Riforma dei conservatori, stessa musica da sedici anni

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NICOLO’ CRISTANTE
21 giugno, si celebra la festa della musica. Una bella manifestazione, nata in Francia e di respiro europeo, volta a liberare nello spazio pubblico le straordinarie potenzialità di motore sociale e creativo dell’arte musicale. Una manifestazione fortemente voluta dal Ministero dei Beni Culturali, che si è speso per la promozione di un settore considerato strategico nel sistema culturale del nostro paese. In un giorno come questo però, proprio in onore di quello spirito che si va celebrando, non credo si possa voltare lo sguardo alle macerie a cui sono ridotti i cardini della vita e della formazione musicale italiana: i conservatori di musica.

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Macerie prodotte dall’incompiutezza di una riforma iniziata sedici anni fa e a tutt’oggi incompleta dei suoi aspetti più importanti. Una condizione kafkiana che ha condotto i conservatori – poco avvezzi per storia e tradizione, a scendere in piazza – a dar vita ad una protesta nazionale lo scorso 13 febbraio, che però non è riuscita a coinvolgere a pieno né la società civile, né il mondo delle istituzioni.

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Palazzo Pisani, sede del Conservatorio di Venezia

Ma facciamo un passo indietro. Nati nel XVI secolo, i conservatori costituiscono l’ossatura della nostra tradizione musicale e un impulso propulsore per quella europea. La loro forma più conosciuta e che, nel gergo degli iniziati, si chiama “vecchio ordinamento” si deve alla riforma Gentile (1923).

Si tratta di quei corsi di durata decennale in cui gli allievi intraprendono gli studi musicali da bambini o da ragazzi in un percorso strutturato similmente all’apprendistato di bottega, con un esclusivo rapporto di trasmissione di conoscenze tra maestro ed allievo. Questa forma – essendo perdurata per ottant’anni – è stabile nell’immaginario pubblico, ma chiunque si sia occupato di conservatori sa che è stata superata.

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L’Auditorium del Conservatorio di Cagliari

Alla fine degli anni 90 infatti, i regi decreti di gentiliana memoria si mostrano sempre più inadeguati alla formazione del musicista contemporaneo. Prende così il via, accogliendo peraltro le direttive dell’articolo 33 della costituzione, un importante processo di riforma, sfociato nella Legge 508 del 1999: una rivoluzione. L’obiettivo è equiparare i conservatori alle università. I corsi vanno organizzati abbandonando le vecchie logiche di “bottega”. L’alta formazione musicale deve cominciare dopo la maturità e affiancare a dei ridimensionati corsi di tecnica dello strumento, molte più materie teoriche, atte a costruire un professionista consapevole e completo.

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L’entrata del Conservatorio Giuseppe Verdi, Milano

La riforma muove i suoi primi passi come una sperimentazione. I primi esiti certi si vedono alcuni anni dopo, con la legge 268 del 2002 e con il dpr 132 del 2003 in cui vengono profilate rispettivamente l’equipollenza dei diplomi musicali alle lauree e l’autonomia regolamentare dei singoli istituti. A questo punto i conservatori si trovano ad affrontare un’ulteriore fase sperimentale in cui affiancano trienni e bienni di tipo universitario, tuttavia ancora incerti, radicalmente diversi per forma, programmi e complessità da conservatorio a conservatorio e i corsi vecchio ordinamento, considerati più sicuri dagli studenti.

Nel 2005 arriva un decreto attuativo che permette la messa a ordinamento dei trienni e dal 2007 i corsi vecchio ordinamento vengono chiusi: potrà continuare solo chi è già iscritto. La svolta però avviene nel 2011, quando il Senato approva il ddl 1693, inserito poi – a causa della crisi di governo – nel decreto di stabilità del 2012 (comma 107) dove finalmente si afferma in modo chiaro il parallelismo tra conservatorio e università e si riconosce l’equipollenza dei trienni e dei bienni a lauree umanistiche di primo e secondo livello. Allo stesso modo i diplomi di vecchio ordinamento vengono equiparati a lauree specialistiche. Con un dettaglio: solo i vecchi diplomi conseguiti fino al 2012 sono oggetto dell’equiparazione; situazione sanata poi nel 2015 con l’articolo 1 del ddl “mille proroghe” che sancisce finalmente l’equipollenza, anche per i diplomi post 2012, con una laurea di secondo livello.

