Matteo Mao e Renzi Deng

RV-AE643_DENGXI_G_20111021022410.jpgCara ytali.,
la rivoluzione renziana – a me vecchio maoista d’altri tempi e lontano dal mio paese ormai da decenni – mi aveva elettrizzato, specie agli inizi, ricordandomi, sì, lo confesso, la rivoluzione culturale del Grande timoniere. La famosa esortazione alle giovani guardie rosse: “bombardate il quartiere generale”. L’invito ad abbattere i “quattro vecchi”: vecchi pensieri, vecchia cultura, vecchie consuetudini, vecchie abitudini. In quest’Italia post ideologica e post-tutto, slogan come rottamare, asfaltare – e la rabbia incontenibile che producevano nella nomenklatura e nelle caste, essì, nel “sistema” – erano una ventata di aria rivoluzionaria. Uno scossone salutare che non potevo non associare – politicamente no, ma mentalmente sì – con la fase rivoluzionaria maoista.

Ero totalmente d’accordo con la necessità proclamata di sbriciolare lo status quo, tenuto in piedi, come nella Cina premaoista, da un sistema ossificato, costituito allora dal vecchio PCC e ora, in Italia, da reti di interessi diversi e perfino antagonisti ma convergenti nel mantenimento, appunto, di una sostanziale immutabilità, impermeabile a ogni trasformazione. Un sistema che va da quel che resta dei miei ex-compagni di Rifondazione fino agli accademici che truccano i concorsi e pontificano contro la politica corrotta, non vedendo l’ora di entrarci loro; dalle caste burocratiche agli ordini professionali che solo in Italia esistono, e così via, fino a sindacati che campano con il tesseramento dei pensionati, ai giudici che non vogliono essere giudicati, ecc.
Al Grande timoniere successe, dopo la parentesi di Hua, Deng Xiaoping, quello indifferente al colore del gatto: “Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi”. Le icone di Mao ci parlano oggi di un culto quasi divino del Presidente, ma sappiamo che della Cina maoista rimane ben poco e solo il peggio.
Ecco, per restare all’analogia, il Renzi che va a palazzo Chigi e che fa accordi con il gattone Denis Verdini è il Renzi diventato denghista che butta via il libretto rosso e tradisce la sua rivoluzione. E infatti, anche molti che avevano “capito” il suo messaggio di rinnovamento radicale, adesso lo considerano come Deng e gli preferiscono – io stesso – “Mao” Grillo, quello dell’attraversamento a nuoto dello stretto di Messina e che prosegue solitario “la lunga marcia” nella purezza di una solitudine politica che gli elettori apprezzano e considerano la massima virtù del Movimento 5 Stelle.
cordialmente
Gianni P. Tolatti

Caro Tolatti,
L’associazione di Renzi con Mao e con Deng è a dir poco ardita, ma si capisce che cosa voglia dire. E credo che una risposta le sia già arrivata da Renzi stesso, che ha rispolverato il linguaggio insurrezionale degli esordi, minacciando di usare “il lanciafiamme” per riprendere in mano la situazione nel suo partito.

Ma è chiaro che la battuta di Renzi tale resta se non è l’avvio di una nuova campagna “maoista”.

Il tema proposto da Tolatti è, più in generale, quello della “narrativa smarrita”. A cui segue l’inevitabile interrogativo: può recuperarla, quella narrativa? Può, Renzi, darle nuovo smalto? Può inventarsene una nuova, altrettanto attraente, che gli consenta di riacciuffare i delusi della “sua base”? O alla fine sarà costretto, come in tanti gli suggeriscono, di venire a patti proprio con quegli avversari che quella narrativa hanno fortemente contrastato?

Se lo facesse, sarebbe il solito rito del “caminetto”, la riedizione del sinedrio dei ras, come si usava ai tempi della vecchia politica, di quando lei viveva ancora in Italia, e di cui, mi pare, solo i politici di professione siano nostalgici. Era il rito che sanciva uno stop e l’inizio di un nuovo “percorso”, parola magica nella sua indefinitezza ma chiara nella sua intenzionalità, e per questo adorata dai vecchi politici. Chi allargava troppo il suo spazio di leadership (vedi De Mita del doppio incarico) era invitato prima con le buone poi con le cattive a negoziare una nuova spartizione con i capicorrente che erano stati emarginati o che temevano di poterlo essere.

