A proposito di Marchini e “l’urbanista Mussolini”

 

MARCO CORSINI
Qualche giorno fa un candidato sindaco per la città di Roma – Alfio Marchini – se ne è uscito pubblicamente con un’affermazione destinata a fare, ed in verità lo sta facendo, un certo scalpore.

Alla domanda su chi fosse stato il più grande urbanista della città di Roma, Marchini – riportando tuttavia il giudizio di suo nonno – ha risposto “Benito Mussolini”.

È vero, si trattava di un incontro promosso dalla Lista Storace, che lo sostiene in campagna elettorale, e quindi si può anche affacciare il sospetto che l’affermazione sia stata fatta (almeno in parte) “fishing for votes”.
Ma la provocazione è stata lanciata, molti rispondono, anche autorevolmente (v. Claudio Strinati sul Messaggero), e l’occasione è ghiotta per fare una riflessione, possibilmente scevra da pregiudizi politici.

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Ora, se si mettono in fila le eccezionali trasformazioni della città decise ed attuate nel periodo fascista e che oggi vengono orgogliosamente ricordate (la via dei Fori Imperiali, il Foro Italico, l’EUR, la Garbatella, la Città Universitaria, via della Conciliazione), non c’è dubbio che la loro collocazione storica fa dire che il nonno di Marchini aveva perfettamente ragione.

Ma questo non tanto per la persona del Duce, che avrà dato sì la benedizione politica a quelle operazioni e vi avrà trasfuso la visione ideologica e culturale di quel periodo politico, quanto piuttosto perché solo la forza di un regime è in grado di imporre una visione di città e di territorio in genere (si ricorderà che a quegli anni risale una gigantesca azione di risanamento ambientale quale la bonifica dell’Agro Pontino e la fondazione di nuove città), capace di perseguire un fine indipendentemente dall’impatto emozionale che esso procura, e a prescindere dall’esigenza di acquisire il consenso a tutti i costi.

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È necessario prendere atto, senza ipocrisie, che le grandi trasformazioni urbane sono figlie di un momento autoritario, e soprattutto di una capacità decisionale unitaria.

Vi era un’idea di città che obbediva ad un’impostazione culturale o sociale (ad esempio, per restare a Roma, la centralità spaziale e visiva dei grandi monumenti archeologici, l’esaltazione della romanità, il mito dell’espansione, l’imposizione di uno stile architettonico che appunto si definisce “di regime”) e che non doveva essere discussa passo dopo passo, snaturata dalla moltiplicazione dei processi decisionali, ciascuno spesso in contrapposizione all’altro, vanificata alfine dai veti e contro veti che oggi sembrano rivelare un malinteso senso di democrazia.

Si pensi alla distruzione della c.d. Spina di Borgo che liberò l’area oggi percorsa da via della Conciliazione per creare un’arteria di accesso trionfale a Piazza San Pietro: espropriati 16.500 metri quadrati di fabbricati, distrutti 729 appartamenti e letteralmente deportate altrove 5000 persone. Qualcuno pensa che ai giorni nostri avrebbe potuto essere realizzato un intervento del genere che già allora era quantomeno malvisto? Con le Soprintendenze di oggi? E realizzato in un anno?

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Si pensi alla fondazione di Littoria (Latina) che comportò il trasferimento, non certo per tutti spontaneo, di oltre ventimila persone.
E la stesa trasformazione urbana di Roma nel suo complesso appare stupefacente se si considera l’arco temporale della sua realizzazione, coincidente con il ventennio fascista, quando oggi a Roma per l’attuazione di un intervento urbanistico è ritenuto accettabile un tempo medio di dieci anni.
Non voglio dare giudizi di valore su queste profonde trasformazioni, sulla loro valenza urbanistica, architettonica, sociale; non è il mio mestiere. Ma bisogna dare atto che sono state fatte grazie soprattutto all’autoritarismo di che le ha decise, che non ha dovuto fare sacrifici al dio consenso.

È non è un tesoretto solo del regime fascista. Prima di Mussolini a Roma, il Governo Sabaudo (cioè il Re), “cementificò” gli argini del Tevere creando delle vere e proprie arterie di mobilità, distrusse il Porto di Ripetta e aprì viale Trastevere.

E ancora prima va ricordato l’Imperatore Adriano, primo grande urbanista dell’urbe, e, tra i Papi, Sisto V; nelle rispettive epoche, monarchi a modo loro.

E in Francia che dire del famosissimo Barone Haussmann e della visione grandiosa della nuova Parigi che impose le devastazioni del tessuto urbano per creare i grandi boulevards e adottò rigidissimi regolamenti edilizi con dure sanzioni? Che ovviamente tutto ciò fu reso possibile perché dietro vi era l’autorità e la forza di Napoleone III.

