La Biennale di Aravena, un dialogo critico con gli architetti

5736f-17_Bienala-Venetia-2MARCO DE MICHELIS
A chi e a che cosa può servire l’architettura? In quale modo essa può influire, migliorare e trasformare le condizioni di vita degli uomini? E fino a quale soglia “elementare” l’architettura continua a esistere in quanto disciplina? Questi sono gli interrogativi proposti dal cileno Alejandro Aravena per la Biennale di architettura da lui diretta, inauguratasi a Venezia il 28 maggio 2016.

Si tratta evidentemente di questioni tutt’altro che banali, alla luce della crescente spettacolarizzazione della architettura recente, il cui unico compito sembra essersi ridotto a quello di disegnare sorprendenti facciate di grattacieli e smaglianti nuovi edifici per musei e teatri.
Della “casa razionale” a basso prezzo e delle infrastrutture collettive che avevano caratterizzato la stagione eroica moderna della prima metà del novecento, sembravano essersi perdute le tracce.

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La proposta di Aravena risultava per una seconda ragione stimolante, perché contribuiva a riformulare la questione irrisolta del per che cosa servissero grandi mostre di architettura come quelle della Biennale veneziana. Il ruolo storicamente attribuito a queste rassegne –d’arte o di architettura o di qualsiasi altra disciplina- di documentare lo stato dell’arte più attuale è stato letteralmente consumato negli anni più recenti dalla diffusione di internet e dalla capacità della rete di distribuire capillarmente e tempestivamente tutte le informazioni possibili: non esistono letteralmente più progetti o opere che non siano già conosciuti prima di poter essere documentati sulle pagine delle riviste e dei libri o sulle pareti di musei e gallerie. Tutto è, in qualche maniera, già noto.

A questa situazione va anche aggiunto il problema vecchio più di un secolo che l’informazione sulla architettura è costretta a prescindere dalla presenza fisica dell’opera, che esiste altrove in un contesto ben preciso e immutabile, e a utilizzare strumenti affascinanti ma in ogni modo parziali come disegni, plastici, fotografie…

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Due anni fa, per la precedente edizione della Biennale, uno dei protagonisti più influenti della architettura di questi anni, Rem Koolhaas, aveva provato ad aggirare il problema, formulando l’interrogativo sul che cosa fosse l’architettura, quali ne fossero gli elementi costitutivi, in questo modo evitando il problema di dover offrire al pubblico una rassegna di progetti e di progettisti, come anche quello di dover rappresentare progetti attraverso documenti che ne ricostruissero la fisionomia e il significato. Ne era nato un display espositivo –una maniera di organizzare la mostra- originale, concepito come una rassegna documentaria dei diversi “elementi fondativi” –finestre, scale, balconi, soffitti, toilette, …- che compongono l’architettura, cancellando inesorabilmente i protagonisti tradizionali delle mostre di architettura: gli architetti, appunto, e le loro opere, soltanto concepite o anche realizzate.

Il limite di questo esperimento si era rivelato nell’essere l’idea stessa di ragionare sugli “elementi” della architettura una idea ambiziosa, ma certamente più complessa della sua riduzione ad alcune componenti materiali degli edifici. Il risultato era stato un peculiare carattere della mostra ambiguamente oscillante tra una rassegna “fieristica” di nuovi materiali e un archivio storico delle tecniche costruttive.

Quest’anno Aravena ha ridato vita a un dialogo critico con gli architetti, incentrato questa volta su esperimenti e tentativi destinati ad affrontare problemi in qualche modo riconducibili a condizioni marginali, sia dal punto di vista dei gruppi sociali ai quali gli esperimenti erano rivolti; sia dal punto di vista geografico, privilegiando paesi in via di sviluppo, continenti come l’Africa e l’America latina, villaggi sperduti, periferie del mondo; sia da quello tecnologico documentando la vitalità di tecniche costruttive e materiali poveri e compatibili.

All’interno di questo contesto, Aravena non si sottraeva neppure ad interrogarsi sulla resistenza della nozione stessa di architettura, sul punto di riduzione oltre il quale l’idea stessa di architettura non ha più significato.

Il risultato espositivo appariva ricco di un fascino peculiare. Uno accanto all’altro convivono nella mostra le battaglie “titaniche” di un contadino sudamericano per preservare il carattere originale della sua povera terra e quelle diversissime ma altrettanto straordinarie di un gruppo di tecnologi svizzeri per realizzare strutture vertiginosamente sottili e miracolosamente realizzate in scala reale nelle sale maestose dell’Arsenale di Venezia; i prototipi di “jurte” circolari destinate alle popolazioni nomadi della Mongolia e quelli di insediamenti urbani capaci di accogliere il flusso crescente di migranti verso la Germania, proprio come sessant’anni fa le città tedesche avevano saputo dare un tetto ai milioni di profughi che, dall’Europa centrale, cercavano accoglienza tra le rovine lasciate dalla seconda guerra mondiale.

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Alejandro Aravena installation uses 100 tons of waste #BiennaleArchitettura2016 @la_Biennale http://tinyurl.com/zdeddq2

Forse il risultato più sorprendente di questa proposta sta nel fatto che il rapporto tra le strutture costruite – gli edifici, le architetture, …- e gli esseri umani ai quali queste sono destinate rappresenta il tema principale della mostra. L’architettura vi è sempre rappresentata come qualcosa che esiste soltanto in quanto dialettica tra la sua materialità costruita e la vita che vi scorre giorno dopo giorno. Per più di un secolo la fotografia di architettura aveva cercato di evitare il disturbo della presenza di figure umane e qui gli uomini invadono il panorama dei nuovi esperimenti di architettura. Le raffigurazioni diventano racconti in video. I plastici frammenti in scala reale dove il visitatore può letteralmente illudersi di poter “abitare”. I modellini diventano “case di bambola” con interni minuziosamente delineati.

Ci sono, grazie al cielo, anche smagliature e qualche concessione allo spettacolo. Ma si vedono tante cose che ancora non si conoscevano e si incontrano altrettanti problemi e soluzioni su cui riflettere.
Non è poco. Per davvero.

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Marco De Michelis

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