Mio padre, Alvise Zorzi, voce autorevole di Venezia

Sabato 14 maggio, è morto Alvise Zorzi, scrittore, storico, saggista, studioso della Serenissima, autore di biografie su personaggi che hanno reso grande Venezia, la sua città, dove nacque il 10 giugno 1922. A un mese dalla sua scomparsa abbiamo chiesto al figlio Pieralvise un ricordo di Alvise Zorzi.

PIERALVISE ZORZI
Il ticchettio delle macchine da scrivere in casa mia è stato la colonna sonora della mia adolescenza. Quello regolare della Lettera22 di mio padre. Quello irregolare della Remington di mia madre, che scriveva con due dita. Scrivevano insieme, seduti ciascuno ad un’estremità del grande divano, divisi da una spaventosa confusione di carte e di quaderni. Mia sorella ed io non potevamo turbare quel galoppo creativo ma quando si accorgeva di noi, seppur con i riflessi lentissimi di un dinosauro a cui sia stata pestata la coda, papà usciva dalla sua concentrazione, alzava la testa e ci sorrideva un po’ timidamente.

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Era nato da una lunghissima linea di persone profondamente coinvolte nella, diremmo oggi, gestione della Serenissima. Procuratori, Capi dei X, Provveditori. Un solo Doge, Marino, eletto vecchissimo e morto dopo un anno in odore di santità. Qualche militare, un Vescovo di Olivolo e un Patriarca di Udine. Insomma, tutti altissimi servitori dello Stato. Poi c’era, naturalmente, qualche personaggio che univa cultura ed eccentricità: un amico di Casanova, ad esempio, e il bisnonno Alvise Piero, forse il primo difensore di Venezia dalla caduta della Repubblica, nel senso che oggi intendiamo. Papà parlava sempre del nonno con un misto di ammirazione e un certo imbarazzo nel descrivere il suo fervore.

Amico di John Ruskin, ottimo pittore e grandissimo rompiscatole in difesa di Venezia si batté – vittoriosamente – per sostenere i restauri conservativi dei mosaici della Basilica di San Marco, salvò dalla demolizione la chiesa di San Moisè e mise in gioco vita e carriera per la sua Venezia. Poi c’era mio nonno Elio. Gran parte di Venezia se lo ricorda ancora. Grandissimo gentiluomo, di cultura sterminata, scrittore, giornalista, amico di grandi artisti e di personaggi come Kokoshka, De Pisis, Peggy Guggenheim, Volpi di Misurata, fu uno dei padri della Biennale e della Mostra del Cinema che diresse nell’immediato dopoguerra. Si era fatto due guerre, e morì troppo presto.

Mio padre rimpianse sempre di non aver potuto dividere con lui i suoi successi letterari. Invece come papà visse molto a lungo la nonna Irma, novantatré anni, sveglia ed attiva come un grillo fino all’ultimo. Era stata poetessa futurista, amica di Marinetti e tutta la sua cricca, e poi di Diego Valeri.

Ecco la linea da cui uscì questo straordinario padre. È difficile però parlare di lui senza parlare della sua agente, allenatrice, life coach, psicologa, collega, moglie, amante, amica di eccezione. Mia madre. Una coppia inossidabile, indissolubile, invidiabile, inimitabile. Per me e mia sorella a volte inarrivabile nella sua dorata esclusività.

ZORZI

Nel 1954 calammo a Roma. Papà era stato assunto in Rai. Direttore dei Programmi Culturali. Una carriera fatta solo con l’intelligenza e la signorilità, perché quanto a politica papà era – per sua scelta – assolutamente negato. Nessun partito lo raccomandava, fatto miracoloso in Rai, e la cosa era talmente strana che i suoi colleghi sospettavano che in realtà dietro a lui ci fosse nientemeno che il Vaticano. Invece andò avanti da solo, fino a diventare Vicepresidente dell’Unione delle Radiotelevisioni Europee e Presidente del Prix Italia. Insomma, Ambasciatore della Rai nel mondo. Qui l’incredibile coppia papà/mamma diede il meglio. A casa nostra si potevano incontrare personaggi tra i più disparati: Giuseppe Ungaretti e una giovanissima Raffaella Carrà, Giorgio Bassani e Jean D’Ormesson, un paio di ambasciatori, qualche bella signora inglese o francese, i finalisti di vari Premi Strega, un po’ di Presidenti di varie televisioni. Quando naturalmente il dinamico duo non girava per il mondo.

