“Le ragioni del mio sì”. Conversando con Beppe Vacca

beppe

CLAUDIO MADRICARDO
Filosofo del diritto, studioso del marxismo, deputato del PCI e dirigente del Partito Democratico della Sinistra. Ora, quasi a voler marcare la sua lontananza dalle dinamiche ai vertici del partito, semplice iscritto del Pd al Circolo di piazza Verbano. Candidato sindaco a Bari per il centrosinistra nel ’99, presidente dell’Istituto Gramsci e del Comitato del si del Lazio per il prossimo referendum. Di Beppe Vacca, che rivendica orgogliosamente il suo essere un vecchio comunista italiano, togliattiano e perciò gramsciano, si parla anche come possibile Presidente del Comitato Nazionale del si. Le cui ragioni, in una campagna referendaria che si preannuncia lunga e che impegnerà il dibattito politico nel Paese nei prossimi mesi, ha spiegato nel corso di una lunga conversazione che riportiamo.

Da molte parti, anche tra i sostenitori del sì, si afferma che questa revisione costituzionale avrebbe potuto essere fatta meglio. Anzi, uno dei cavalli di battaglia dei comitati per il sì è che è meglio una revisione malfatta, piuttosto che attendere tempi biblici per una revisione migliore. La riforma è stata approvata con il voto di maggioranza semplice. Quindi il testo non è criticabile per l’effetto di concessioni o pasticci conseguiti a una mediazione. Secondo te, che cosa ha impedito di fare una buona riforma negli stessi tempi di questa revisione?
In primo luogo il fatto che le riforme, e specialmente le riforme costituzionali, siano sempre perfettibili è perfino triviale e banale. Ciò è vero sempre. In secondo luogo nel parlamento che si è venuto formando con le leggi variamente maggioritarie o semi maggioritarie dopo la fine della cosiddetta prima repubblica è pressoché impossibile pensare a riforme della Costituzione operate in base all’articolo 138 che possano essere così trasversali da esprimere più o meno l’intero arco della rappresentanza. Lo strumento canonico per riformare ampiamente la parte ordinamentale della Costituzione sarebbe quello di una commissione costituente o di una assemblea costituente. Eletta direttamente con voto proporzionale e con compiti definiti sia pure per passare poi al vaglio parlamentare. Questo è stato impossibile a farsi in questi vent’anni. Quando si è proceduto nel 2001 con la riforma del Titolo V e poi con queste riforme del bicameralismo e della competenza concorrente tra stato e regioni lo si è fatto a maggioranza. E come è ovvio in questi casi e come la stessa legge prevede, con il ricorso al referendum confermativo senza quorum.

Tra i motivi di urgenza addotti c’è quello di superare il bicameralismo perfetto, per accelerare l’iter di approvazione delle leggi. È così?
Questa è un’urgenza ormai stantia. Il bicameralismo paritario, dagli anni in cui comincia la crisi dei sistemi democratici nazionali ovvero all’incirca dagli anni ’70, è più o meno una palla al piede che ci trasciniamo. Non si vede perché il processo legislativo debba avere i tempi raddoppiati quando l’intero sistema di garanzie offerto dall’architettura costituzionale non lo rende necessario. Rimane la forma del governo parlamentare, rimangono i poteri del Presidente della Repubblica e quelli della Corte costituzionale. È una sopravvivenza anacronistica che purtroppo si è fatta tanta fatica a eliminare, ma oramai si è eliminata.

Come concili questa supposta esigenza con il dato oggettivo costituito dal fatto che uno dei problemi più gravi del Paese è il numero eccessivo di leggi promulgate negli ultimi decenni? Se non ricordo male, abbiamo avuto perfino dei ministri ad hoc per sfoltirle. E mi pare del tutto assodato che la qualità delle leggi dipende da quella dei parlamentari e non dalla Costituzione. Ritieni che la velocizzazione dell’iter possa effettivamente aiutare?
Questa è un’altra questione. Che Il nostro paese sovrabbondi di legiferazione è una vecchia storia. Si può paradossalmente dire che tanto più un paese abbonda di legiferazione, quanto minore è l’incollatura o l’incidenza del sistema politico col sistema organizzativo dello Stato. Il che è un altro problema storico della democrazia italiana. La prima commissione per studiare la riforma dell’amministrazione risale ai primi anni ’60. La prima reale riforma dell’amministrazione, se si esclude la nascita delle Regioni, si deve soltanto agli ultimi tempi e a questo parlamento eletto nel 2013. La qualità delle leggi, ovvero il modo in cui si scrivono, è a sua volta una conseguenza di una ulteriore scollatura. Possiamo dire dopo circa trent’anni che la selezione della classe dirigente che viene fuori con questo groviglio di leggi che abbiamo dato al paese è progressivamente regressiva. Il che non è un bisticcio casuale. Di qui anche la qualità del dettato, la qualità dei testi che vengono fuori. Perché questo tipo di rappresentanza parlamentare fa fatica a interagire con una relativa continuità e alta qualità dei nostri uffici burocratici. Quindi è un’altra questione. Su tutto questo l’eliminazione del bicameralismo paritario dimezza i tempi. Probabilmente nel combinato disposto che c’è con la nuova legge elettorale, inverte la tendenza alla progressiva dequalificazione della classe politica intesa come rappresentanza parlamentare.

