Il lungo tramonto del “modello Singapore”

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Lee Kuan Yew (16 settembre 1923 / 23 marzo 2015)

BENIAMINO NATALE
A più di un anno dalla scomparsa di Lee Kwan Yew, il fondatore della moderna Singapore, il “modello” di questa città-stato continua ad affascinare politici e intellettuali in tutto il mondo.

Tra i principali ammiratori di Lee ci sono certamente i dirigenti cinesi. Nel 1992 il “piccolo timoniere” Deng Xiaoping lodò il “modello Singapore” nel corso del famoso “viaggio al sud” col quale rilanciò le riforme economiche dopo il periodo di incertezza seguito al massacro di piazza Tiananmen.

È da allora che nasce nel Partito Comunista Cinese una grande ammirazione per Lee, che è tuttora viva. Lo è nonostante che negli ultimi anni Singapore si sia mossa in una direzione opposta a quella della Cina del presidente Xi Jinping. Il People’s Action Party (Pap) di Lee ha recuperato nelle elezioni del 2015 parte del terreno perso nel 2011 a vantaggio dei partiti di opposizione, ma la prudente apertura al pluralismo avviata dopo la sconfitta è continuata.

Al contrario, la Cina di Xi Jinping ha rafforzato le misure repressive contro tutte le espressioni della società civile, colpendo con durezza non solo i dissidenti dichiarati e i gruppi autonomisti delle minoranze etniche tibetana e uighura, ma anche le femministe, gli avvocati, le Organizzazioni non governative.

È stato più volte messo in evidenza il fatto che la visione di Singapore dei dirigenti cinesi è in gran parte falsa e basata sulla loro disperata ricerca di un “modello” di società che sia riuscita a modernizzarsi dal punto di vista economico mantenendo un sistema politico sostanzialmente dittatoriale.

Nei suoi decenni alla guida della città-Stato, Lee ha infatti ferocemente perseguitato i suoi oppositori – che sono stati incarcerati, espulsi, ridotti sul lastrico con sentenze politiche della magistratura – prima delle parziali aperture degli ultimi anni.

Bo Zhiyue, un ricercatore della National University of Singapore che è stato avvicinato da un gruppo di giornalisti della CCTV incaricati di confezionare un programma di dieci puntate sul “modello Singapore” – ha dichiarato all’agenzia Bloomberg: “gli ho spiegato che hanno di Singapore un’immagine idealistica che non esiste nella realtà…attualmente il modello Singapore è in declino…”. Bo ha precisato che dopo aver ascoltato queste affermazioni i documentaristi cinesi non lo hanno più richiamato.

Tra le cose che la Cina fa finta di non vedere quando guarda alla città-stato, c’è il fatto che sul piano della politica regionale Singapore si è sempre mossa in piena sintonia con gli Stati Uniti, una scelta politica tanto più pericolosa per Pechino quanto più s’inasprisce la situazione nel Mar della Cina meridionale.

Ma se le motivazioni dell’ammirazione dei leader cinesi per la città-stato sono comprensibili, molto meno lo sono quelle di tanti occidentali. Altrettanto incomprensibile è il motivo per il quale gli apologeti di Lee Kwan Yew non approfondiscano i casi di Corea del Sud e Taiwan che, oltre ad aver creato società moderne, hanno sviluppato delle istituzioni democratiche mature.

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Il parlamento di Singapore, sullo sfondo lo skyline della città

Due premesse sono alla base di quello che è stato chiamato il “Singapore consensus”. Eccole: 1. Lee Kwan Yew ha ereditato un Paese povero e l’ha portato in pochi anni “dal terzo al primo mondo”; 2. questo “miracolo” è stato possibile grazie a una meritocrazia di stampo confuciano che è stata promossa a tutti i livelli.
Si tratta di premesse che non reggono di fronte a un esame approfondito.

Nell’autunno del 2014 due professori universitari di Singapore, Donald Low e Sukir Vadaketh, hanno pubblicato un volume dal significativo titolo: Hard Choices, Challenging the Singapore Consensus. Nel libro sono criticate a fondo quelle affermazioni.

Il volume contiene tra l’altro un saggio di un altro professore, Thum Ping Tjin, che ricorda come “…a partire dal 1930 Singapore è stato il più ricco Paese dell’Asia”. Il merito, secondo Thum, va alla saggia politica dei colonialisti britannici, che furono capaci di sfruttarne le potenzialità, in primo luogo la posizione geografica.

Singapore sorge infatti sulla punta meridionale della penisola della Malacca e domina l’omonimo Stretto, dal quale passava e passa gran parte delle merci che viaggiano tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia.

La città – prosegue Thum Ping Tjin – era famosa allora per molte delle stesse cose per la quali è famosa oggi: edifici alti, scintillanti e moderni; grandi centri commerciali; tecnologia all’avanguardia; cultura cosmopolita; la sua comunità multietnica; commercio, prosperità.