E non fu certo una consultazione popolare a decidere la fondazione di San Pietroburgo da parte dello Zar Pietro il Grande, con il trasferimento nella nuova città di una massa enorme di abitanti.

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Lo so che queste riflessioni suoneranno urticanti per i sostenitori della c.d. “urbanistica concertata”, ossia per i processi partecipativi che oggi accompagnano, devono accompagnare, ogni pur minimo intervento di trasformazione urbana. E mi scuso con loro ben sapendo che hanno storicamente ragione, perché questo è il giusto prezzo che esige la democrazia, ovviamente a patto che la partecipazione serva a perfezionare i modi, non a perseguire l’opzione zero o a produrre l’effetto nimby.

Si tratta però di vedere di che urbanistica vogliamo parlare.
Se ci riferiamo alle grandi trasformazioni urbane, quelle che lasciano il segno nella storia delle città, che fanno la storia delle città, dobbiamo per forza guardare al passato. Oggi a mala pena si trasforma un piccolo ambito.

Marco Corsini2

Marco Corsini

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3 risposte a “A proposito di Marchini e “l’urbanista Mussolini”

  1. Roma è nelle disastrose condizioni che i romani conoscono bene e i visitatori più o meno occasionali apprendono in fretta. Presumo altrettanto si possa dire di Marco Corsini e certamente -se non altro per scienza familiare- di Alfio Marchini.
    Non stupisce dunque il periodico rigurgito di desiderio decisionista, che porta Marchini a evocare Mussolini e Corsini a rimpiangere imperatori, re e dittatori (ha dimenticato solo i papi, che pure come committenti-urbanisti non sembrerebbero del tutto trascurabili). Marchini fa il mestiere che fa ed è allo start elettorale: dice quel che vuole. Corsini è altrettanto libero di farlo, ovviamente.
    Sarebbe tuttavia più interessante se l’uno e l’ altro dicessero ciò che più auspicano si faccia, dove, come e perchè. Il decisionismo in quanto tale non è necessariamente una virtù. In tempi meno lontani e controversi (dai suddetti dimenticati), anche i Rebecchini e i Cioccetti hanno fatto molto e in fretta a (non per) Roma.
    Livio Zanotti

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  2. A parte che io non sono un “visitatore più o meno occasionale” di Roma, vivendoci da quasi cinquant’anni, e avendoci fatto per cinque l’assessore all’Urbanistica; a parte che non mi sono affatto dimenticato dei Papi, avendo citato – tra i tanti di cui si poteva dire – Sisto V; il senso del mio pensiero è che la grande urbanistica, quella che trasforma le città non le sue minime porzioni, richiede grandi visioni e grandi volontà per imporle. La grande urbanistica storicamente appartiene al principe e oggi, infatti, nemmeno si concepisce. Così come non si riesce a concepire una vera politica del trasporto e della mobilità urbana, che dovrebbe per forza prevalere sui micro egoismi e sulle abitudini dei singoli, e quindi essere imposta da una volontà/autorità che, appunto, non c’è.

    E d’altronde, basta allargare la visione alla realtà nazionale per comprendere che le grandi trasformazioni del territorio si fanno necessariamente “contro” il territorio, e dove non c’è una volontà politica in grado di imporle, dove non c’è uno Stato forte capace di far prevalere interessi superiori, non si fanno o si fanno con tempi e sforzi (e quindi costi) immani.

    Il mio non è un giudizio di valore, non dico che è un bene o un male.. Dico che è così.
    MARCO CORSINI

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  3. Se nella vaghezza del tempo e delle cose (da Adriano ai giorni nostri…), un commentatore suggerisce insistentemente l’idea che la democrazia è bella (ci mancherebbe altro!), ma rischia l’impotenza, è legittima (oltre che logica) l’impressione che abbia espresso un giudizio politico (per quante postille voglia aggiungere).
    Perciò sarebbe interessante (comunque non obbligatorio) che venisse sostanziato con esempi concreti e più pertinenti al qui e all’oggi. Poichè il discorso sui limiti della democrazia pur essendo attuale non è nuovo e tanto meno neutro. Basti ricordare Churchill.
    Né richiede specifici quarti di romanità: penso che un abitante di Sydney o delle Galápagos abbia lo stesso diritto di esprimersi di Francesco Totti o del principe Massimo. Personalmente sono nato e cresciuto a Roma, ma non ci vivo stabilmente da quasi cinquant’anni (pensavo più a me che ad altri quando ho accennato ai visitatori e -mi creda- ignoravo che lei fosse stato assessore).
    Pertanto, assolutamente nulla di personale.

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