Molti dei provvedimenti del governo Renzi sembrano caratterizzati, e penso al Senato o ai consigli metropolitani, dall’istituzione di organi elettivi di secondo grado. Se il nuovo Senato avrà un ruolo effettivo, non credi che i consiglieri regionali e i sindaci chiamati a comporlo faranno molta fatica a non trascurare i ruoli per i quali i cittadini li hanno eletti?
Secondo questa nuova configurazione del senato, a ciascuna regione spetterà due al massimo tre componenti del Senato delle autonomie. Uno di questi componenti sarà il sindaco della città capoluogo. Quindi è presumibile che il nuovo Senato sarà composto dai presidenti delle regioni e dai sindaci delle maggiori città capoluogo e poco altro. Questo tipo di personale per l’interazione che c’è tra sistema delle autonomie e governo centrale, già attualmente, e particolarmente i presidenti di regione, trascorre e deve trascorrere nella capitale metà del suo tempo ogni settimana a contatto col governo.

Un sostenitore critico del sì, mi riferisco a Massimo Cacciari nell’intervista rilasciata a Ezio Mauro su la Repubblica, dice che a spingerlo a votare a favore lo muove una sorta di “responsabilità repubblicana”. Oltre alla constatazione del fallimento dei tentativi riformistici che ha connotato la generazione cui appartiene. Sembrerebbe che in questi decenni non si sia fatto nulla. Il 29 maggio Gianfranco Pasquino gli ha risposto dalle colonne del Fatto che in questi anni sono state prodotte dal parlamento ben due leggi elettorali, il Mattarellum e il Porcellum, si è andati all’approvazione della legge per l’elezione diretta dei sindaci, si sono aboliti quattro ministeri, eliminato il finanziamento statale dei partiti e si è steso un nuovo Titolo V della Costituzione. Stando a questa lista, non sembrerebbe che si sia cincischiato e che questo parlamento bicamerale non abbia prodotto riforme. Non ti sembra invece che tutto sommato a spingere a votare sì ci sia in fondo la paura di una crisi di governo e di nuove elezioni anticipate?
I dati che enumera Pasquino sono inoppugnabili. E sono una delle spiegazioni del perché questo Paese è immobile. Vittima di una evoluzione del suo sistema politico. A cominciare dalla riforma del Titolo V della Costituzione e della configurazione che ha preso il sistema regionale, che ne impedirebbe comunque il decollo e perfino il governo. Per cui non è un confronto quantitativo fra le riforme fatte e quella attuale che andrebbe votata turandosi il naso. Questa è una riforma molto diversa e comunque una inversione di tendenza rispetto alla serie che Pasquino ha ricordato. Che è una serie cumulativa di disastri per il nostro Paese. Sempre più frammentato, smembrato, con una moltiplicazione di centri di governo che quindi non governano. O comunque con una concorrenza o conflittualità tra il locale e il nazionale che rende estremamente difficile la centralizzazione, che è un elemento fondamentale del governo nazionale, per stare in un processo di costruzione della soprannazionalità europea. Che è un processo di integrazione per competizione.

Tra l’altro se ne vede la voglia soltanto di recente, da quando si è smesso di dire “quale Italia nell’Europa di Maastricht? Che cosa ci chiede l’Europa?” E si prova invece a dire “che tipo di Europa vogliamo?” Se non altro per l’esperienza del resto confermata di recente che una crisi sistemica italiana di carattere economico, tipo il debito, o di carattere funzionale impatta immediatamente in una crisi dell’Europa. Quanto meno dell’Europa dell’euro. Per cui io non voto si per le ragioni di Cacciari. Voto si perché convinto della qualità sistemica, riformatrice di questo spicchio, perché mi immagino che sia soltanto il primo passo, di riforme costituzionali sensate e utili al Paese.

