La geopolitica “anatolica” di Erdoğan

 

Turkish_presidential_election,_2014

In giallo, le province anatoliche dove il leader dell’Akp, Recep Tayyip Erdoğan, ha vinto le elezioni presidenziali il 10 agosto 2014 (51,79 per cento dei voti)

GIANPAOLO SCARANTE
Non ricordo, perlomeno in tempi recenti, un così radicale mutamento di percezione in senso negativo simile a quello avvenuto negli ultimi anni nei confronti della Turchia.

Non molti anni fa, Ankara e il suo leder Recep Tayyip Erdoğan erano additati al mondo quale brillanti esempi di uno sviluppo economico di successo e di un riuscito amalgama di democrazia e islam. Il caso turco veniva addirittura portato ad esempio da imitare, Il famoso “modello turco” oggi del tutto dimenticato, che nel pieno sviluppo delle primavere arabe era insistentemente indicato, soprattutto in Europa, quale percorso ottimale da seguire per i Paesi della riva sud del Mediterraneo.

La Turchia, dopo essere stata per molti decenni un pilastro dell’Occidente e della sua Alleanza militare in funzione antisovietica, continuava quindi a essere funzionale allo stesso Occidente anche se in forme diverse, questa volta sotto il profilo della sua capacità, che sembrava unica nel mondo islamico, di comporre positivamente lo sviluppo economico della sua società, un sistema democratico funzionante e la religione islamica.

Tutto è velocemente cambiato. All’inizio vi sono state le critiche per il “volgersi a oriente” dei suoi interessi economico-commerciali, il suo avvicinamento politico alle potenze orientali emergenti, alle istituzioni di cooperazione economica quali lo SCO (Shanghai Cooperation Organization) e il suo spigliato attivismo regionale che non sembrava più così coerente e allineato ai suoi storici legami europei e pro-occidentali.

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Dalle critiche si è poi passati alle esplicite condanne e Ankara è oggi quasi permanentemente sul banco degli imputati sia per quello che fa all’interno che all’esterno del Paese.
Sul piano interno le si rimproverano l’involuzione autoritaria del partito al governo, incarnato nella forte personalità del suo leader Recep Tayyip Erdoğan, la progressiva limitazione della libertà di stampa e delle libertà individuali e il clima di sempre maggiore intolleranza per ogni forma di dissenso dalle politiche governative.
Le critiche alla deriva autocratica si sommano a quelle per la crescente islamizzazione dei costumi e in generale della società e dello sato turco, che evoca uno spauracchio fortemente temuto da noi europei, una sorta di rovesciamento storico della rivoluzione liberale e occidentalizzante operata quasi novanta anni fa da Atatürk.

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Monumento dedicato ad Atatürk all’ingresso di Smirne

Se aggiungiamo lo scontro ritornato oramai frontale con la componente curda, dopo i falliti tentativi di composizione politica degli anni scorsi con il processo denominato di “dialogo democratico”, le reazioni esagerate, ma che poi si ricompongono abbastanza velocemente, sulla “questione Armena”, da ultimo con Berlino, vediamo quanta distanza vi sia oramai dai tempi in cui si sprecavano le lodi per la Turchia del presidente Erdoğan.

Ma non solo. È proprio sul piano della politica estera -e di quella regionale in particolare- che nette sono state le reazioni critiche alle iniziative del presidente turco, giudicate avventuriste e spesso addirittura in netto contrasto con gli interessi generali della Comunità internazionale. Il suo sistematico appoggio alle espressioni politiche dell’islamismo anche radicale, il suo sostegno politico ai Fratelli Mussulmani in Egitto e a Ennahda in Tunisia, ma soprattutto la sua gestione della crisi siriana è stata giudicata in più di un frangente inaccettabile e pericolosa. A un Occidente spaventato per il dilagare dell’ISIS nel vuoto del caos creatosi in Siria è apparso un Erdogan cinicamente attento ai propri interessi nazionali in funzione anti-curda e pronto a tolleranze se non a vere e proprie collusioni con il risorgente Califfato.

Sono tutte fondate queste pesanti critiche?

La Turchia del XXI è diversa da quella che conoscevamo. Noi occidentali la abbiamo sempre considerata un Paese divenuto irreversibilmente laico grazie all’operato di Atatürk e strettamente legato al campo occidentale, il cosiddetto “bastione della NATO”. Era una nostra idea, alla quale ci siamo col tempo affezionati.

