Se anche il NYT scopre che il Kosovo è un hub jiahdista

GIUSEPPE ZACCARIA
Qualche giorno fa il commento del lettore europeo che avesse dato un’occhiata al New York Times sarebbe stato un ironico “ma davvero?”. Il maggior quotidiano americano infatti scopriva nientemeno che il Kosovo è una ciofeca, che a Pristina non c’è democrazia né benessere, non pace né prospettive, che tutto è in mano alle narcomafie e via di questo passo. Tutte cose che le polizia europee sanno benissimo e denunciano da tempo, ma finora gli Stati Uniti avevano finto che non esistessero per non ammettere di aver dato vita a una creatura malformata, se non proprio mostruosa.

La vera notizia non sta dunque nel fatto che il Kosovo è quello che è, ma che un’autorevole fonte americana l’abbia finalmente ammesso, e con grande chiarezza. E se oggi gli Usa scoprono che Pristina è la culla del radicalismo e del terrorismo di matrice islamica in Europa, questo significa che qualcosa sta cambiando anche nei rapporti con chi quel radicalismo l’alimenta e lo finanzia da decenni, ovvero l’Arabia Saudita.

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Partire da Pristina per arrivare a Riyadh potrebbe sembrare pretestuoso, ma seguiteci per un momento e vedrete che non lo è affatto. Rileggiamoci un passaggio del lungo reportage:
 

Ogni venerdì, accanto a una statua di Bill Clinton con il braccio in alto centinaia di giovani uomini barbuti si inginocchiano a pregare sul marciapiede al di fuori di una moschea improvvisata in un ex negozio di mobili,

scrive il NYT, aggiungendo che la moschea è una delle tante costruite con i soldi del governo saudita e responsabili della diffusione del wahabismo , ideologia conservatrice dominante in Arabia Saudita , nei 17 anni trascorsi da quando un intervento a guida americana ha strappato il piccolo Kosovo all’oppressione serba.

Da allora, sotto gli occhi dei funzionari americani, il denaro e l’influenza sauditi hanno trasformato questa società musulmana una volta tollerante in una “pipeline per jihadisti”.

A parte la fase successiva ai “bombardamenti umanitari”, verrebbe da chiedersi di cosa si occupava il New York Times qualche anno prima, quando ad esempio i jihadisti dal mondo arabo vennero a combattere la guerra in Bosnia. Ma forse anche quello va considerato solo un piccolo incidente nella carriera politica di Bill Clinton…

Nei primi anni Novanta bande di “mujaheddin” sponsorizzati dagli stati del Golfo attraverso i cosiddetti enti di beneficenza e agli ordini diretti di bin Laden calarono al centro dei Balcani creando una rete per la futura nascita dell’Islam politico, e facendo allo stesso tempo un po’ di esercizio con le teste dei cristiani serbi e croati molto prima che l’Europa assistesse alla decapitazione dei propri cittadini.

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Milošević e Clinton. In mezzo, a sinistra, Richard Holbrooke e Warren Christopher

Adesso è come se per gli Usa alcune verità nascoste inizino a uscire dalla bottiglia: oggi il Kosovo ha più di 800 moschee, 240 delle quali costruite dopo la guerra per indottrinare una nuova generazione al wahabismo, e sono parte di ciò che gli imam moderati e i funzionari descrivono come una deliberata strategia a lungo termine dell’Arabia Saudita per rimodellare l’Islam a sua immagine, non soltanto in Kosovo, ma in tutto il mondo.

Dispacci diplomatici sauditi diffusi da Wikileaks nel 2015 rivelano un sistema di finanziamento per le moschee, centri islamici e chierici che abbraccia l’Asia, l’Africa e l’Europa. Nella sola New Delhi, 140 predicatori musulmani sono elencati sul libro paga di saudita. Una delle ragioni principali che hanno provocato questa lunga “dimenticanza” sta nel fatto che tutto questo potrebbe portare anche a un collegamento fra l’Arabia Saudita e l’attacco terroristico dell’11 Settembre.

Da due mesi, le ventotto pagine segrete di un rapporto rinchiuso in una stanza nel Campidoglio di Washington si trovano nel centro di una crisi tra l’America e l’Arabia Saudita che rischia di avere ripercussioni gravi e globali.

Il Congresso degli Stati Uniti sta considerando una legislazione che consenta alle famiglie delle vittime degli attacchi alle Twin Towers di citare in giudizio l’Arabia Saudita, e la questione ha gettato una lunga ombra sulla recente visita del presidente Barack Obama a Riyadh, con i sauditi che minacciano di vendere 750 miliardi di dollari di asset americani se il disegno di legge approvato dal Congresso diventerà una legge.

Se passasse, la norma darebbe alle famiglie delle vittime il diritto di citare in giudizio il governo di Riyadh per qualsiasi ruolo abbia giocato negli attentati del 2001, e tanto per rendere la storia ancora più succosa, di recente Rudolf Giuliani, l’ex sindaco di New York, ha dichiarato pubblicamente che un principe saudita gli aveva offerto un assegno da dieci milioni di dollari per convincerlo a distogliere l’attenzione delle autorità statunitensi dal Regno. L’ex sindaco ha detto di aver strappato l’assegno rispondendo: “Il suo denaro può bruciare all’inferno. Il popolo americano ha bisogno di sapere esattamente qual è stato il ruolo del governo saudita negli attacchi: abbiamo il diritto di sapere chi ha ucciso i nostri cari”.

