Bernie e Hillary trattano. Più forti i Sanderistas nella convention

ARNALDO TESTI
Quindi, mentre litigavano di brutto in pubblico, dietro le quinte negoziavano da settimane. Com’è ovvio che sia. Voglio dire: le macchine elettorali di Bernie Sanders e Hillary Clinton e la dirigenza nazionale del partito democratico, cioè la (odiatissima dai seguaci di Bernie) chairwoman del Democratic National Committee, Debbie Wasserman Schultz. E negoziavano sulla divisione dei posti, com’è ovvio che sia, sulla composizione degli organi congressuali che gestiranno la convention presidenziale di Filadelfia il prossimo luglio.

In particolare, al centro del negoziato, c’era il Platform Drafting Committee, il comitato che deve stilare il programma ufficiale democratico. Quello che in autunno accompagnerà la campagna elettorale della candidata presidenziale e che, perda o vinca, verrà subito dimenticato. Ma il testo del programma è comunque importante in sé, perché fotografa l’equilibrio delle forze e delle idee all’interno del partito. E che le forze e le idee di Bernie vi siano rappresentate è altrettanto importante, è un segno non scontato di pacificazione e impegno reciproco.

Perché il risultato della trattativa è stato questo. Dei quindici posti nel comitato, cinque sono stati offerti a Sanders, o strappati da Sanders, come volete, comunque da lui accettati. Sei sono di Clinton, più o meno in proporzione ai voti accumulati nelle primarie. I restanti quattro sono di Wasserman Schultz (che è molto clintoniana). Non è normale che le cose vadano così. Di solito fa tutto la presidenza del DNC d’accordo con il candidato designato, è roba sua, tutta del vincitore. Questa volta no. Non male per Bernie – per uno che si è iscritto al partito appena un anno fa.

Le nomine sono già state fatte, ci sono i nomi. E quelli di Bernie sono interessanti, uno per uno, ciascuno un segnale politico.

C’è Cornel West, l’intellettuale afro-americano socialista che in pubblico si comporta da celebrity con la chiacchiera profetica, ma che magari al tavolo di una smoke-filled room è un duro negoziatore, chissà. C’è Keith Ellison, un deputato del Minnesota anche lui nero, il primo musulmano eletto in Congresso, capo del Congressional Progressive Caucus, che si batte per il salario minimo nazionale a 15 dollari l’ora. C’è l’ambientalista Bill McKibben, che lavora sul cambiamento climatico. C’è Deborah Parker, femminista e attivista Native American di discendenza Tulalip/Apache.

E infine c’è James Zogby, arabo cattolico di origine libanese, fondatore e presidente dell’Arab American Institute a Washington, analista e pollster, esperto di Medio Oriente, sostenitore dei diritti dei palestinesi (come lo sono anche West e Ellison). Per alcuni versi Zogby è la figura più controversa: indica chiaramente l’intenzione di Sanders di mettere le mani nella delicata questione della politica democratica verso Israele. Per altri versi, è anche la figura più establishment, interna ai circoli importanti della capitale e del partito, del cui Executive Committee è membro influente.

I cinque Sanderistas sono minoranza, ma possono trovare alleati fra i compagni di lavoro di altra nomina. Fra questi lo stesso chairman del comitato, Elijah Cummings, e la deputata della California Barbara Lee, entrambi neri. Barbara Lee è stata l’unico membro del Congresso a votare contro l’autorizzazione all’uso della forza all’indomani dell’11 settembre 2001. Secondo il settimanale The Nation, “è giusto dire che il drafting committee ha una maggioranza progressista” e che, se lo vorrà, è in grado di prendere in considerazione le domande dei nuovi movimenti.

Insomma, Sanders sembra essere dentro. Il partito riconosce la sua impresa straordinaria, e lui riconosce il partito e, sembra di capire, anche il fatto ormai inevitabile di essere arrivato secondo (sei a cinque almeno) – benché in pubblico non lo ammetta così apertamente.

Il partito è tutto latte e miele, con parole prevedibili. Spera di attrarre e accomodare le correnti anti-establishment risvegliatesi nell’ultimo anno. Con questa inusuale iniziativa, ha detto un dirigente dal nome evocativo, James Roosevelt (pronipote del presidente), i democratici accolgono e danno spazio all’ampio spettro di idee che è emerso durante le combattutissime primarie. “Penso che sia inusuale ma assolutamente necessario perché un partito democratico unificato sarà rafforzato dall’ascolto di tutte le posizioni”.

Anche Sanders è soddisfatto, dice che sarà possibile scrivere un programma

che riflette i punti di vista di milioni di nostri sostenitori che vogliono che il partito affronti i bisogni delle famiglie che lavorano e non di Wall Street

Resta da vedere quale sarà la reazione di almeno alcuni settori di quei milioni di sostenitori, quelli convinti che il partito li stia imbrogliando, e quelli (una minoranza, ma abbastanza consistente) che con il partito e Hillary non vogliono aver niente a che fare. E che possono pensare che Bernie li abbia lasciati al freddo, li abbia venduti.

s200_arnaldo_testi

@ArnaldoTesti

Short Cuts America

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