Jean Cocteau, sostandovi nei suoi viaggi per il mondo fu colpito dalla pulizia, dall’“elegante modernità”, e da come le sue giungle fossero state addomesticate e trasformate in parchi puliti, campi sportivi, percorsi di golf. Si meravigliò per i grandi edifici neoclassici che circondavano il Padang (l’ex-campo di cricket, oggi un enorme prato verde nel centro della città, ndr), del lusso degli hotel Raffles e Adelphi, delle piacevoli passeggiate attraverso Raffles Place, ammirando gli uffici e i negozi.

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Raffles Place Garden negli anni 60

Un altro viaggiatore, Bruce Lokhart, fu colpito non solo dalla modernità ma anche dalla diversità (etnica della popolazione). “È come Liverpool” – scrisse – “solo che a Liverpool ci sono più cinesi’”.

Prosegue Thum:

…l’ occupazione giapponese (dal 1942 al 1945, ndr), interruppe questo periodo di successi ma non potè eliminare l’indomabile spirito degli abitanti dell’ isola. Singapore si liberò presto dalle conseguenze economiche dell’occupazione. Nel 1950 era di nuovo in larga misura quello che era stata nel 1939, la scintillante capitale dell’Asia del sudest, una delle città più ricche dell’ Impero Britannico.

Lee Kwan Yew e compare sulla scena solo quindici anni dopo. Gli esperimenti di pluripartitismo e di liberalismo si devono soprattutto al suo predecessore, il socialista David Marshall, avvocato, politico e fondatore del PAP. Lee si è trovato dunque a gestire un Paese che aveva un’economia florida e che aveva già creato istituzioni scolastiche e finanziarie di livello occidentale.

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David Saul Marshall (1908–1995) primo Chief Minister di Singapore, 1955-1956

È proseguendo su questa strada che ha presieduto al miracolo economico di Singapore – uno dei pochi Paesi asiatici con Giappone, Corea del Sud e Taiwan ad aver un reddito pro-capite di livello europeo – basandosi soprattutto sulle esportazioni e sulla creazione di condizioni di vita e di lavoro per i manager stranieri che hanno fatto una delle destinazioni preferite per gli uffici asiatici delle banche e delle compagnie occidentali, oltreché per i loro investimenti.

Il miracolo economico di Singapore si è basato sull’importazione di forza-lavoro a basso costo da altre regioni asiatiche: è imitando questo modello che il sudest della Cina è diventato nei decenni scorsi la “fabbrica del mondo”, importando i lavoratori dalle regioni più povere del centro, nord e ovest del Paese.

Secondo il China Labour Bulletin, pubblicato a Hong Kong da un gruppo di dissidenti cinesi,

ancora nel 2009, a Singapore (che ha una popolazione di 5,6 milioni persone) viveva un milione di immigrati, che sono circa un terzo della sua forza-lavoro. Più dell’ottanta per cento dei lavoratori immigrati non sono qualificati, e fanno i lavori più duri, sporchi e peggio pagati, che la maggior parte dei singaporeani non considera alla propria altezza…

Il Bulletin ricorda che gli immigrati sono sistematicamente privati dei diritti più elementari:

… quando un lavoratore arriva a Singapore – racconta un contractor intervistato dalla pubblicazione – deve consegnare il suo passaporto e il suo permesso di lavoro al suo datore di lavoro. Se ne ha bisogno perché deve vedere un medico o per altre solide ragioni può ottenere il suo passaporto attraverso una apposita procedura burocratica, ma poi lo deve restituire. Se rifiuta può essere multato di cinquecento dollari di Singapore o denunciato alla polizia…

I lavoratori immigrati sono, insieme ai singaporeani delle fasce sociali più bassi, le principali vittime del sistema poliziesco della città-stato, dove le punizioni corporali di memoria coloniale sono permesse e apprezzate non solo nelle scuole e, caso unico al mondo, nell’ esercito ma anche dal sistema penale. Le condanne alla fustigazione – una vera e propria forma di tortura secondo le organizzazioni umanitarie internazionali – sono cresciute esponenzialmente a partire dal 1987, passando da 602 alle 3.224 del 1993 e alle 6.604 del 2007 per stabilizzarsi in seguito sulle 2.500-3.000 all’ anno.

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Chinatown negli anni 70 (National Archives of Singapore and Urban Redevelopment Authority)

Un esercizio di sadismo da parte della classe dirigente paragonabile a quelli della monarchia saudita e degli ayatollah iraniani. Un aspetto importante dell’ ideologia di Lee Kwan Yew sul quale sorvolano sistematicamente i fautori del “modello Singapore”.

