Secondo turno nelle città. Renzi al bivio

Tiramollauno1PATRIZIA RETTORI
Ormai manca poco. Presto l’esito dei ballottaggi nelle quattro città simbolo di queste amministrative, Roma, Milano, Torino e Bologna (Napoli è già perduta), ci dirà se il Pd renziano è in grado di proseguire sulla strada indicata dal premier o se dovrà imboccarne una nuova. Il primo turno ha già evidenziato alcuni elementi. Il primo: non c’è spazio a sinistra per un partito degno di questo nome, visti i risultati minuscoli perfino di un candidato prestigioso come Airaudo a Torino. Il secondo: i transfughi della destra, Verdini in primis, non hanno raccolto masse di reduci berlusconiani convertendoli al renzismo ed è probabilmente vero che, al contrario, abbiano fatto fuggire verso l’astensionismo parte del voto democratico.

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Roberto Giachetti e Virginia Raggi (http://www.unita.tv/)

Ha un bel dire Renzi che nelle città si vota sui candidati sindaci e non sul governo. La verità è che come negli anni del Cavaliere regnante si votava sempre su di lui, così oggi si vota sulla personalità strabordante del premier-segretario. Chi occupa il centro della scena suscitando grandi amori e grandi rancori deve sapere che nei ballottaggi spesso prevale il voto contro, come dimostrano le spettacolari rimonte avvenute in passato ai danni dei primi classificati. Tranne il caso di Milano, dove si confrontano due versioni liberal del centro sinistra e del centro destra, il rischio a Torino e Bologna è che gli antirenziani si coalizzino ai danni di pur ottimi sindaci uscenti come Fassino e Merola. A Roma, paradossalmente, potrebbe avvenire il contrario: Giachetti può, se Renzi si terrà fuori dalla mischia, raccogliere le paure suscitate da un’altra personalità divisiva come quella di Beppe Grillo.

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Piero Fassino e Chiara Appendino

A tratti, sembra che il presidente del Consiglio si sia reso conto della situazione. Dopo l’esito del primo turno ha accusato il colpo, sia pure indulgendo ad analisi consolatorie sul Pd primo partito e M5S al terzo posto. Dati reali, certo, ma con il centro destra nell’attuale situazione di marasma è impossibile fare calcoli di questo tipo. Assorbita la botta, però, Renzi è prontamente tornato nei panni di Rodomonte, minacciando di usare il lanciafiamme contro la minoranza interna. Come se Cuperlo, Speranza e Bersani trascinassero folle oceaniche di elettori alla guerra contro di lui. Se fosse così, i reprobi dovrebbero affrettarsi ad uscire dal partito per mietere lauti raccolti elettorali. Non lo fanno perché sanno benissimo che non andrebbero lontano. E dunque Renzi sbaglia bersaglio.

Quel che dovrebbe fare, invece, è rivolgersi agli elettori delusi dal suo Pd, perché saranno loro a determinare l’esito della partita. Dovrebbe svuotare di argomenti l’opposizione interna, dissipando l’impressione di essere in sintonia più con il mondo di Verdini che con quello del popolo della sinistra. Altrimenti anche il referendum autunnale sulla riforma della Costituzione, quello a cui il premier ha legato il suo destino, potrà riservargli amare sorprese.

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Stefano Parisi e Beppe Sala (http://www.giannibarbacetto.it/)

Invece anche su questo tema Renzi dà segni di incertezza. A volte manifesta timide aperture sulla possibilità di modificare l’Italicum, che non rientra nel referendum ma ne è l’oggettivo e discutibile corollario, a volte chiude ogni spazio di dialogo trincerandosi dietro i numeri della maggioranza parlamentare, che non permettono spazi di manovra. Tutto vero. Peccato che sia invece falso l’argomento principe a sostegno del nuovo sistema elettorale, e cioè la sicura capacità di governo della lista vittoriosa. Senza le coalizioni, si dice, il partito che vince non dovrà trattare ogni giorno con gruppi e gruppuscoli che ne intralceranno la capacità decisionale, come è accaduto a Prodi e perfino a Berlusconi.

Già, ma nulla impedirà ai partiti che vogliano fare il pieno di voti di accogliere nelle loro liste personalità esterne, giudicate capaci di attrarre elettori (prima delle amministrative Verdini poteva corrispondere a questo identikit). E nulla impedirà a queste personalità, una volta elette, di formare correnti rissose all’interno del partito o, addirittura, di costituirsi in gruppi autonomi in Parlamento. Nella migliore delle ipotesi, la litigiosità all’interno della coalizione si trasferirà all’interno del partito. Col risultato che il nuovo assetto apparirà assai simile a quello che l’ha preceduto.

Chiaramente, non è questo che Renzi vuole. Ma per evitarlo non basta la camicia di forza delle norme, sempre aggirabili dalla fantasia politica. Ci vuole l’autorevolezza del leader. Che non è autoritarismo, ma capacità di ascolto, di mediazione, di convincimento. Tutto quello che fin qui Renzi non è stato. Però l’intelligenza per cambiare non gli manca. Oggi siamo ancora in campagna elettorale e non c’è da aspettarsi inversioni di marcia. Ma dopo i ballottaggi, se il Pd non ne uscirà trionfante, l’argomento sarà all’ordine del giorno.

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