Unicità di Venezia?

GN000928ANTONIO ALBERTO SEMI
Adesso che Venezia muore, mi fa un po’ ridere (non sorridere) la ricorrenza di termini come “specificità” o “unicità” usati a volte per rivendicare la necessità di uno statuto anche giuridico che consenta alla città di fruire di una eguaglianza con le altre città. Perché è chiaro – lo è sempre stato – che imporre le stesse regole a realtà differenti significa distruggere quelle realtà che sono “troppo” differenti. Tanto per dire, nel 1966 l’alluvione inondò tutte le centraline elettriche della città perché rispettavano la norma nazionale che le voleva ad una certa quota, non tenendo conto del fatto che qui a volte l’acqua alta… Oppure mi fa rabbia che l'”unicità” di Venezia divenga un brand da usare per attirare un numero ancora maggiore di visitatori.

Ma è bene chiedersi innanzitutto quale processo psichico sia accaduto perché questa unicità – nel senso di differenza rispetto a tutte le città di terraferma – sia potuta essere negata. Per decenni, siamo stati inondati di polemiche (a mio avviso stupide) contro l'”insularismo” e di dimostrazioni presunte relative alla unicità sì ma nel senso di “tutt’uno” delle due città – Venezia e Mestre. Che ovviamente hanno intrecci di tutti i generi ma altrettanto ovviamente (ora lo si ammette, ma solo in parte) sono due città differenti. Negare questa evidenza percettiva è stato grave dal punto di vista della psicologia sociale, perché dire a una popolazione “quello che vedete non è vero” ha un effetto destrutturante.

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Ma negare l’evidenza è stato anche funzionale alla negazione del disastro demografico tuttora in atto: gli abitanti attuali sono un terzo di quelli di sessant’anni fa però, se l’isola di Venezia è solo un quartiere del Comune di Venezia, si tratta di spostamenti fisiologici da un centro storico ai quartieri residenziali. Inutile – o classificato come demagogico – parlare di esodo o di esilio. Adesso – ma lo dicevo già vent’anni fa, ossia era un dato evidente già allora – si comincia a comprendere che però senza i veneziani non ci sarà più Venezia. Temo che questa riscoperta sia effettuata in base all’ideologia corrente cioè in termini di schei: senza un po’ di popolazione la città si distrugge anche materialmente e quindi questo arrecherebbe un danno anche per chi a (e su) Venezia ci ha sempre guadagnato.

Guardare in faccia la realtà è però scomodo, perché la realtà è difficile e per comprenderla servono categorie diverse da quelle usate abitualmente. È interessante che, se si guardano gli articoli fin qui pubblicati su ytali [link agli articoli a fondo pagina], si parla di ragioni economiche, si usano argomenti giuridici, urbanistici, politici generali ma non si parla dei veneziani. Ad esempio: in cosa sta la differenza tra il vivere a Venezia e vivere a Mestre (o a Milano, o a Parigi)? E cosa implica questa differenza per i singoli cittadini? Sono domande che non vengono poste perché di Venezia si vogliono vedere le pietre, le opere d’arte, le navi, il moto ondoso, l’acqua alta, le fonti di entrate, non quegli scocciatori lamentosi che sono i suoi cittadini. I nostri amministratori – non solo Cacciari – si sono specializzati a loro volta in lamentele sui cittadini (come se non fossero stati loro ad eleggerli). Eppure una città è fatta di cittadini, non di pietre e di arte. Banale fin che si vuole ma vero. Dunque le due domande qui sopra attendono risposte.

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E la questione del referendum può essere vista anche da un punto di vista democratico: come attuare una rappresentanza effettiva di questa popolazione? È un punto di vista desueto, oggi quasi tutti puntano al problema della governabilità ma, nonostante tutto, è importante che in un regime democratico i cittadini si sentano rappresentati. Ora, per dirla favorendo il sorriso, “veneziani” e “campagnoli” vanno rappresentati per quel che sono, riconoscendo le caratteristiche loro. Che possono essere diverse e non così banalmente. È lo stesso, ad esempio, per un bambino crescere a Venezia, senza auto, con poco verde e molti monumenti, con molta libertà di movimento o invece crescere in terraferma? O, per un adulto, vivere in una città pedonale e magari poco attrezzata , con tutte le opportunità di incontro ma con le scomodità di trasporto che questo implica – a partire dalla rarità degli ascensori- man mano che invecchia? Intendo dire: la forma della città non influisce forse anche sulla forma mentis? Forse qualche urbanista potrebbe essere d’accordo con me. A me piacerebbe poi che uno psicologo sociale facesse una ricerca sul senso e sulle forme dell’umorismo tra quel che resta della popolazione veneziana. Credo sarebbe interessante. Forse qualche urbanista – ripeto – potrebbe essere d’accordo con me circa il fatto che la forma urbis influenzi la forma mentis ma gli economisti (che sono perlopiù accecati dalla loro ottica) trarranno motivo di tristezza: per quanto facciano per convincerci ad abbandonare la città, la forma stessa della città obbligherà i superstiti o i nuovi arrivati ad elaborare modi particolari di pensare. La soluzione vera sarebbe quella di riuscire a svuotare del tutto la città ma, come si è visto, ciò sarebbe per ora antieconomico.

