Lezioni per Renzi

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PATRIZIA RETTORI
Adesso che le peggiori previsioni si sono avverate, bisognerà capire se è ancora possibile invertire la tendenza o se Renzi ha già oltrepassato il ciglio del precipizio. L’esito dei ballottaggi ha messo in chiaro alcuni elementi di base: il Pd vince, come a Milano, quando, anche grazie al federatore Pisapia, riesce a coagulare l’intera sinistra intorno ad un progetto credibile e ad un uomo senza connotazioni evidenti di partito. Perde invece quando, per arroganza, convince tutti gli altri a coalizzarsi contro di lui. Vince contro il centro destra, acefalo e disperso, perché gli elettori grillini non sono disposti a convergere su nessuno che non sia dei loro. Perde contro il M5S perché gli elettori di centro destra sono invece pronti a votare chiunque pur di far perdere gli odiati Democratici.

Naturalmente, ogni città ha la sua storia. Roma era reduce da un disastro, quello di Ignazio Marino, che non poteva essere dimenticato. Ma la gestione di Renzi è stata fallimentare: silurando Marino nei tempi e nei modi noti, il premier ha finito per accreditare la tesi che addossava all’ex sindaco tutto il malgoverno romano, oscurando le responsabilità di Alemanno, vero autore dei guai della capitale. A Torino non c’è nulla da rimproverare a Piero Fassino, buon amministratore. E allora perché ha perso? Perché è vecchio mentre Chiara Appendino è giovane e telegenica? In parte sì, ma la ragione profonda è che la crisi economica pesa proprio sui ceti che tradizionalmente votavano a sinistra, si sono sentiti traditi dal governo e hanno deciso di punirlo sommando i loro voti con quelli dei grillini e degli orfani berlusconiani. Perfino a Bologna il Pd vince male, con un’astensione altissima e un incredibile 45 per cento conquistato dall’avversaria leghista.

A questo punto Renzi non potrà esimersi da una riflessione seria sull’accaduto. Il che significa, per prima cosa, non rifugiarsi nell’espediente di imputare la colpa della sconfitta ai rottamati del suo partito. Facciamo un esempio: D’Alema dice di aver votato Giachetti, ma se anche avesse votato la Raggi e Renzi lo accusasse di aver fatto perdere il Pd, con ciò gli attribuirebbe la capacità di trascinare con sé un buon 10 per cento di elettori. E con uno così si tratta, non lo si regala agli avversari.

Ma è difficile che le cose stiano in questi termini. È molto più sensato pensare che una personalità così divisiva come quella del premier abbia suscitato più odio che amore nell’elettorato, col risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti. Facciamo un passo indietro. Il famoso 41 per cento ottenuto alle europee testimoniava una grande speranza suscitata nel Paese. Per il Pd avevano votato gli elettori tradizionali del centro sinistra, più una buona fetta di berlusconiani delusi. Ma ciò che il governo ha fatto subito dopo ha dissipato quel capitale. Gli 80 euro, col loro sapore di mancia elettorale, hanno fatto arricciare il naso a tutti. L’abolizione dell’Imu e il Jobs act sono apparsi come un’imitazione del berlusconismo, deludente per il popolo di centro destra pronto a cambiare, e decisamente indigesta per quello di centro sinistra. Ci si aspettava qualcosa di nuovo, si è visto qualcosa di vecchio.

A questo punto la generica voglia di cambiamento è diventata rabbia, e si è indirizzata verso l’unico sbocco possibile, quello del M5S. Ora, ovviamente, i grillini sono alla prova del fuoco. Governare grandi città è un compito difficile e a Roma addirittura terrificante. C’è da aspettarsi che i primi passi saranno di denuncia per il disastro ereditato, nel tentativo di farsi perdonare le prevedibili inadeguatezze. Ma è assai probabile che gli elettori siano, almeno in una prima fase, piuttosto indulgenti e disposti ad accontentarsi di qualche buca stradale colmata e un po’ di spazzatura raccolta per continuare nella luna di miele con la giovane Virginia Raggi. Poi si vedrà. Ma, certo, la Raggi ha davanti a sé molte opportunità. Mentre Renzi non ha tempo: deve correre ai ripari, e deve farlo in fretta.

Prima di tutto deve recuperare il suo elettorato, quello che ha disertato le urne e quello che gli ha votato contro. Deve raccogliere le truppe sparse del suo partito (tutte, senza scomuniche per nessuno) convincendole a lavorare con convinzione per un progetto condiviso. Deve ricostruire lo spirito di comunità e restituire identità al Pd. Poi deve partire da lì per conquistare consensi oltre il Pd.

Difficile dire se ci riuscirà. Anzi, è difficile perfino dire se ne sia capace. Del resto, per uno che ha sempre pensato se stesso come un vincente, ammettersi perdente è duro. Ma questa è la legge dell’emotività in politica: quando si comincia a perdere (Berlusconi docet) poi si precipita a rotta di collo. E se Renzi non se ne rende conto finirà per uscire a pezzi anche da quella che considera la battaglia della vita: il referendum di ottobre. E allora sì che saranno dolori.

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