L’America che tifa Trump ma non lo dice

GUIDO MOLTEDO
“In quanti sostengono Trump ma non vogliono ammetterlo?”. L’interrogativo di Thomas Edsall, sul New York Times di qualche giorno fa, è perfino più inquietante per Hillary Clinton dei sondaggi ultimi, che danno Trump in parità e perfino in vantaggio rispetto alla rivale democratica. Già, perché se i numeri in questa fase della corsa, non vanno presi troppo sul serio, è anche vero che i dati pubblicati potrebbero essere perfino inferiori a quelli reali, e di parecchio.

Gran parte dei rilevamenti, infatti, si svolge telefonicamente, e sembra che molti intervistati, specie dei settori demografici più istruiti e benestanti, si vergognino di dichiarare il loro sostegno al magnate di New York. La controprova è che risultati molto migliori per Trump, negli stessi bacini elettorali, sono riscontrati nei sondaggi online, dove non c’è la relazione persona a persona, e il voto dato via computer o smartphone somiglia alla scheda nel segreto dell’urna. Questa disparità è stata osservata da tempo. Nel caso di Trump sembra che il fenomeno sia molto vistoso.

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Significa che blocchi consistenti di elettorato ancora “nascosto” potrebbero emergere nel voto di novembre e fare la differenza a favore di Trump. Sono pezzi di elettorato diversi dalla platea a cui si è rivolto Donald Trump agli inizi della sua corsa, l’America bianca delle aree urbane e deindustrializzate e degli stati impoveriti, su cui ha fatto presa il suo messaggio xenofobo, razzista e iperprotezionista. Nelle primarie repubblicane nel Connecticut, Tessa Berenson, su Time, osservava che proprio nei sobborghi più agiati dello stato che gravitano intorno a New York, Trump è andato particolarmente bene. Sono zone residenziali tipicamente legate alla tradizione repubblicana moderata, che in teoria dovrebbe considerare con un certo ribrezzo un rozzo come Trump. Eppure l’hanno votato, preferendolo al repubblicano vecchio stile John Kasich, che s’aspettava, almeno lì, di mietere consensi.

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Bill Kristol, Donald Trump, Robert Kagan

Come osserva il neocon Robert Kagan sul Washington Post “il fenomeno che [Trump] ha creato e che ora guida è diventato qualcosa di più grande di lui, e qualcosa di molto più pericoloso”. L’articolo di Kagan s’intitola: “Ecco come il fascismo arriva in America”. Kagan è uno degli ideologi della destra che con Bill Kristol hanno cercato di impedire l’ascesa di Trump fino alla nomination, in tutti i modi, anche provando a mandare in pista un terzo candidato indipendente. E lo scontro tra questo gruppo, legato ai Bush, e Trump è esploso fragorosamente. Il vecchio establishment non ha digerito Trump ma tanto meno il movimento autonomo dal Partito repubblicano e contro la dirigenza repubblicana che ne ha spinto l’ascesa. I vecchi apparati e sodalizi di potere sentono di non contare più niente, e a ragione. E loro che hanno sostenuto personaggi come George W., Dick Cheney e le loro guerre ora parlano di fascismo in arrivo in America. Se è così, e in effetti c’è da temerlo, sono loro che l’hanno reso possibile, e ora strepitano.

Potrebbero questi ambienti sostenere, senza dichiararlo, Hillary Clinton? È nella logica del potere che avvenga. Ma un simile spostamento non farebbe che sancire la fine definitiva del Partito repubblicano, già da tempo in crisi e ora sbriciolato dallo schiacciasassi Trump.

Di converso questo aiuto, seppur non dichiarato e ancora frutto di congetture, non fa che consolidare l’immagine di una Clinton che piace ai poteri forti, la Hillary immortalata mentre conversa con Kissinger o ha atteggiamenti confindenziali con i Bush. E certo non l’aiuta nel confronto con Sanders. Che nell’immediato è il problema principale degli strateghi clintoniani. Cioè la spinta ancora vigorosa che lo sostiene e che in California dovrebbe tradursi in una buona performance per Bernie.

Sono oltre 850.000 i nuovi elettori che si sono registrati in 58 contee della California in vista delle primarie del 7 giugno e in vista delle presidenziali di novembre. Sono cifre che fanno impallidire quelle delle primarie del 2008 e del 2012. E sono numeri destinati a crescere di qui al fatidico martedì californiano, l’ultima tornata elettorale della competizione e forse la più importante, nel campo democratico.

I neo elettori sono prevalentemente giovani, con il 37 per cento sotto i 25 anni e il 64 per cento sotto i 35. Molti degli elettori più anziani sono probabilmente americani di fresca cittadinanza o persone che si sono trasferite in California da altri stati.

Poco meno del 29 per cento di questi nuovi elettori sono ispanici, più del doppio della percentuale del 2012.

I numeri californiani suggeriscono che i sondaggi di questi giorni vanno presi più che mai con cautela, perché è davvero notevole il sommovimento elettorale in corso, che non è possibile misurare. Tuttavia quanto accade in California, il fermento in vista del voto, sembra disegnare un quadro favorevole a Sanders. E stando sempre ai numeri dei sondaggi, Sanders è il favorito in un duello con Trump, più di quanto non lo sia Clinton, sulla quale peraltro pesa il fardello di un rating sfavorevole di quasi il sessanta per cento che condivide con Trump (sono entrambi sgraditi alla maggioranza dell’elettorato). Così se dalla California dovesse arrivare un segnale forte a favore di Sanders, i democratici non potrebbero ignorarlo.

guido

@GuidoMoltedo

Questo articolo è apparso su il manifesto del 24 maggio 2016         

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