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“I Fiati”, programma di perfezionamento dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Roma

Fine della storia? Assolutamente no. Dei nove decreti attuativi necessari a dar vita reale alla riforma, ne sono stati emanati solo due, lasciando scoperte importanti necessità amministrative quali ad esempio la messa a ordinamento dei bienni, l’equiparazione dei docenti al grado universitario e lo stanziamento di fondi adeguati. Completamento auspicato della riforma è inoltre la realizzazione di un sistema scolastico che dalle scuole primarie al liceo, passando per le medie, sia attrezzato per lo sviluppo di un indirizzo musicale.

Nei fatti ha preso parzialmente forma solamente il liceo musicale, con dei numeri del tutto inadeguati a garantire una copertura organica nazionale. In questo modo si affida, sostanzialmente, la prima parte della formazione dei musicisti – forse la più importante – a strutture private, prive di controllo e regolamentazione, spesso istituite da neodiplomati senza alcuna esperienza. Situazione a cui l’istituzione di corsi pre-accademici da parte dei conservatori ha, a causa dell’incertezza legislativa e di carenza di mezzi, posto rimedio solo in parte.

Non va meglio agli aspiranti docenti (e di conseguenza ai futuri allievi). L’ultimo grande concorso nazionale si è svolto nel 1990 ed ora il reclutamento è affidato a complessi sistemi di graduatorie, dove gli unici criteri certi sono gli anni di servizio, mentre più arbitraria è la valutazione dei crediti artistici, costruendo una situazione dove, nell’assegnazione di una cattedra, un insegnate delle medie con molti anni di servizio, ma irrilevante sul piano concertistico, può – con la complicità di una commissione poco lungimirante – scavalcare in graduatoria un professionista di caratura internazionale.

Anche i conservatori hanno però qualche colpa. Innumerevoli sono infatti i pasticci che, a partire dal 2002, sono stati prodotti dalla cattiva gestione di una riforma a singhiozzo. I programmi dei trienni e bienni sono stati in molti casi lasciati all’arbitrio di singoli docenti, non garantendo uniformità né sul grado di difficoltà dei corsi né sulla qualità dei nuovi diplomati. Sono stati inoltre farciti di innumerevoli e ridondanti materie teoriche utili, solo nell’idea, a giustificare l’equipollenza con le lauree, ma nei fatti lontane dalle esigenze di uno studente di conservatorio. Al contempo si sono spinti molti diplomati vecchio ordinamento ad iscriversi al biennio magistrale, senza informarli del rischio che correvano – e che si è puntualmente realizzato – di raddoppiare un titolo di cui erano già in possesso.

Anche l’idea stessa dell’equipollenza tra diploma e laurea è controverso. Infatti, sebbene sia condivisa da tutti la necessità di riconoscere un titolo di peso all’alta formazione musicale, è però evidente la differenza sul processo di apprendimento di una disciplina performativa e un percorso di laurea umanistico. Un’indifferenza comparativa che non valorizza né la specificità del lavoro artistico della prima, né le competenze analitiche del secondo. Senza contare la stranezza di docenti con la terza media (condizione non infrequente in chi ha svolto il vecchio ordinamento) impegnati a conferire lauree magistrali e a correggere tesi.

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Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo

La situazione sembra tratteggiata dalla penna di Pirandello. Penso sia chiaro che il problema non è solamente l’attuazione della riforma – cosa comunque doverosa e auspicabile – ma anche il dare risposta alle ingiustizie e alle storture che 16 anni di intoppi e ripensamenti hanno generato. È necessaria una presa di coscienza da parte dei conservatori, ma anche degli enti musicali e del mondo della cultura tutto. Bisogna fare sistema e costruite una voce critica, capace di imporsi alle istituzioni centrali e all’opinione pubblica in modo da sovvertire lo stato di sfacelo a cui si è giunti.
I segnali purtroppo non sono incoraggianti e il tempo a disposizione è scaduto. Si rischia di compromettere uno dei fiori all’occhiello del panorama culturale nazionale.

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Nicolò Cristante

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