L’esito del primo turno delle recenti elezioni amministrative ha portato la maggioranza dei commentatori politici a parlare di un indebolimento di Matteo Renzi. Tu prima parlavi dell’Italicum su cui molti, che sarebbero anche disposti a votare sì alla riforma costituzionale, nutrono forti perplessità alla luce del combinato disposto della revisione della Costituzione e della nuova legge elettorale. La critica che per lo più viene espressa è che avremo un parlamento di nominati, dove il ruolo della maggioranza che sta al governo sarà schiacciante. Anche la sinistra del Pd ha chiesto un cambio dell’Italicum ottenendo una netta chiusura da parte di Renzi. Pensi che il recente indebolimento porterà il segretario del Pd nonché Presidente del Consiglio ad ammorbidire la sua posizione?
Questa storia del parlamento di nominati è una bella storiella. Un parlamento di nominati l’avevamo soltanto col Porcellum. Se poi per parlamento di nominati si intende comunque una garanzia che qualunque legge elettorale deve dare ai gruppi dirigenti dei partiti e alle segreterie di assicurarsi una fascia di parlamentari che non sono designati dal basso ma dall’alto per garantire la continuità della tenuta nelle istituzioni del partito attraverso la sua rappresentanza e anche una sua competenza ed esperienza, questo c’è sempre stato. A cominciare dalla legge elettorale più perfetta che mai abbiamo potuto avere, che era il proporzionale puro. Quando i partiti avevano la forza di garantire comunque un venti venticinque per cento minimo tra gli eletti che erano i deputati della direzione del partito. Non erano i deputati dei territori. Quindi questa è una superfetazione polemica.

In secondo luogo, io non so che cosa pensi Renzi. Io do un giudizio molto positivo sull’Italicum perché inverte una tendenza anti partitica con cui è nata la Seconda Repubblica. In quanto, a cominciare dalla regola delle regole che è la legge elettorale, prevede come attore del sistema democratico il partito politico. Eliminando il premio di coalizione sia nella forma propria del Mattarellum, sia nella forma “improprissima” del Porcellum, che è esattamente l’incentivo alla moltiplicazione di partiti e al valore aggiunto del potere di veto dei partiti minoritari. Fino all’invenzione di partiti che non son partiti, ma liste che si presentano come tali per dar vita alle coalizioni. Basta vedere le ultime elezioni a Roma con la moltiplicazione delle liste civiche.

Non so cosa Renzi abbia in mente. Io penso che sia un’ottima inversione di tendenza quella di rischiare anche di perdere in base al fatto che ci dovrebbe essere ormai in via di consolidamento un cosiddetto tripolarismo. Sono tutte considerazioni politiche importanti ma di carattere congiunturale e non sistemico. Sistemico vuol dire avere il coraggio e anche la dignità di una funzione costituente. Se poi io fossi in Renzi, accelererei la legge sui partiti che finalmente li metta in linea con la Costituzione. La renderei molto coerente con l’Italicum. Faccio l’esempio concreto della regolamentazione delle primarie come obbligatorie per tutti e non facoltative. L’altra cosa che farei è quella di mettere mano alla Costituzione per applicarla nel caso dei sindacati. Perché il sindacato, che deve pur fare da solo attraverso la capacità di rinnovare la rappresentanza dato il punto di delegittimazione cui è arrivato, bisogna spingerlo verso la sua rilegittimazione democratica e nel senso di un processo unitario. Questa è la risposta concreta a chi teme gli effetti eccessivamente centralizzatori dell’Italicum.

Una domanda più personale. Tu ricopri il ruolo di presidente del Comitato per il sì del Lazio e di presidente dell’Istituto Gramsci…
Non hanno nessun rapporto tra di loro. Io al Pd sono un iscritto al Circolo di piazza Verbano e basta.

Quindi non c’è nessun conflitto tra i ruoli?
Io non sono lì a rappresentare l’Istituto Gramsci.
Io sono lì a rappresentare il professor Vacca che è un vecchio comunista italiano, togliattiano e perciò gramsciano. E che vuole molto bene al Pd perché pensa che sia la principale risorsa per qualsiasi prospettiva futura e presente dell’Italia.

 Claudio Madricardo

@claudiomadricar

Una risposta a ““Le ragioni del mio sì”. Conversando con Beppe Vacca

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...