Comune di Catania. Consiglieri o consigliori? Parte II

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Palazzo degli Elefanti, sede del municipio di Catania

GIORGIO FRASCA POLARA
A proposito di quelle scandalose infiltrazioni mafiose nel consiglio comunale di Catania che abbiamo denunciato a gennaio (“Consiglieri o consigliori?”) ci sono stupefacenti novità: il ministro dell’Interno Angelino Alfano, è stato finalmente costretto a rispondere alla Camera in un botta-e-risposta con l’on. Claudio Fava, ha ammesso tutto, ma ha escluso che si voglia fare la minima pulizia. I fatti, senza bisogno di alcun commento.

Riccardo Pellegrino, consigliere comunale di minoranza per Forza Italia, berlusconiano doc, è fratello di Gaetano Pellegrino, uomo di spiccato rilievo criminale all’interno del clan mafioso dei Mazzei, uomo di fiducia di Nuccio Mazzei, capo del clan dei “Carcagnusi” e figlio a sua volta del boss Santo Mazzei. Gaetano – fratello del consigliere è stato arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso (articolo 46-bis del codice penale). L’Antimafia sospetta uno scambio politico-mafioso, visto che il consigliere Riccardo deve la sua fortuna elettorale alla valanga di voti ottenuti giusto nel quartiere di an Cristoforo, noto per l’altissima densità criminale.

C’è poi il caso di Lorenzo Leone, presidente della sesta circoscrizione della città, aderente al raggruppamento “Articolo 4” nella coalizione di centro-sinistra (maggioranza, sindaco l’ex ministro repubblicano Enzo Bianco). Anche Leone ha un fratello un po’ delinquente: Gaetano, non solo coinvolto nell’operazione antimafia “Arcipelago” ma con una sfilza di precedenti penali: estorsione, associazione mafiosa, esattore del pizzo per il famigerato, notissimo clan di Nitto Santapaola.

Sono solo due casi (i più clamorosi) di una folta serie di intimità delinquenziali anche paraconiugali. Claudio Fava, figlio di Giuseppe, il coraggioso giornalista che fu assassinato dalla mafia a Catania nell’84, ed altri esponenti dei partiti e gruppi della sinistra avevano chiesto al prefetto l’accesso agli atti del Comune per accertare una situazione di pesanti sospetti sui protagonisti della gestione municipale. La prefettura non aveva nemmeno risposto. Allora una prima interrogazione, cinque mesi fa. Nessuna risposta anche stavolta. Infine, ora, approfittando del più rapido “question time” in cui il governo non può rifiutare il confronto, si arriva al dunque. Sentite che succede.

Il ministro Alfano riconosce implicitamente la pesantezza del clima al Comune etneo, tant’è che è stato effettuato uno screening che ha riguardato ben 45 consiglieri comunali e 78 consiglieri circoscrizionali, e che è stato “allargato ai rispettivi familiari”; poi ammette (“trova conferma”) che un consigliere comunale della minoranza ed il presidente della sosta circoscrizione “sono in rapporto di parentela con esponenti di famiglie mafiose di particolare caratura criminale”. Tuttavia

i due amministratori non sono direttamente interessati da procedimenti penali tali da poterne interdire l’accesso alle rispettive cariche elettive. Stesse circostanze di segno critico sono emerse – conferma – anche a carico di due altri amministratori comunali e di un consigliere circoscrizionale anche in questi casi determinate esclusivamente da rapporti parentali.

E allora che si fa? Delega di poteri? Disposizioni di ulteriore rigore? Eh, no: l’adozione di qualsiasi misura

deve fondarsi – cito testualmente dalla risposta del ministro dell’Interno –, oltre che su circostanze di carattere parentale o di contesto, anche su elementi sintomatici di mala gestio e di sviamento dalla legalità che, nella specie, non sembrano palesarsi nella normale attività amministrativa dell’ente.

Definire indignata la replica di Claudio Fava è un eufemismo. Intanto, ha ricordato, il testo unico degli enti locali “parla della necessità, qualora vi sia un concreto dubbio, di verificare se c’è un condizionamento mafioso”. Poi una constatazione secca:

Immagino che se il fratello di uno dei Casamonica, o degli Spada, o dei Triassi fosse stato eletto presidente della circoscrizione di Ostia, qualche intervento del prefetto o del ministro ci sarebbe stato.

Poi un sintetico quadro della situazione della città:

Il più importante imprenditore è stato arrestato perché pare che 800 milioni di appalti fossero il fulcro di investimenti e riciclaggio per Cosa Nostra. Il più importante editore del sud è sotto processo per associazione di stampo mafioso. E dunque a Catania siamo in una condizione di democrazia sospesa, con un sindaco che, ascoltato in commissione antimafia, ha detto – mentendo – di non sapere nulla su ciò che riguarda il suo consiglio comunale.

Dunque, un ministro di un governo di centro-sinistra si presta, scientemente, a coprire gravi responsabilità della mala gestio (appunto, come dice lui) di una amministrazione di centro-sinistra. Questo è il fatto incontrovertibile. Ma almeno ora le cose sono più chiare. Alfano riconosce che è tutto vero ma che non si deve toccar nulla. Una delle tante vergogne che alimentano il discredito delle (e per le) istituzioni democratiche.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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