Partigiani e referendum. Ma Renzi e Boschi sanno quello che fanno?

PATRIZIA RETTORI
A questo punto c’è da chiedersi: ma sanno quello che fanno? Parliamo di Maria Elena Boschi che divide i partigiani in buoni e cattivi a seconda che siano o no d’accordo con lei. E anche di Renzi che, almeno stando a Il Messaggero, considera fallito il suo appello alla pacificazione nel Pd proprio perché Bersani ha risposto per le rime alla succitata Boschi.

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Ora, se le parole hanno un senso, quando si lancia un appello alla pacificazione bisogna essere i primi ad applicarlo, anzitutto frenando le intemperanze dialettiche dei propri seguaci. Poi si deve avviare un’opera di convinzione andando a spiegare anche alle platee ostili i meriti delle riforme proposte, ascoltandone con rispetto le obiezioni e cercando di superarle. Prendere a randellate chi ha opinioni diverse serve soltanto a rafforzare quelle opinioni e a mettere in difficoltà qualche illustre supporter.

Come Giorgio Napolitano, che sarebbe davvero in grado di convincere tanti dubbiosi se solo il premier non lo smentisse ogni giorno con improvvide uscite. Nel salotto di Fabio Fazio, il Presidente emerito ha spiegato quale disastro politico deriverebbe da una vittoria del No al referendum. Ma ha anche registrato, con evidente desolazione, l’impotenza della ragionevolezza di fronte alla dilagante moda della “politica gridata”. Parlava, è vero, delle destre populiste in ascesa in Europa e anche in Usa. Tuttavia non è difficile scorgere un’affinità linguistica tra i modi del renzismo e quelli della destra rampante. E va da sé che tale affinità esaspera e respinge una parte non piccola dell’elettorato che pure Renzi dovrebbe rappresentare. Con risultati che verificheremo presto, prima alle amministrative e poi al referendum.

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Giorgio e Clio Napolitano con Fabio Fazio nello studio di Che tempo che fa

In altri tempi il malessere dell’Anpi di fronte alla modifica costituzionale sarebbe stato colto per tempo, senza distinguere tra i partigiani veri (novantenni) e i più giovani iscritti all’associazione. E sarebbe stato individuato un interlocutore capace di parlare con loro e di guadagnarne almeno la non belligeranza. Perfino Achille Occhetto, autore della traumatica “svolta della Bolognina”, riuscì a traghettare dal Pci al Pds la stragrande maggioranza degli iscritti, nonostante il no di Ingrao e Cossutta. Ci riuscì perché non prese a calci nessuno e, anzi, cercò di convincere tutti.

Altra epoca, si dirà. Sì, ma le regole della politica sono sempre le stesse. Come, del resto, quelle della buona creanza. Trasgredirle non porta mai bene. E invece adesso le trasgressioni sono all’ordine del giorno. Si pensi al caso dei magistrati schierati per il No: è assolutamente legittimo discutere sull’opportunità per le loro associazioni di prendere una posizione ufficiale, specie se contraria a quella del governo. Ma una cosa è farlo ragionando e un’altra scomunicando. Perché si rischia di indurre la categoria a sentirsi minacciata e di conseguenza a radicalizzarsi.

Fino all’ultimo esempio, piccolissimo ma proprio per questo molto significativo. L’Unità ha deciso di sottoporre a procedimento disciplinare un suo giornalista, Massimo Franchi, reo di aver criticato in due tweet la posizione del suo giornale sulla politica di Berlinguer (vedi la lettera di Bianca Berlinguer al direttore del Corriere della Sera del 23 maggio). Non conta il merito della questione: conta il fatto che si ritenga possibile aprire un procedimento disciplinare per aver espresso delle opinioni. Strabiliante. Specie in un momento in cui da parte renziana si tenta di guadagnarsi l’appoggio postumo di Berlinguer, presentato come convinto monocameralista, alla riforma costituzionale. Perché è vero che il Pci era per il monocameralismo, ma nessuno può dire se gli sarebbe piaciuta la riforma di Renzi. Quel che si può dire, invece, è che il suo metodo sarebbe stato molto diverso: avrebbe cercato di convincere i dissenzienti, non si sterminarli. Altri tempi, appunto.

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