forza politica, quasi ininterrottamente dal 1956 ai primi anni Novanta attraversando diverse fasi politiche […]. La posizione del PSI non è mai stata facile, in democrazia contano i voti e il PSI veneziano, al pari dell’omologo nazionale, si è sempre trovato in una posizione molto complicata che a volte ha fatto prevalere scelte non facili da interpretare. Seguendo i temi che abbiamo privilegiato ciò è ben visibile in due passaggi importanti. Il primo è del 7 luglio 1964 quando si arriva alla votazione finale in seno al CDA del Consorzio per la terza zona industriale sul PRG della nuova area. Il PSI è ancora favorevole all’espansione industriale, del resto è parte integrante della maggioranza che governa in città e a Roma, ma il rappresentate del PSI in consiglio, anche per la posizione come abbiamo vista molto critica del PCI, vota contro seppur motivando la scelta per mere ragioni formali. Secondo caso assai simile è di dieci anni più tardi, durante la votazione finale della legge speciale (1973): il PSI è una forza politica che in Parlamento ha molto lavorato al dispositivo finale grazie, in particolare, al ministro Lauricella, ma il voto sarà comunque contrario perché avviene in un momento in cui il PSI è momentaneamente al di fuori dell’area governativa.

Il PSI veneziano di questi anni ci permette una riflessione generale che vale, seppur in maniera minore, per la DC e il PCI. Ossia gli anni Sessanta sono stati anni che hanno segnato un cambio nella classe dirigente del partito. Nella DC vi è la lenta affermazione della parte dorotea e, per quanto riguarda il PCI, è del XIII congresso provinciale del 1969 che cambia gli assetti interni alla federazione […]. Il PSI durante il periodo del centro sinistra vede l’affermazione dell’area lombardiana capeggiata da Gianni De Michelis. Il momento più alto, dal punto di vista amministrativo, si è consumato in pochi mesi, quando nel 1969 lo stesso De Michelis riesce ad assumere deleghe fondamentali quali Urbanistica, Programmazione, Edilizia Popolare. In pratica si sommano in una sola persona l’assessorato simbolo del centrosinistra, quello della programmazione; quello dell’urbanistica l’assessorato dove si governavano realmente le dinamiche sociali ed economiche della città; l’edilizia popolare che rappresentava, in un’epoca in cui non esistevano referati alla politiche sociali o al welfare, il settore del sociale più importante (…). Mesi di intenso lavoro che in tutta la documentazione consultata, anche nelle fonti secondarie, si ricordano di un attivismo sfrenato su diversi fronti, i principali del governo della città. Mesi tanto intensi quanto brevi.

Di certo la capacità dell’area lombardiana di lavorare in maniera efficace su almeno tre livelli, il consenso elettorale nell’area industriale, il lavoro all’interno al partito, l’elaborazione culturale innovativa, permette l’ascesa di una nuova classe dirigente che seppe invertire, o per lo meno frenare, una lenta ma costante emorragia di voti nel campo socialista, una classe dirigente che assumerà sempre più peso nel governo della città.

In conclusione, I riformismi sono stati in grado di elaborare un’idea di città? Mi permetto alcune considerazioni. I riformismi che hanno governato Venezia con il centrosinistra sono riusciti a dotare il territorio di infrastrutture che ancora oggi lo caratterizzano, porto e aeroporto in primis, ma non sono stati in grado di risolvere alcuni nodi –peraltro ancora oggi irrisolti – come le comunicazioni tra terra e acqua e lo spopolamento della città storica. Ma è nel settore del welfare che credo si possa affermare che il centrosinistra ha scontato un deficit di riformismo, infatti non si ricordano interventi in qualche modo paragonabili a quanto stava accadendo a livello nazionale.

Una Venezia […] che sembra essere stata capace di essere laboratorio politico grazie a questo insieme di “riformismi polifonici” comprendendo anche quelli al di fuori del centrosinistra: Formula Venezia, minicompromesso storico, primo assessorato all’Ecologia d’Italia, forme innovative di governo d’area vasta. Ma perché i diversi riformismi in ultima analisi non sembrano essere riusciti a dare maggior forza a idee innovative sulla città che pur avevano elaborato? Forse il tema che vale tanto a Venezia quanto per la storia italiana è quello della forte appartenenza ai singoli partiti, a quel senso di adesione così radicato durante la Prima Repubblica, un’adesione che ha di fatto impedito formule di governo più efficaci.

Questo meccanismo ho potuto ravvisarlo non tanto leggendo documenti partitici o amministrativi, quanto avendo la fortuna di parlare lungamente con molte delle persone che qui ho citato e anche altre che per brevità non ho potuto ricordare: persone che spesso sentivano per l’avversario politico un enorme rispetto e che riuscivano anche a trovare intese più forti che con appartenenti delle forze nelle quali militavano, ma alla fine, l’appartenenza al Partito aveva la meglio. Un fenomeno che contagiava dirigenti, militanti, ma anche gli elettori. Infatti la mobilità elettorale era minima: nel 1960 la DC poteva contare su 23 consiglieri, nel 1980 20; il PSI da 13 passa a 11; il PCI da 15 a 20; il PRI da 0 a 1. Ma non vorrei appiattire le dinamiche locali a quelle nazionali perché rispetto a queste ultime c’è una sostanziale differenza: il minicompromesso storico, a differenza di quello che accadrà pochi anni dopo a livello nazionale, contribuisce ad aprire una nuova stagione ossia il governo delle sinistre a Ca’ Farsetti per un periodo consistente, dieci anni.

GiuseppeSaccà

@FrederickRolfe 

FOTO RACCOLTE DALLA FONDAZIONE GIANNI PELLICANI nell’ambito del progetto Archivi della politica e dell’impresa del ‘900 veneziano http://www.albumdivenezia.it/fgp/

Dopo il convegno su Pellicani. Riforme di ieri, “riforme” di oggi di Roberto D’Agostino

Gianni Pellicani. Il ricordo dei giornalisti politici di Nino Bertoloni Meli, Paolo Corallo, Paolo Franchi, Mario Lavia, Alberto Leiss, Antonio Satta. A cura di Guido Moltedo

Gianni Pellicani e Venezia. La politica, il governo della città di Claudio Madricardo

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