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Eppure – strano ma vero – le ricerche sui veneziani dal punto di vista culturale, psicologico, sociologico sono rarissime: perché? un punto di domanda non dappoco. E dal punto di vista linguistico solo nel 2007 è stata pubblicata una storia di Venezia (Ronnie Ferguson, A linguistic History of Venice, Olschki, Firenze), che io sappia la prima.

Eppoi nonostante tutto, bisogna ammettere che sono i veneziani ad aver fatto e conservato Venezia. Malamente spesso ma anche con qualche elemento di splendore. Ad esempio senza mai rivendicare una specificità “etnica” ma cooptando man mano dei “foresti” per farli vivere a Venezia. Che fossero marangoni o ricchissimi da aggregare al patriziato. Attuale, no? Se fossimo amministrati dai cittadini di terraferma – come accadrà inevitabilmente con la città metropolitana (che poi dal punto di vista democratico lascia alquanto a desiderare) – cosa accadrebbe?

 

Che fare, allora? Fantasticare di una città-stato – magari con i confini millenari del Dogadum ancora segnati dalle conterminazioni – oppure di una Città con statuto speciale o perlomeno di un Comune autonomo? O approfittare della situazione attuale e completare il sacco della città? Penso che quest’ultima – benché non mi piaccia – sia la soluzione più semplice e più pratica. Qualche categoria ne guadagnerà moltissimo, gli altri si trasferiranno o moriranno (in fondo tra noi i vecchi sono tantissimi). E che accadrà della città materiale, quella fatta di mattoni, pietre, palazzi, musei, chiese? Ci penseranno quelli che vengono dopo di noi.

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Mentre sto pensando tutto questo, un lampo mi attraversa la mente: non sarà che anche questa volta – come tante altre volte nel corso della storia – Venezia anticipa i tempi? E che la sua autodistruzione stia rappresentando quel che potrebbe accadere al nostro amato Paese se i cittadini fossero considerati dei seccatori, se i giovani se ne andassero all’estero, se le leggi non riflettessero le caratteristiche del Paese, se qualcuno potesse arricchirsi spaventosamente e moltissimi invece impoverissero? beh, ha ragione Vigneri, se fosse così si potrebbe parlare di “un caso italiano”. Con qualche brivido.

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Antonio Alberto Semi

foto tratte da Venezia Novecento Reale Fotografia Giacomelli, a cura di Daniele Resini, catalogo su cd pubblicato dal Comune di Venezia, Direzione generale relazioni esterne e comunicazione

Un caso italiano: Venezia, Mestre, la Regione e la Città metropolitana  di Adriana Vigneri

Venezia centro del mondo o centro di Mestre? Pensieri di uno Sfigato Veneziano di Pieralvise Zorzi

Venezia e Mestre. Separarsi? Una falsa soluzione a un problema vero
di Nicola Pellicani

 

3 risposte a “Unicità di Venezia?

  1. Pingback: Un caso italiano: Venezia, Mestre, la Regione e la Città metropolitana | ytali·

  2. D’accordo su tutto. Già venti e più anni fa lamentavo la cecità di chi non vedeva (non voleva vedere?) il degrado umano della città. Amici – tutti di sinistra – mi accusavano di essere passatista, altri pensavano di tapparmi la bocca rinfacciandomi il fatto di non essere felice di vivere in una città così splendida… Trovavo già più preoccupante questo degrado umano che non le acque alte, come cercavo di comunicare agli amici stranieri. A quelli italiani non veneziani cercavo di dimostrare che un turismo che già mostrava caratteri di maleducata aggressività nei riguardi della città , non arricchiva ” i cittadini”… Ma, appunto, ero una rompipalle pessimista…

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    • “Rinfacciandomi il fatto di non essere felice di vivere in una città così splendida”… mi ha fatto pensare a quello che, da romano, mi sono sentito dire per anni, spesso purtroppo dai miei concittadini. E se una capitale come Roma rimane prigioniera della sua stessa cartolina, posso immaginare Venezia. Resistere!

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