Che c’entra “Mussolini urbanista” con la riforma costituzionale?

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Palazzo del cinema, Lido di Venezia, 1936

ADRIANA VIGNERI
Come resistere alla tentazione di infilarsi nella polemica che è nata a proposito dello scritto di Marco Corsini sulle realizzazione urbanistiche di Mussolini? Tanto più che la reazione di Roberto D’Agostino ha preso il volo, raggiungendo i temi della revisione costituzionale.

Con il permesso di Marco e di Roberto, cari amici entrambi, direi che l’architettura dell’epoca Mussoliniana è stata buona perché erano bravi gli architetti razionalisti dell’epoca, che si dà il caso che Mussolini abbia utilizzato. Che l’urbanistica contrattata non c’entra, essendo appunto una modalità contrattata (e non partecipata) di solito con imprese e proprietari, di assumere decisioni un tempo assunte almeno formalmente nelle stanze del potere politico. In teoria dovrebbe facilitare la realizzazione delle previsioni urbanistiche, rendendole meno “astratte”, ma non sempre avviene così, essendo determinante in fin dei conti il mercato. Che le procedure realmente partecipate, le hearings – sempre auspicabili, in particolare nelle scelte urbanistiche – certamente sono faticose e rallentano le decisioni, ma sono da sempre pochissimo utilizzate, tranne alcuni pochi casi virtuosi. Se lo sono (v. qui vicino, il Comune di Feltre) ottengono risultati in termini di consenso certamente ragguardevoli.

I sistemi autoritari/dittatoriali, finché reggono, ottengono realizzazioni in tempi molto più rapidi, vedi Cina (questo credo volesse sottolineare Marco) – risultati belli o brutti non rileva da questo punto di vista. Certo risultati indifferenti ai destini delle popolazioni coinvolte. Mentre i sistemi democratici sono per ovvie ragioni più lenti.

Ma la lentezza italiana, esemplare o emblematica che dir si voglia, non è segno di democrazia particolarmente attenta e sviluppata, virtuosa, partecipata, semmai di difetti e storture tutte di casa nostra, di cui non c’è da vantarsi. Che per questi aspetti i tentativi del Governo di rimediarvi inserendo qua e là qualche tagliola siano opportuni ed efficaci non lo so. I guasti sono troppo profondi. Certo è che non vedo per questo a rischio la nostra democrazia.

Meno ancora credo che la revisione costituzionale, adottata con il consenso del sessanta per cento del nostro parlamento e a breve sub iudice popolare, di far adottare le leggi ordinarie, e solo quelle, da una sola Camera, quella che conferisce e toglie la fiducia al Governo, sia il segno, o uno dei segni, di una svolta autoritaria della democrazia italiana. Così come il recupero allo Stato di alcune funzioni improvvidamente assegnate alle regioni nel 2001 dal Centro Sinistra non credo sia segno di crisi del sistema autonomistico regionale italiano.

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Il boulevard Haussmann visto dalla Galleria Lafayette

Non credo che Corsini, assessore della giunta Costa a Venezia prima che assessore della giunta Alemanno a Roma, voglia seriamente rinunciare ad un sistema democratico per avere un nuovo ed ampio boulevard alla Haussman. Ci sono stati modi di intervenire sull’urbanistica – propri di altri tempi e altri regimi – che non possiamo certo auguraci di replicare.

L’affermazione che soltanto la forza di un regime è in grado di imporre una visione di città e di territorio in genere e di realizzarla, se presa sul serio, non è proprio condivisibile. Ma quale che sia il giudizio che si voglia dare dell’esternazione corsiniana, forse ingenua, va a mio avviso respinta con altrettanta decisione l’idea del mio amico Roberto di inserirla all’interno dell’ispirazione, asseritamente autoritaria, della riforma costituzionale.

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Adriana Vigneri

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