In difesa del calcio “italiano”

UMBERTO ZANE
Chiamateci nostalgici di un calcio (italiano) che non c’è più, o persone con i piedi poco per terra (visto che la stessa fine stanno facendo tante aziende italiane di altri settori vittime del mercato globale) ma ci fa davvero male al cuore constatare come le nostre squadre più amate e prestigiose, stiano diventando sempre più società su cui speculare da parte degli investitori stranieri, specie dei “nuovi” ricchi: da comprare quando il prezzo è basso e rivendere alla prima occasione in cui si presenta un guadagno.

Alla faccia dei milioni di tifosi che le seguono e a cui era stato magari propinato che con questa operazione i loro amati colori sarebbero tornati a trionfare in Europa e nel mondo.
L’operazione compiuta dal miliardario indonesiano Thoir con l’Inter, a questo riguardo, è stata finanziariamente ineccepibile.
Ora la palla è passata ai cinesi, che comunque, perlomeno, hanno spiegato bene, al di là dei commenti trionfalistici, la loro strategia: l’obiettivo è di avere una squadra più forte, ma solo perché la società nerazzurra deve servire da veicolo pubblicitario per lanciare anche sui nostri mercati i loro prodotti.

Insomma: più vittorie uguale più visibilità. Ma quando i successi dell’Inter avranno contribuito allo scopo primario degli investitori cinesi, cosa avverrà?
Ecco perché tifo affinché Berlusconi non venda (e non solo perché “i cinesi mangiano i bambini”): meglio un Milan, un’Inter, o qualsiasi altra squadra del nostro campionato con ambizioni magari limitate in ambito internazionale ma italiana, sia nei dirigenti che nella rosa dei giocatori, piuttosto che nelle mani di affaristi stranieri, che non pensano certo ai sogni e alle aspirazioni di milioni di tifosi, ma solo a ricavarne il maggior utile.

Il “cavaliere” per assurdo rischia di diventare il paladino di un calcio che non c’è più, e che è stato proprio lui a contribuire per primo a cambiare. È stato il primo a gestire una società calcistica in maniera manageriale, a capire e a sfruttare le potenzialità del mercato televisivo, a lanciare il marchio “Milan” a livello commerciale. Per questo gli servivano però le vittorie: ecco quindi le rose “lunghe” per essere sempre al top, l’acquisto sul mercato internazionale dei giocatori stranieri più bravi, il conseguente “boom” degli ingaggi.

Operazioni le sue che hanno avuto un impatto straordinario su tutto il movimento calcistico italiano. Dapprima positivo, con l’entrata in scena di nuovi imprenditori, investimenti elevati e lievitazione dei costi di gestione, che hanno portato le nostre squadre a primeggiare per vari anni in Europa.

Ma poi l’effetto boomerang: società sempre più in difficoltà a far quadrare i bilanci, costi ormai insostenibili, ricavi in calo. Le crescenti difficoltà della nostra economia e qualche “crack” eccellente, come quello di Cragnotti (che ha messo in ginocchio due società “emergenti”, e che sembravano sino a quel momento “modello” come Parma e Lazio), hanno sancito l’inevitabile cambio di rotta.

Non più denaro da investire, ingaggi da ridurre, con conseguente “fuga” dei talenti stranieri all’estero, perdita di competitività del nostro campionato, anche come “appeal” televisivo.
Oggi quello che era “il campionato, se non il più bello, il più difficile del mondo”, viene seguito poco all’estero: non solo in Europa, ma anche nei Paesi “emergenti”, dei nuovi ricchi.
In Russia come in Cina, si spendono molti più soldi per acquisire i diritti televisivi dei campionati inglese, spagnolo o tedesco, che per quello italiano. Un Barcellona-Real Madrid o un Manchester-Chelsea sono molto più seguiti che un Inter-Juve.

Calciatori_panini_francobollo

La penetrazione dei “brand” calcistici italiani in questi mercati è quindi surclassata da quella dei club inglesi o spagnoli, che contano in loco molti più loro “tifosi”.
Non è un caso che il nostro calcio non sia stato per anni preso in considerazione dagli investitori esteri dei Paesi “emergenti”.
Lo è adesso solo perché è diventato molto conveniente: società storiche finanziariamente ormai asfittiche possono essere acquisite a costi quasi di saldo, e, una volta risanate, anche solo in parte, rivendute acquisendo un discreto guadagno.

mondiali1_big

Gli investitori asiatici, in questo senso, sembrano proprio i più decisi e i meno privi di scrupoli.
Se il magnate russo Abramovich al Chelsea, o lo sceicco Mansour al Manchester City, hanno avviato comunque dei progetti in corso già da varie stagioni, questo sembra più difficilmente attuabile, per le ragioni prima descritte, in Italia.
Dove sinora erano arrivati, per quanto riguarda le società maggiori, comunque solo gli americani.
Diamo merito a Pallotta, a Roma, di aver comunque risanato la società, facendola rimanere a livelli di eccellenza, almeno in ambito nostrano. Il progetto, avviato nel 2011, sembra poter continuare, anche se i finanziamenti appaiono ora ridotti, e qualche cessione eccellente già si profila all’orizzonte.
Sicuramente la situazione pesante di bilancio dei nostri maggiori club non aiuta chi voglia acquisirli per riportarli in alto.

Non è forse un caso che Joe Tacopina, dopo l’esperienza e i ruoli importanti ricoperti prima nella cordata che ha acquistato la Roma e poi in quella che ha rilevato il Bologna, abbia deciso di ripartire dal basso, col Venezia, lo scorso anno, in quarta serie.
Un Venezia reduce curiosamente dall’esperienza a luci (poche) ed ombre (molte) con un altro imprenditore straniero, in questo caso russo, Korablin, chiusasi con un fallimento (l’ennesimo dopo l’addio di Zamparini).

Senza debiti da coprire, nella nuova società che è ripartita dalla quarta serie, Tacopina ha avviato un progetto pluriennale che sembra poter avere solide basi. E che nelle intenzioni dovrebbe riportare il Venezia in pochi anni nel calcio che conta.
Avvalendosi dell’esperienza di un direttore sportivo come Giorgio Perinetti la società lagunare ha centrato subito la promozione in Lega Pro e ora sta costruendo una squadra stellare per tentare subito l’assalto alla serie B: l’ingaggio come allenatore di Pippo Inzaghi e l’arrivo di un giocatore dalla massima serie come Domizzi sono stati già i primi roboanti colpi di mercato.
L’obiettivo è di arrivare in A entro tre anni… poi si vedrà.

roma

A Bologna intanto la cordata guidata da Joey Saputo, che ha in mano la società dall’ottobre 2014, punta a fare un altro piccolo salto di qualità, magari col sogno di una qualificazione ad una coppa europea.
Una politica di piccoli passi che sembra in ogni caso molto più credibile di quella roboante che viene prospettata periodicamente quando è in vista la cessione di una grande società ad un investitore straniero.
Una politica che peraltro stanno facendo da anni presidenti “illuminati” italiani. Le esperienze dell’Udinese e del Chievo sono ancora poco studiate, e seguite, dal resto del movimento calcistico nazionale. Ad esse si affianca quella del Sassuolo di Giorgio Squinzi che a piccoli passi, e puntando soprattutto su giovani giocatori italiani, è ormai alle spalle delle società nostrane più blasonate: affronterà infatti nella prossima stagione la sua prima coppa internazionale, l’Europa League.
Forse proprio dall’intelligenza, dall’oculatezza negli investimenti, e dal cuore dei nostri presidenti e dirigenti può partire una nuova età del calcio italiano.

umberto zane

Umberto Zane

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...