Il referendum su Renzi sarà alle amministrative

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PATRIZIA RETTORI
La tornata amministrativa è alle porte, eppure la politica nazionale sembra focalizzata sul più lontano referendum costituzionale, come se l’esito del voto in città come Roma, Milano, Torino e Napoli fosse del tutto estraneo al gioco politico nazionale. Si capisce che questo sia l’intento di Matteo Renzi, ma si capisce meno la presbiopia degli osservatori politici. Perché le elezioni comunali influiranno, e molto, sul futuro della maggioranza, delle opposizioni e anche del referendum di autunno. Vediamo.

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Il Pd pericola un po’ dappertutto. A Roma rischia di non arrivare neppure al ballottaggio, con buona pace dell’ottimo Giachetti. A Milano l’ex superfavorito Sala sente sul collo il fiato dell’inseguitore Stefano Parisi. A Torino un buon sindaco come Piero Fassino ha di fronte un’alternativa secca: o la spunta al primo turno o può finire impallinato al ballottaggio. E a Napoli la tragicommedia dello scontro con Bassolino ha azzoppato la candidata piddina Valente rendendo quasi impossibile la sua sfida a un sindaco pur inconcludente come De Magistris.

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Bene: se il Pd dovesse perdere queste quattro battaglie Renzi, nonostante i suoi sforzi per starne fuori, finirebbe in mezzo alla bufera. Perché, con qualche ragione, sarà addebitata a lui la scelta di candidature sbagliate e anche la nascita della santa alleanza di tutti contro il Pd. Ciò finirebbe per appiccicargli addosso un’etichetta di perdente che intaccherebbe gravemente il suo prestigio e dunque la sua possibilità di vincere la battaglia finale, quella appunto del referendum. Al contrario l’opposizione interna, pur priva di leader e di compattezza, guadagnerebbe fiato. Con conseguenze drammatiche per il premier.

Naturalmente la prova è altrettanto cruciale per le opposizioni. Perché Sala a Milano è l’uomo della ricucitura del centro destra d’antan, capace, se vincesse, di rianimare l’estenuata leadership berlusconiana e dare un fiero colpo alle smisurate ambizioni di Salvini. A Roma, il derby tra Marchini e Meloni risponde alla stessa logica dello scontro tra due destre. Se uno dei due andrà al ballottaggio darà alla sua fazione armi propagandistiche di grande potenza.

Poi ci sono i cinque stelle. Il voto sui loro candidati dimostrerà se pagheranno un prezzo per gli avvisi di garanzia, le sospensioni e le espulsioni, oppure no. A loro favore gioca la rissosità degli avversari, ma bisogna vedere se basterà a bilanciare il rischio di affidare città così importanti ad amministratori inesperti e di dubbia capacità di governo. Se però qualcuno di loro dovesse vincere, e a Roma la grillina Raggi è favoritissima, è evidente che per il movimento sarebbe un grosso salto di qualità. Riuscire a governare bene una grande città proietterebbe il M5S sulla via per Palazzo Chigi. Naturalmente vale anche l’ipotesi contraria, perché se non riuscissero nella prova di governo di una grande città difficilmente potrebbero aspirare al governo dell’intero paese.voto 3

Vada come vada, i termini della questione sono comunque questi. Berlusconi, Salvini e Grillo dimostrano di esserne ben coscienti. Renzi, invece, fa finta di niente. Davvero spera di poter scavalcare la probabile sconfitta nelle città scrollando le spalle e dichiarando di non sentirsene responsabile? Così rischia di risvegliarsi in un incubo.

Ma forse ormai è troppo tardi per rimediare. I danni sono già fatti e a poco servirebbero perfino i gesti di clemenza come la possibile riammissione attraverso una sanatoria delle liste escluse per vizi di forma, come quella di Fassina a Roma e quella della Meloni a Milano. Né servirà l’allungamento dei tempi del voto a lunedì, costoso e inefficace. Come spiegano i sondaggisti, l’astensione oggi non è dovuta alla pigrizia degli elettori ma a una forte motivazione composta di disillusione generale per la politica e antipatia per il premier. Cioè adesso gli astensionisti sono davvero diventati un partito. E questo, al momento, è l’unico vero miracolo renziano.

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