Libertà di religione. C’è un “caso Veneto”

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Palazzo Balbi, Venezia, sede della giunta regionale del Veneto

 

GIORGIO FRASCA POLARA
Interpellanza urgente al presidente del Consiglio per chiedergli quali iniziative il governo intenda intraprendere “per salvaguardare concretamente il diritto alla libertà di religione e di culto nel territorio del Veneto”.

L’ha presentata un gruppo di deputati dem in seguito alla grave decisione, presa il 5 aprile scorso in consiglio regionale dalla maggioranza di centrodestra, egemonizzata dai leghisti, di modificare la legge n. 211 del 2004 (governo del territorio) inserendovi limitazioni e vincoli urbanistici e linguistici per la realizzazione di nuovi luoghi di culto. Operazione, come vedremo, mirata a colpire le confessioni religiose diverse da quella cattolica, ed in particolare i centri musulmani.

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Fedeli islamici pregano in una palestra in Veneto

C’è un precedente inequivoco: già la Regione Lombardia (uguale gestione a maggioranza leghista) aveva cercato di introdurre analoghe limitazioni, ma il governo aveva impugnato la legge e, con recentissima sentenza n. 63 del 2016, la Corte costituzionale le aveva annullate. Che cosa aspetta il governo ad impugnare anche le misure della Regione Veneto, ancora più pesanti?

Vediamole. Anzitutto si prevede che “i luoghi di culto possano sorgere solo in aree F” (infrastrutture e impianti di interesse pubblico, nella maggior parte dei comuni presenti in periferia), purché dispongano di strade, parcheggi e opere di urbanizzazione adeguate (“con oneri a carico dei richiedenti”!), e previa convenzione stipulata con comune, “contenente un impegno fideiussorio”. Chiaro lo scopo di ostacolare in ogni modo la realizzazione di sedi “le cui finalità siano da ricondurre alla religiose, all’esercizio del culto o alla professione religiosa, quali sale di preghiera, scuole di religiose o centri culturali”? Non basta. Per le attività “non strettamente connesse alle pratiche rituali del culto” bisogna usare l’italiano. In aggiunta, oltre ad inserire l’obbligo della convenzione con il comune e i severi (oltre che costosi) costosi limiti sulla viabilità di accesso e sui parcheggi, si prevede la possibilità di indire un referendum popolare “sulle questioni urbanistiche”, e dunque sulla possibilità stessa di realizzare luoghi di culto.

Torniamo al precedente della Lombardia. Anche qui si era cercato di modificare la legge regionale sul territorio proprio nelle parti dedicate alla realizzazione di edifici di culto, modificando proprio le condizioni per l’applicabilità di queste norme agli enti delle confessioni diverse da quella cattolica, nonché le regole sulla pianificazione urbanistica degli edifici di culto, demandata a un nuovo e apposito “piano delle attrezzature religiose”.

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Forlì. Monumento in bronzo di Stefan Popdimitrov dedicato ai soldati sikh caduti in Europa nella II guerra mondiale (fonderia artistica Fracaro Vicenza)

Ed ecco le severe motivazioni dell’annullamento da parte della Corte costituzionale delle misure della Regione Lombardia. Il principio di laicità – hanno anzitutto sottolineato i giudici della Consulta – implica non indifferenza di fronte all’esperienza religiosa bensì impegno a salvaguardare la libertà di religiose, in una situazione di pluralismo confessionale e culturale. Di più, si aggiunge nella sentenza: il libero esercizio del culto è un aspetto essenziale della libertà di religiose ed è riconosciuto egualmente a tutti, e a tutte le confessioni religiose; e quindi l’apertura di luoghi di culto è a sua volta forma e condizione del pubblico esercizio del culto.

Ora il testo varato in Veneto non solo risulta già lesivo dei principi formulati dalla Corte costituzionale per il caso-Lombardia ma limita e impone molte restrizioni edilizie imposte ad hoc per allontanare dai centri abitati i luoghi culturali musulmani, le chiese evangeliche e ortodosse, i centri di culto sikh, buddisti e altri, o addirittura vietarli a discrezione dei sindaci o attraverso referendum prefabbricati. Senza contare che queste norme colpiscono indirettamente anche le chiese cattoliche e le canoniche future, i luoghi delle parrocchie, le scuole di formazione legate al mondo cattolico, i seminari, le sedi della Caritas, degli scout, dell’Azione cattolica…

Alle interpellanze urgenti, e tale è l’iniziativa sul caso-Veneto, il governo è tenuto a rispondere rapidamente. In teoria già sul finire della prossima settimana, a meno che il presidente del Consiglio (o il ministro per i rapporti con il Parlamento) non chieda ulteriore tempo, ma indicandone il motivo.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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