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Summit del G20 ad Antalya, 2015

La Turchia invece, a fronte della parentesi laica e kemalista di circa novant’anni, ha un passato plurisecolare di fortissima impronta islamica. La stessa rivoluzione di Atatürk non ha raggiunto in profondità il Paese, coinvolgendo in prevalenza alcune aree, la costa egea da Istanbul a Smirne, e molto meno la Turchia profonda, quella anatolica che si spinge in direzione delle frontiere con la Siria e l’Iran.

Sono proprio queste regioni le protagoniste dello straordinario sviluppo economico dell’ultimo decennio: una crescita vera ed effettiva, in dieci anni il PIL si è triplicato e la struttura industriale turca è diventata la sedicesima nel mondo e la sesta in Europa. Ma è nata anche una nuova classe economica, composta di piccoli e medi imprenditori, prevalentemente votati all’esportazione, che guardano pragmaticamente ai paesi vicini e molto meno all’Europa. Questa nuova classe economica oggi è di fatto l’ossatura del partito di governo, Adalet ve Kalkınma Partisi (AKP). Essa ha modificato gli interessi di fondo del Paese e ha chiesto una politica estera in linea e coerente con i nuovi interessi nazionali.

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Fabbrica tessile a Gaziantep

È in questo contesto che vanno collocate le ultime vicende della storia turca e la specifica nuova politica estera avviata dal presidente Erdoğan. Essa, modellata sulla nuova dimensione politica ed economica assunta dal Paese, mira alla ricerca di uno spazio politico di influenza nella regione mediorientale e tal fine ha messo insieme in un unico disegno politico le suggestioni del suo passato ottomano, l’attrazione diffusa verso forme di maggiore ortodossia religiosa e il suo rinnovato potere dato dalla recente crescita economica.

Comprenderne le forze profonde non significa naturalmente giustificarne errori e ambiguità, che – come ho accennato poco sopra – non sono pochi e irrilevanti, ma può forse aiutare a impostare una politica di relazioni con la Turchia maggiormente realistica e corretta. Non è il caso, almeno così mi sembra, se ci riferiamo all’accordo euro-turco in tema migratorio. Sull’accordo, voluto dall’Europa a guida tedesca, ho già avuto modo di esprimermi in questa stessa sede: lo giudico politicamente sbagliato e moralmente discutibile. Eviterei quindi di parlare anche questa volta di “modello turco ” da ripetere in altri casi come la Libia, perché sarebbe la seconda volta che incorriamo nello stesso errore con Ankara.

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Profughi in Turchia Fonte: Human Rights Watch https://www.hrw.org/

Ma non vorrei che l’accordo sottintendesse qualcosa di più profondo e complesso: una sostanziale incomprensione politica di quello che è oggi la Turchia di Erdogan. L’accordo, sponsorizzato fortemente dalla cancelliera Merkel, sembra infatti rivolgersi a quella Turchia che non c’è più, la Turchia creduta irreversibilmente laica e filoccidentale che aveva come assoluta e fondamentale aspirazione politica l’ingresso nell’Unione Europea. Quella Turchia la cui economia era controllata da poco più di una decina di grandi famiglie tutte incrollabilmente filoeuropee e non la Turchia delle nuove “tigri anatoliche” che guardano al vicinato e all’oriente quale prioritario bacino economico di espansione e non subiscono alcuna sudditanza psicologica nei confronti dell’Europa.

Se vogliamo dirla tutta, anche il fascino dell’Europa si è molto appannato in questi ultimi anni: la sua immagine presso la politica e l’opinione pubblica turca di club esclusivo dispensatore di diritti e di benessere si è trasformata progressivamente in qualcosa di diverso e molto meno accattivante, complice anche la crisi greca e il modo in cui essa è stata gestita dalla burocrazia brussellese.

In definitiva, impostare da parte europea un’intesa con Ankara sul presupposto che i temi dei visti e dell’adesione consentano di negoziare da posizioni di forza, potrebbe rivelare delle sorprese. Mi sembra che stia accadendo proprio questo.

scarante

Gianpaolo Scarante, Ambasciatore

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