Dubbi su Singapore e su altri miracoli asiatici sono stati autorevolmente espressi nel 1994 dall’economista americano Paul Krugman, premio Nobel per l’ economia nel 2008. In un lungo articolo pubblicato da Foreign Affairs Krugman ricordava che dal 1966 al 1990, Singapore ha ottenuto risultati economici strabilianti: una crescita media dell’ 8,5 per cento all’ anno, del 6,6 per cento del reddito pro capite, ecc …

ma – aggiungeva il premio Nobel – questo miracolo risulta essere stato nutrito più dal sudore che dall’ispirazione: Singapore è cresciuta attraverso una mobilitazione di risorse che avrebbe reso orgoglioso Stalin.

Insomma, aumento delle braccia impiegate, non della produttività. Proseguiva Krugman:

la percentuale di occupati è passata dal 27 al 51 per cento della popolazione. Il livello di educazione della forza-lavoro è stato drammaticamente innalzato nel 1966 più della metà dei lavoratori non avevano alcuna istruzione, nel 1990 i due terzi avevano raggiunto il livello di istruzione secondaria …

In sintesi, un processo che Krugman giudica irripetibile e che lo porta al paragone tra la crescita economica di Singapore e quello dell’URSS staliana. Concludendo il suo argomento, il premio Nobel ricordava che Singapore è

oggi più ricca di quanto l’URSS non sia mai stata – anche al suo picco negli anni di Brezhnev – perché Singapore è più vicina, anche se ancora al di sotto, all’efficienza delle economie occidentali. Il punto, comunque, è che l’ economia di Singapore è stata sempre relativamente efficiente; semplicemente, le mancavano il capitale e i lavoratori qualificati.

Forti dubbi esistono anche sulla meritocrazia, un altro dei capisaldi del “modello Singapore”.
In un intervento pubblicato nel gennaio 2016 da The Journal of Democracy, Stephan Ortmann e Mark R.Thompson scrivono:

… Un altro equivoco riguarda il grado nel quale il merito determina lo status dell’élite nel governo di Singapore. Anche se la competizione interna al PAP è intensa e meritocratica, i leader del partito, seguendo la logica coloniale, hanno deciso di promuovore persone come loro – in grandissima maggioranza maschi, etnicamente cinesi, di classe alta, spesso provenienti da un ristretto circolo di scuole di elite e di famiglie ben connesse. Questo reclutamento ristretto all’élite significa che il resto dei singaporeani è escluso (da ruoli dirigenti) per definizione e fin dall’inizio.

Per confermare l’ opinione dei due studiosi, basta guardare alla famiglia dello stesso Lee Kwan Yew: il suo primogenito. Lee Hsien Loong è primo ministro dal 2004; il secondo, Lee Hsien Yang, è presidente della compagnia telefonica SingTel e l’ultima natan Lee Wei Ling, è a capo del National Neuroscience Institute. Anche la nuora Ho Ching, moglie di Lee Hsien Loong è ben sistemata come chief executive officer della Temasek Holding, una delle più grandi imprese del Paese.

La favola della meritocrazia insita nell’ideologia confuciana che dovrebbe guidare Singapore – oggi predicata a tratti anche dal Partito Comunista Cinese – e altri Paesi asiatici ha subito un duro colpo con la crisi finanziaria del 1997, durante la quale vennero alla luce le pratiche clientelari e familistiche di gran parte delle classi dirigenti locali.

Lee Kwan Yew fu anche il promotore dei cosiddetti “valori asiatici”: in sintesi, la teoria secondo la quale le popolazioni asiatiche sono geneticamente portate a esser governate in modo paternalista e autoritario. Anche in questo caso, si tratta di un’idea smentita dalla realtà delle società asiatiche più sviluppate come le già citate Taiwan e Corea del Sud, oltre al Giappone e all’India, tutte democrazie consolidate alle quali si è aggiunta recentemente l’Indonesia.

I “valori asiatici” si sono rivelati la copertura ideologica dei regimi autoritari della regione. Non per niente il loro campione è oggi la Cina di Xi Jinping, che li usa nel tentativo di resistere alle spinte verso la democratizzazione che vengono dalla società civile.

Negli ultimi anni una serie di fattori ha portato alla crisi del “modello di sviluppo” che ha fatto nei decenni scorsi la fortuna della città-Stato: la comparsa sulla scena mondiale delle economie emergenti; le nuove tecnologie; la crisi finanziaria internazionale; i cambiamenti sociali che si sono verificati nella stessa Singapore, a partire dal drammatico processo di invecchiamento della società.

Possiamo concludere con le parole di Jonathan Fenby, autore del libro Will China Dominate the 21st Century? e dal 1995 al 1999 direttore del South China Morning Post. In un articolo pubblicato dal Telegraph in occasione della scomparsa di Lee, nel marzo 2015, Fenby ha scritto:

…Il modello di Singapore è stato un modello unico nel suo genere, basato sulla combinazione tra alcune circostanze storiche e un uomo che aveva una visione per il suo Paese e che sapeva come raggiungere i risultati che si prefiggeva. Il problema ora è di vedere se quel modello si mostrerà praticabile dopo la scomparsa del suo fondatore, a prescindere dall’ammirazione che può suscitare altrove.

beniamino

@beniaminonatale 

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