Addio alla Rai, benvenuto alle armi. Per Venezia. Comincia il trentennio di scrittura, di grandi libri, di divulgazione storica e, dopo la tragica Acqua Granda, del coinvolgimento con i Comitati Privati appena formati. Papà ne guidò l’Associazione per 26 anni con assoluta maestrìa: era uomo di grandissima delicatezza ma capace di essere durissimo quando riteneva fossero rotte le regole.
Così come fu durissimo nei confronti del tentato Expo fortemente voluto a Venezia soprattutto dal ministro Gianni De Michelis, che a parere di molti illustri personaggi l’avrebbe definitivamente devastata anche con progetti assurdi. Papà nel 1989 riuscì, con il prezioso aiuto di Carlo Ripa di Meana, di moltissime firme celebri, della Municipalità di Venezia e con un memorabile slogan
“O Venezia o l’Expo”, a far bloccare l’iniziativa. Chi oggi volesse ricercare (c’è on line) e rileggere il documento “Venice Or Expo – It’s Up To You” lo troverà ancora tragicamente attuale.

Intanto papà continuava a sfornar libri. Il suo desiderio era perpetuare l’idea di una Venezia viva, fatta di persone, con spunti attualissimi, lontana dalla retorica troppo spesso abusata dalla politica e dai falsi miti negativi e, ahimè, anche da quelli eccessivamente positivi propalati da molta passata storiografia. “La réalité depasse la fiction”, la realtà supera la finzione, era un suo ritornello quando si parlava di Storia: una bella lezione per tanti. La prima grande lezione per me.

La cosa veramente divertente di lui era la sua totale ecletticità. A parte Venezia, sulla quale sapeva l’inverosimile, era in grado di parlare di qualsiasi cosa con particolari tanti e tali da far sospettare che se li inventasse. Invece non inventava nulla. La sua documentazione era meticolosa, precisissima: ne son testimoni numerosissimi quadernetti appuntati nella sua veloce grafia. Date, fatti, particolari, nomi, cognomi, soprannomi, tutto. Papà era un frequentatore ossessivo della Marciana e dell’Archivio di Stato e, quando non era a Venezia, della sua enorme biblioteca. Proprio questa meticolosità fece sì che fosse per anni presidente del Comitato per la Pubblicazione delle Fonti per la Storia di Venezia. Il resto delle sue cariche, dei suoi premi, è di dominio pubblico.

Venezia, 08/05/2010. Lo scrittore e storico di Venezia Alvise Zorzi.

(c)Andrea Pattaro/Vision

Tentò anche di candidarsi in politica, con i Liberali, ma Venezia rispose esattamente come l’Inghilterra rispose a Churchill dopo la guerra. Pochissimi voti. Il suo ridente commento fu “per fortuna!”

Da mio padre ho imparato la curiosità, l’attendibilità, il peso delle parole. Non ho imparato molto della vita pratica e ancor meno delle donne, come prova il fatto che lui è stato felicemente sposato alla stessa donna per sessantacinque anni.

Comunque di donne non parlava volentieri, mio padre, e neppure di sé, almeno fino a quando io compii cinquant’anni. Solo allora decise che i trent’anni che ci separavano non contavano più, che si poteva finalmente parlare chiaro. Solo allora potei fare amicizia con mio padre da giovane. Ci siamo divertiti tantissimo: io polemizzavo dal Gazzettino, lui dal Corriere del Veneto, e ci telefonavamo per coordinarci, per “tirarci la volata”. Ogni anno facevamo assieme un giro per terre di arte e di vini dove più i secondi che la prima lo stimolavano a raccontare, raccontare, raccontare.

Le sua storie veneziane mi hanno riempito il cuore. Dai suoi primi anni come giornalista – con Montanelli e Piero Ottone al processo Kesselring – agli amici veneziani di sangue e di elezione – De Pisis, Benno Geiger, e tantissimi altri – , ai suoi gin tonic con la Regina Madre d’Inghilterra e, molti anni prima, con una mai nominata ma bellissima testa coronata mitteleuropea. Poi ancora tanto, tantissimo, un diluvio di ricordi: lui pensava non interessassero a nessuno fuorché a me, allora lo spinsi a scriverli tutti. Non gli piacquero lo stesso, ma almeno li scrisse. Ne vien fuori quello che era ma che non sembrava: un personaggio complesso, pieno di storie e di Storia, amico di tanti grandi e di tantissime persone comuni, allegro anche se sempre pervaso da dubbi. Un grande padre. Un grandissimo amico.

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Grazie a lui Venezia ritrovò una voce autorevole, forte, imparziale e non politica. Una voce che solo la morte ha potuto spegnere. Eppure proprio prima di andarsene era contento che si levassero nuove voci. A volte piccole, fioche, a volte corali, ma comunque nuove nel ripetere le vecchie cose giuste e a proporne di innovative e coraggiose. Voci che io spero si uniscano finalmente in una sola, potente tanto da arrivare fino a lui nella Venezia dell’altra parte e farlo sorridere, pensando che la sua Città è ancora e sarà sempre difesa.

ZORZI

Pieralvise Zorzi

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