Vincenzo Nibali. La star del Giro è uno squalo

 

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Il giro d’Italia edizione numero 99 è appena cominciato, e c’è già il vincitore predestinato e l’uomo da battere. Tutti contro Vincenzo Nibali da Messina, lo squalo dello Stretto, per il modo come vince le sue corse, addentando gli avversari e staccandoli inesorabilmente, lui che, se non fa così, non può vincere perché in volata è fermo, da squalo diventa un pesciolino qualunque.

Sembra una metafora della nuova legge elettorale: riusciranno tutti a coalizzarsi contro Matteo Renzi, lo squalo della Costituzione e delle riforme? Non si conoscono gli orientamenti politici di Nibali, a occhio e croce potrebbe essere un renziano (il premier lo ha ricevuto a palazzo Chigi dopo il trionfo al Tour) come un grillino, sicuramente non è un passatista, non è uno alla Bartali “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, lui guarda avanti, è per il ciclismo del presente e del futuro, non del passato.

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@vincenzonibali : “Una foto del mio primo @giroditalia! Sono passati 10 anni, ma l’emozione è la stessa della prima volta”

A cominciare dalla squadra dove corre: l’Astana, la capitale del Kazhakistan, all’estero quindi, dove gli hanno concesso lo stipendio forse più alto del ciclismo attuale (si parla di un ingaggio di tre milioni di euro), possibile perché Nibali quando corre dà sempre spettacolo, o vince o si nota comunque, è un investimento sicuro, e l’Astana che è una sorta di “squadra di Stato” può permettersi questo e altro. Finanche di tirare le orecchie al super pagato Nibali, con tanto di lettera di richiamo “per scarso rendimento”, perché si desse una mossa, un fatto inaudito, mai visto nel mondo del ciclismo, tanto che Vincenzo che fino a quel momento in effetti non aveva vinto granché, di lì a qualche giorno si impegnò al punto da vincere il campionato italiano, indossare la maglia con il tricolore nazionale e scoppiare in un pianto liberatorio.

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Giro del Trentino, aprile 2016

Il pianto lo ha accompagnato spesso. Come quando, ancora giovane corridore nella sua Messina, gli rubarono la bicicletta appena regalatagli dal padre, “e lui pianse tre giorni e tre notti di seguito”, raccontò la madre, fino a che gliene comprarono subito una nuova, visto che Vincenzino piangeva sì, ma era già molto promettente.

È ormai da anni il numero uno incontrastato del ciclismo nazionale, sicuramente nelle corse a tappe, dove si distinguono i veri campioni. Ha vinto tutti e tre i maggiori giri, quello d’Italia, il Tour e la Vuelta spagnola, nonché corse a tappe minori come il Giro del Trentino o quello dell’Oman. Ha vinto il Giro di Lombardia, che si chiama giro ma è una classica di un giorno, ed è stato due volte campione italiano. Ricorda un po’ Felice Gimondi, serio, scrupoloso, gran professionista, meticoloso, combattente, ma del campione di Sedrina è più forte in salita e un po’ meno a cronometro. Soprattutto, è un monumento di correttezza: mai nemmeno un’ombra di doping sulle sue prestazioni, neanche a livello di frequentazioni, “il doping ci frega due volte, gli appassionati che vengono delusi, e noi stessi che veniamo battuti da gente che non ne avrebbe le capacità”.

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Nibali in visita a Maranello

Di questi signori “bombati”, Vincenzo ha pagato già le spese: alla Vuelta di tre anni fa, fu battuto addirittura in salita da tale Chris Horner, un vecchietto di 42 anni che si è permesso di staccare Nibali che non ne aveva neanche trenta, con tutti i parametri biologici che dicono essere impresa impossibile. Ma quando si trattò di sottoporsi all’antidoping, l’americano Horner trovò una scusa…e fu presa per buona. L’anno scorso poi, sulla salita di Superga dove finiva la gara per il tricolore, Nibali sudò le proverbiali camicie per staccare un altro mister nessuno, tale Francesco Reda, risultato questa volta positivo all’antidoping, per di più recidivo.

Nel gruppo Nibali è un leader, incute rispetto e ammirazione, ma non mancano i detrattori, anche pervicaci. All’ultima Tirreno-Adriatica, lo Squalo si è vista annullare la tappa regina di montagna per maltempo, quella sulla quale aveva puntato per portare a casa la corsa. “Mi dà fastidio che non ci sia stato neanche un piano B, così però non si danno garanzie a noi corridori”, protestò Vincenzo. Ma un Carneade del gruppo afferrò il cellulare e twittò “pensi solo a te stesso, idiota egoista”, con Nibali pronto: “Replicano i miei avvocati, io querelo”. Forse il Carneade del Nord pensava che con uno di Messina si può trattare così, ma ha fatto male i conti.

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Giro d’Italia, 6-29 maggio 2016

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Nino Bertoloni Meli

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