Erdoğan-Davutoğlu, un conflitto che ci riguarda

GIUSEPPE ZACCARIA
Il primo ministro Ahmet Davutoğlu si dimette “per il bene del partito”, il premier italiano Renzi dice che bisognerebbe valutare meglio i patti che la Ue stringe con un “regime dittatoriale”, al parlamento europeo fioccano le interrogazioni sul rischio terroristico, la stampa tedesca all’improvviso parte all’attacco e parla di un inaccettabile “cesarismo sul Bosforo”.

Gli ultimi giorni hanno consegnato alle cronache notizie allarmanti sul conto della Turchia, tanto che molti cominciano a chiedersi se il patto fra Ankara e l’Unione europea reggerà e non incomba piuttosto il rischio che il grande paese musulmano riapra i cancelli consentendo a una nuova ondata i rifugiati di riversarsi sull’Europa.

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Ahmet Davutoğlu rende omaggio a sua madre nel giorno della festa della mamma

Che l’accordo Merkel-Erdoğan non fosse dei più solidi si sapeva già, a dimostrarlo sta anzitutto il modo in cui Bruxelles sa versando ad Ankara i sei miliardi concordati come contributo per il primo anno: a rate piuttosto piccole, e rapportate al fatto che i turchi tengano fede alle loro promesse.

C’era però anche una promessa fatta alla controparte, ed era quella di consentire libera circolazione in Europa a ottanta milioni di suoi cittadini, e su questo com’era prevedibile è stata Bruxelles a rimangiarsi la parola data dinanzi alla netta opposizione di alcuni Paesi membri, soprattutto centro europei. Dunque, l’obbligo dei visti decade per gli uomini d’affari, forse decadrà per gli studenti, ma per ora nient’altro.

Qualche giorno fa, quando in un discorso infuocato il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha rifiutato la condizione UE di cambiare la legge anti-terrorismo lanciando il messaggio “continueremo sulla nostra strada” e si sono riaccesi timori sull’atteggiamento turco riguardo ai profughi , anche se le dimissioni di Davutoğlu non sono state una totale sorpresa.

Lo scontro tra due “combattenti” per il sogno neo ottomano era nato dal fatto che il presidente vuole tenere tutto sotto controllo, e d’altra parte Davutoğlu era stato scelto anche per il fatto di avere radici deboli nel partito di governo, dunque di essere facilmente sostituibile. E questo è esattamente quel che è successo: “Dopo consultazioni con il presidente ho deciso che sarebbe stato più appropriato per l’unità di AKP cambiare il primo ministro – ha detto Davutoğlu – non provo un senso di fallimento o di rammarico nel prendere questa decisione, ma continuerò la lotta in qualità di legislatore del partito”.

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Ahmet Davutoğlu in visita a Diyarbakır, città a maggioranza kurda

Dalle ombre però sembrano emergere alcune verità nascoste e versioni meno pacifiche. Una vuole che l’attuale presidente turco stia spingendo verso il dispotismo, dunque deve cambiare la Costituzione turca per sancire il transito dalla democrazia al sistema politico presidenziale, e dal punto di vista di Erdoğan questo sistema significa solo che lui guadagnerà tutto il potere. Davutoğlu, che vanta buoni legami con l’Occidente e viene considerato come possibile leader del futuro è stato costretto ad andarsene perché sospettato di aver trattato con i nemici della Turchia e le potenze occidentali per emarginare il presidente. Questo è il motivo per cui il premier uscente ha tenuto a precisare che “l’onore di Erdoğan è il mio onore ,e non voglio accettare qualsiasi speculazione riguardante il mio rapporto con il presidente, con il quale abbiamo sempre lottato fianco a fianco”. Sta di fatto che adesso il negoziatore turco dell’accordo sui migranti è fuori gioco. Cosa accadrà adesso?

Entrambe le parti non si fidano perché si conoscono troppo bene. Nei corridoi del potere di Bruxelles, da mesi si teme che il presidente turco seguirà solo la sua agenda cercando di manipolare la UE per mezzo dei i rifugiati, tant’è vero che non ha accettato di cambiare la legge anti terrorismo. Quindi, la risposta Erdoğan non è del tutto una sorpresa, ma resta da vedere se adesso le maggiori potenze europee hanno in tasca una carta nascosta : in caso contrario, la negoziazione e le sue conseguenze potrebbero concludersi in un altro grande fallimento.

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Recep Tayyip Erdoğan, sorvola il terzo ponte sul Bosforo, “Yavuz Sultan Selim”, costruzione italo-turca

 

D’altro lato, la Turchia di Erdoğan rimane una minaccia costante per molti e imprevedibili motivi: per gli Stati Uniti d’America, alimentare un’ opposizione filo-occidentale sarebbe la soluzione migliore per acquisire il controllo delle cose oltre che un modo per giocare una nuova partita nella guerra fredda con la Russia.

Per l’Unione europea invece la partita è più rischiosa: la liberalizzazione dei visti per la Turchia (cui seguirebbero quelle per Kosovo, Ucraina e Georgia) diventa un salto mortale, e tradotta in cifre significherebbe altre 127 milioni di persone pronte a inondare i paesi dell’Unione europea a rischio di terrorismo e in piena crisi finanziaria e sociale.

“Dopo le dimissioni del primo ministro Davutoğlu a Berlino e Bruxelles suona un campanello d’allarme – ha scritto il tedesco Mannheimer Morgen – l’Unione ha investito grandi sforzi e si è battuta per la conclusione dell’accordo, dimostrando in tal modo di essere un partner affidabile, ma il presidente Erdoğan al contrario vuole tirarsene fuori e punta a ricavarne solo un vantaggio politico per se stesso”.

“Coloro che oggi criticano il comportamento antidemocratico del presidente della Turchia, dovrebbero parlare prima degli errori del governo di Berlino e l’Unione europea – incalza la Frankfurter Rundschau – e chi vorrebbe cerca una posizione più rigida verso Erdoğan perché ha iniziato il conflitto con i curdi, perseguita i giornalisti ed ha fatto fuori il primo ministro Davutoğlu per aumentare il peso autocratico presidenziale del sistema , non deve dimenticare che Angela Merkel e la UE hanno messo nelle sue mani la possibilità di fermare l’afflusso dei rifugiati. In altre parole, contestando Erdoğan si mette in discussione la politica isolazionista guidata da Bruxelles e Berlino”. E oggi siamo esattamente a questo punto.

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Giuseppe Zaccaria

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