Referendum costituzionale. Resistenza e memoria

 anpi

RICCARDO BRIZZI
Non è certo la prima volta che in Italia una battaglia politica si trasforma in uno scontro manicheo, che finisce per oscurare la posta in gioco e rendere impraticabile il dibattito. Come era prevedibile attorno al referendum sulla riforma costituzionale l’atmosfera sta diventando sempre meno respirabile e sempre più intossicata dai rancori. A dominare non sono i contenuti della riforma ma le rappresentazioni, spesso stereotipate, della stessa. Se il premier ha probabilmente ecceduto nel personalizzare la sfida, sono senz’altro infondate le grida d’allarme di coloro che, tra i sostenitori del “no”, paventano il rischio di fine della democrazia rappresentativa e stravolgimenti della Costituzione in caso della vittoria del “sì”.

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Quando il confronto politico diventa scontro aperto è naturale che la delegittimazione punti ad escludere l’avversario dal perimetro stesso delle istituzioni repubblicane, che in Italia si fondano sulla Resistenza. Che non a caso è stata spesso oggetto di strumentalizzazioni e appropriazioni indebite nei settant’anni di storia repubblicana.

Se le forze di governo della Prima Repubblica hanno tentato di annacquare il nesso tra Resistenza e antifascismo in chiave anticomunista, il PCI si è rifugiato in una versione “esclusivista” della Resistenza, presentandosene come l’unico depositario, il solo titolato ad accusare gli avversari di tradirne l’eredità (accusa rivolta alla Dc dopo il 1947 e ai socialisti dopo il 1956).

La Seconda Repubblica e la bipolarizzazione della scena politica italiana hanno riacceso questa frattura identitaria A fronte di una coalizione berlusconiana che ha dato il via a una stagione di disimpegno istituzionale nell’esercizio della memoria storica della Resistenza, i partiti di sinistra ne hanno rafforzato l’interpretazione di parte, inflazionandola come elemento di delegittimazione dell’avversario.

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Nella storia italiana la Resistenza è stata troppo spesso vittima di pretese di “esclusività” che non le erano proprie né come fenomeno politico-militare né come battaglia ideale. La sua natura è stata estremamente composita: andava dai comunisti ai liberali, dai cattolici agli azionisti, sino alla partecipazione delle truppe regie e della Brigata ebraica. Ma soprattutto la Resistenza è stata un movimento pluralista che aveva come obiettivo la fine di una dittatura e l’instaurazione di una democrazia costituzionale fondata sulla libertà di espressione.

Un’eredità che rende poco comprensibile l’attuale posizione dell’ANPI, di cui è evidentemente legittima la contrarietà alla riforma costituzionale, mentre molto discutibile è il divieto rivolto a tutti i suoi iscritti di esprimersi pubblicamente in favore del “sì”. Una decisione che ha evidentemente messo in difficoltà il gruppo dirigente del PD e ispirato le evitabili dichiarazioni della ministra Boschi sui “veri partigiani”. Ma le urla scandalizzate provenienti dalla minoranza interna al Partito democratico suonano quantomeno inopportune se si ricorda che alcuni di coloro che oggi gridano al sacrilegio erano tra il 2007 e il 2008 tra i “padri fondatori” del PD che aveva dimenticato di menzionare la Resistenza e l’antifascismo (recuperandoli in seguito a polemiche) nella carta dei valori del nascente partito.

Sacrificare le radici nobili e plurali della Resistenza sull’altare della rissa politica e delle lotte intestine non rischia soltanto di travisare il significato di un importante voto referendario, ma di svuotare di autenticità le radici stesse della nostra democrazia.

Riccardo Brizzi

Riccardo Brizzi

@riccardo_brizzi è Professore associato, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Bologna

Articolo apparso su Nazione/Carlino/Giorno

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