È evidente che tutta la campagna martellante dell’“uomo solo al comando” iniziata dalla minoranza interna fin dal “Day One” della segreteria Renzi, a questo è finalizzata: punta a un consistente ridimensionamento della sua leadership e a una gestione “collegiale” del Pd.

Dopo il voto di domenica scorsa, questa linea trova uno slancio propulsivo molto forte.

L’operazione di sostituzione dei voti del dissenso interno con quelli di Ala ha indubbiamente funzionato tatticamente. Ma ha innescato un altro processo che i renziani non hanno saputo o potuto controllare.

Certo, ci sono aspetti che sembrano sfuggire alla logica politica.
Tra chi l’ha attaccato più duramente c’è anche chi ha fatto parte del governo Monti¸ chi ha votato leggi e misure impopolari, chi, non nella preistoria, ha bombardato la Jugoslavia, chi ha ingoiato rospi d’ogni dimensione, eppure è riuscito a trasformare il sostegno di Verdini in un abbraccio osceno. Il bacio della morte.
Matteo e i suoi strateghi hanno sottovalutato sia l’incredibile forza penetrativa di questa contro-narrativa sia il suo intreccio con l’altra linea offensiva basata sull’esclusione della sinistra interna che è stata in realtà anche auto-esclusione calcolata.

Privilegiando una strategia condotta dalla stanza dei bottoni, inevitabilmente destinata a diventare “denghista”, e rinunciando a rompere il quadro andando subito al voto, dopo il successo delle europee, Renzi ha sopravvalutato se stesso e sottovalutato gli avversari.
Ha soprattutto sottovalutato la loro determinazione ad andare fino in fondo. Che militanti e dirigenti provenienti dal Pci abbracciassero l’estremismo del tanto peggio tanto meglio, era difficile da mettere in conto. Ma non da chi predicava la rottamazione e, adesso, minaccia il lanciafiamme. Che politici navigati come D’Alema e Bersani non siano consapevoli che tagliare il ramo su cui è Renzi, significa tagliare il ramo su cui si trovano pure loro, anche questo era difficile da immaginare. Ancor meno che non si rendessero conto che tutto questo porta acqua, come si è visto domenica scorsa, al mulino grillino.

Di qui al 19, Renzi dovrà avere un colpo… d’ala per uscire dal sandwich Verdini-sinistra interna, liberandosi da Ala senza venire a patti con chi si ostina a trattarlo non come il segretario con cui si dissente ma come il leader abusivo di cui liberarsi al più presto.

Non è nostro compito dare suggerimenti né sarebbero benvenuti. Ci limitiamo a fotografare un impasse straordinariamente complicato per Renzi, che però è anche un passaggio dirimente per chiunque, pur dalle posizioni più critiche, consideri importante che continui a esistere in Italia un grande partito della sinistra, temendo che il vuoto politico lasciato da un suo drastico ridimensionamento e da una grave crisi di leadership sia riempito da forze rese tali solo dalla debolezza di un mondo politico ormai evanescente.

GM

2 risposte a “Matteo Mao e Renzi Deng

  1. Santa ingenuità dei maoisti! Ma è mai possibile che si lascino sempre abbagliare dagli slogan e non capiscano che la politica, piaccia o no a loro, a noi o a tutti, è l’arte del possibile? Ma come non capire che i pentastellati maoisti di oggi saranno a loro volta denghisti di domani, se e appena cominceranno a dover affrontare i problemi concreti di governo? Ma il Djugasvili del ’14 era lo Stalin del ’35 (che ad ogni modo io preferisco?). E il Mussolini anticolonialista del 1911 era il socialista interventista (come Salvemini e Matteotti) del ’14, il socialista eretico-rivoluzionario del ’19, il Fondatore dell’Impero del ’36 e il teorico neosocialmassimalista della socializzazione del ’44? Ma si può sapere come ragiona la gente? E poi, lasciamo perdere i tradimenti: la prassi politica non è né una patria né una fede; a un’idea politica si offre il proprio consenso critico, non si giura fedeltà eterna. Franco Cardini

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