Migration compact, finalmente una strategia. Parla Raffaelli, Amref

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Mario Raffaelli

ANGELO FERRARI
Il Migration Compact è un piano per la prima volta “strategico” che intende affrontare in maniera “strutturale” il problema immigrazione. Un piano europeo, voluto dall’Italia per lo sviluppo dell’Africa, in particolare per quei paesi che sono il punto di partenza dei flussi migratori. Ma che sarà anche banco di prova per l’Europa che dovrà controllare il processo, a partire dalla gestione dei fondi da parte dei governi.

 A parlare è Mario Raffaelli, presidente di Amref (African Medical and Research Foundation), ong internazionale che opera in Africa, esperto di politiche africane e che tra il 1990 e il 1992 ha rappresentato il governo italiano nelle trattative che hanno portato agli accordi di pace tra il governo del Mozambico e la Resistenza Nazionale Mozambicana. Dal 2003 al 2008 è stato inviato speciale del governo italiano in Somalia.

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“Il Migration Compact – spiega Raffaelli – ha avuto il merito di porre il problema dell’immigrazione in termini strategici e complessivi e per la prima volta in sede europea. Inoltre l’idea di dare priorità allo sviluppo dei paesi dai quali originano i flussi migratori è in sé più che giusta. Resta il fatto che molti di questi paesi sono attraversati da conflitti che vanno risolti come condizione per un qualsiasi sviluppo e restano alcuni punti di domanda su come si voglia organizzare la fase intermedia, quella cioè della cooperazione nel controllo dei flussi nei paesi di origine, in quelli di attraversamento e alle loro frontiere”.

Un approccio che può essere corretto, prosegue Raffaelli, “se implementato correttamente e anche in questo caso, tutto da verificare, il risultato nel breve periodo non potrà essere risolutivo anche se, certamente, potrebbe ridurre il fenomeno e, soprattutto, costituire un primo passo nella giusta direzione”.
 C’è il rischio che questa operazione europea possa tradursi solo in un fiume di denaro che ha il solo scopo di sigillare i confini europei, come è capitato con la Turchia?
“La soluzione turca è sbagliata – risponde Raffaelli – perché isolata da un contesto complessivo e con assenza di garanzie adeguate sul rispetto dei diritti umani. Esattamente i problemi che dovrebbero essere affrontati dal Migration Compact

.Sarà necessario comunque agire nel medio e nel lungo periodo per fermare i flussi migratori. “È importante – aggiunge il responsabile dell’Amref – aver superato il concetto di emergenza e aver reso senso comune il fatto che il problema è strutturale e c’è un prima e un dop l’emergenza. Ciò che manca è la capacità di perseguire coerentemente il disegno proposto. Come ho già detto, anche il più organico dei piani di gestione dei flussi resterà lettera morta se non si risolvono i conflitti che tali flussi producono. E se non si capisce che ciò non vuol dire appoggiare pedissequamente i governi che fanno (o dicono di fare) la guerra al terrorismo senza andare alle radici profonde degli stessi. Nei paesi relativamente stabili, invece, è possibile un salto di qualità che preveda non solo un aumento dei fondi ma la creazione di condizioni che favoriscano gli scambi commerciali e gli investimenti diretti in quei paesi”. Inoltre, prosegue Raffaelli, “nonostante tutti parlino del problema rappresentato dall’aumento demografico (l’Africa sta crescendo in maniera incontrollata) nessuno fa di questo un aspetto prioritario. L’unico modo di rallentare questa esplosione è quello di rafforzare il ruolo, il peso e il potere delle donne”.

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Rotte dei migranti nel Mediterraneo, aprile 2016, http://www.avvocatostefanocampese.it/campese/

Il rischio è anche nel dare denaro a governi non democratici che potrebbero rafforzarsi. “Questo sarebbe controproducente – risponde – e totalmente censurabile sotto il profilo politico ed etico. In questo senso va denunciato che troppe volte da parte europea si sottovaluta, nei fatti, il problema del rispetto dei diritti umani. Nonostante, in ogni documento, se ne faccia un gran parlare”.

Quali controlli l’Europa può mettere in atto nei confronti dei paesi africani affinché gli aiuti arrivino effettivamente alle popolazioni?
“I controlli – afferma Raffaelli – vanno esercitati non solo sull’uso dei fondi ma anche sul comportamento delle forze di polizia e di sicurezza locali nella gestione dei flussi e dei campi. I protocolli con i singoli paesi dovrebbero prevedere il diritto di presenza di osservatori da parte dei paesi donatori”.Controlli su cui si giocherà il banco di prova dell’Europa, spiega, “si vedrà allora se si faranno veramente dei passi in avanti si accelererà il processo di dissoluzione come entità comune”.

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Angelo Ferrari

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