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Moschea in costruzione a Kastrioti/Obilić

Forse bisognerebbe parlare anche del principe Bandar, capo del servizio di intelligence del suo Paese incaricato dal re saudita di organizzare i ribelli siriani, che in una riunione a Mosca, avrebbe minacciato Vladimir Putin di attivare gli islamisti ceceni per compiete attacchi contro le allora imminenti Olimpiadi di Sochi, a meno che il presidente russo non bloccasse il suo sostegno per Assad. Bandar venne respinto da un Putin furioso che minacciò ritorsioni.

Questa dunque è la cornice nella quale il New York Times ha scoperto il Kosovo , ma la vera questione è che gli Usa siano pronti a mettere fine all’accordo con i sauditi o ad aprire una trattativa su basi nuove. Il problema tra due partner nella (geo) politica commerciale si sono acuiti con la decisione di Washington di porre fine alle sanzioni contro l’Iran, tradizionale nemico dei sauditi: questa scelta negli anni a venire potrebbe assegnare a Teheran una vera e propria leadership nella regione, cambiando l’architettura politica di questa parte del mondo per un periodo molto lungo.

Resta dunque difficile credere che negli Usa possa passare il disegno di legge che metta formalmente l’Arabia Saudita nel ruolo di sponsor del terrore: demolire le relazioni con i sauditi e gli altri stati sunniti del Golfo porterebbe a grandi perdite per l’industria di armamenti . Se però davvero dall’altra parte dell’Atlantico ci si volesse vedere più chiaro , magari si potrebbe tornare all’ ex presidente jugoslavo e serbo Slobodan Milošević e al suo processo dinanzi al tribunale dell’Aia, specie a una parte della sua difesa e fino ad oggi mai analizzata.

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Slobodan Milošević alla prima udienza del tribunale dell’Aia, 17 febbraio 2012

Poco prima della sua morte nel carcere di Scheveningen, nel 2003, trapelò il fatto che Milošević avrebbe citato l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton a testimoniare per rispondere alle domande sgradevoli sui crimini di guerra degli Stati Uniti nei Balcani durante la guerra civile. L’ex presidente era “l’unico uomo nella posizione unica di poter esporre in dettaglio la portata del ruolo degli Stati Uniti nella disintegrazione sanguinosa della Jugoslavia nel 1990, e questo è precisamente quello che Milosevic stava cercando di ottenere quando è morto”, ha scritto Jeremy Scahill in un articolo in intitolato “Dormi tranquillo, Bill Clinton, Milosevic non può parlare più”.

Come molti altri corrispondenti di guerra e testimoni di prima mano, Scahill ha definito come crimini sia le circostanze della morte di Milošević sia altri interventi occidentali come il bombardamento della Radio televisione serba con l’uccisione di sedici operatori dei media; il bombardamento del mercato di Nis; l’uso di munizioni all’uranio impoverito; gli attacchi di impianti petrolchimici che hanno provocato rifiuti chimici tossici riversati nel Danubio; il bombardamento di profughi albanesi da parte degli Stati Uniti; la distruzione deliberata di un treno passeggeri o il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado.

Ma, con o senza la testimonianza di Clinton, Milošević stava preparando il caso della presenza di Al Qaeda nelle guerre civili in Jugoslavia dalla Bosnia al Kosovo. Dopo la sconfitta dei sovietici in Afghanistan nel 1980, molti mujahedin si trasferirono in Jugoslavia, dove andarono a combattere a fianco dei musulmani bosniaci contro i serbi ortodossi e croati cattolici. Ancora una volta, gli Stati Uniti e Bin Laden erano nella stessa squadra, ha scritto Scahill.

Milošević aveva dichiarato al tribunale internazionale:

Nel 1998, quando l’inviato di Clinton Richard Holbrooke ci fece visita a Belgrado, gli fornimmo le informazioni a nostra disposizione, che nel nord dell’Albania Uck era sovvenzionato da Osama bin Laden, che curava l’inserimento, la formazione e la preparazione dei membri di questa organizzazione terroristica in Albania. Tuttavia, gli Usa decisero di collaborare con l’Uck e, indirettamente, di conseguenza, con bin Laden, a cui pure avevano dichiarato guerra dopo le bombe contro le ambasciate in Kenya e Tanzania.

Ma se non si vuole dar credito a Milošević, allora si può rispolverare il caso Rasim Delić, sempre trattato all’Aia, e riguardante un generale dell’esercito bosniaco: in quel processo è registrata la testimonianza di Ali Ahmed Ali Hamad, già guerrigliero nella formazione El Mujaheddin che faceva parte dell’esercito bosniaco restando sotto la guida di Osama bin Laden. A pagina 4 della sua testimonianza , il guerrigliero racconta:

Mi sono unito alla brigata El mujaheddin che era sotto il comando di Osama bin Laden e faceva parte dell’organizzazione conosciuta oggi come al Qaeda, quindi ero un combattente di al Qaeda

La testimonianza è dettagliata e descrive organizzazione, collegamenti, finanziamenti e agenda dell’organizzazione terrorista più pericolosa del mondo non solo per i cristiani ma anche per il mondo musulmano moderato.

Insomma, prendendosela tutt’a un tratto con l’Arabia Saudita, il New York Times ha dimenticato di raccontare la storia dall’inizio. Ma almeno ha fatto un primo passo significativo.

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Giuseppe Zaccaria

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