“Renzi, la svolta mancata”. Parla Achille Occhetto

CLAUDIO MADRICARDO
Le elezioni amministrative di domenica scorsa hanno terremotato la geografia politica di molte grandi città italiane e posto Matteo Renzi per la prima volta sulla difensiva. Su questi nuovi scenari ytali interpella Achille Occhetto, l’uomo della svolta della Bolognina, l’ultimo segretario del PCI.

Occhetto, che sberla per il Pd di Renzi. Solo una battuta d’arresto, o siamo in presenza di un passaggio epocale?
Innanzitutto penso che siamo in presenza di qualche cosa che è profondamente nuovo e inedito e sono abbastanza colpito dal fatto che, almeno nelle prime prese di posizione dei dirigenti del partito e anche del presidente del consiglio, manchi una consapevolezza dell’entità del problema. Certo si riconosce la sconfitta. Ma non mi pare un grande merito visto il carattere del tutto clamoroso dei risultati. Si oscilla tra il riconoscimento che non è stato solo un voto di protesta ma anche una volontà di cambiamento, e un tentativo di voler sminuzzare a macchia di leopardo l’analisi.
Qui si pone un primo problema. Se è stato un voto di cambiamento la prima questione che il Pd dovrebbe porsi è che il cambiamento non è andato nella direzione del renzismo, che si è presentato sulla scena politica come il campione della rottamazione di tutta la vecchia classe dirigente e di nuove classi dirigenti articolate nel territorio e concentrate fondamentalmente nei 5 Stelle.

Cosa avrebbe dovuto fare quindi Renzi?
Io voglio dire con estrema chiarezza e con serenità che un vero leader politico avrebbe dovuto dire subito che ci troviamo di fronte a un evento eccezionale e che è in corso una profonda trasformazione del sistema politico come l’abbiamo conosciuto negli ultimi anni. E che quindi gran parte della politica che è stata pensata in una fase completamente diversa come scontro tra centrodestra e centrosinistra e’ stata spazzata via.
Questa è una novità che ha delle conseguenze importantissime di fronte non più a un bipartitismo ipotetico ma a una tripolarizzazione dello scontro elettorale.

Quindi?
Quindi questo richiederebbe un ripensamento strategico a partire innanzitutto dallo stesso Italicum che doveva calzare perfettamente in un’ipotesi di uno scontro Renzi Berlusconi. Invece in un’ipotesi di ballottaggio Pd e Movimento 5Stelle…

Il Pd viene dato perdente dai sondaggi.
Ballottaggi di questo genere non sono molto favorevoli al Pd. Quando parlo di ripensamento strategico ci ricordiamo tutti che il cavallo di battaglia del renzismo era l’idea che, a differenza di quello che abbiamo fatto noi in passato nel tentativo di costruire una nuova sinistra diversa da prima, ma di sinistra, stava una concezione al limite del superamento della distinzione tra destra e sinistra. Quindi tendenzialmente moderata, atta a conquistare i voti di destra. Ora questi risultati hanno dimostrato che il voto di destra non sono andati al Pd.

E infatti quei voti Renzi non li prende.
Non solo non li prende, ma sono andati ai 5 Stelle.

Mentre i voti di sinistra o vanno a Grillo o a ingrossare l’astensionismo.
Quel che appare evidente è che c’è una flessibilità forte nell’elettorato, raccolto parte dai 5 Stelle e parte dall’astensionismo. Il risultato che mette in discussione tutta la strategia è che il Pd si restringe come pelle di zigrino a quell’area che Renzi voleva superare ampiamente. Ed è l’esempio di Bologna che torna rosso antico. Inoltre, che fine ha fatto il partito della nazione? Non scordiamoci che fino a pochi mesi fa era la novità assoluta. Il partito della nazione è svanito, perché la nazione ha scelto di avere tre poli differenziati. C’è anche la preoccupazione per un uomo di sinistra che è rappresentata dallo scollamento con le periferie e soprattutto con la vasta area del disagio. A Roma il Pd resiste soltanto nei quartieri alti.

Ugualmente a Torino.
E questo sarà un problema. Una volta si facevano congressi strategici per molto meno delle cose che ho finora enumerato. Rispetto a questo anche la sinistra interna si è messa a parlare del doppio incarico. Saranno anche cose giuste, non lo contesto. Ma il problema è che bisogna ripensare il partito. Poi vediamo a chi dare l’incarico.
Bisogna ripensare le caratteristiche di un partito politico, superando il pauroso deficit culturale che non è stato solo del Pd ma di Renzi, di tutti i mass media e dei giornali, cioè quello di scambiare le critiche politiche per anti politica. Questa è una bestialità di proporzioni gigantesche. Ci si è dimenticati del pensiero centrale di Antonio Gramsci: il primo compito di un politico è cercare di comprendere gli avversari. Non c’è stata nessuna volontà di comprensione del fenomeno dei 5 Stelle. Qui metto una pietra mortale su Renzi che è il campione della rottamazione. In queste elezioni gli è sfuggito di mano.

Renzi si dice convinto di aver perso per aver rottamato troppo poco, minaccia di usare il lanciafiamme. Se fallisce il suo tentativo riformistico, non è che il paese può dire addio per anni al cambiamento?
Direi di no perché un tentativo riformistico che non ha un sostegno non va molto lontano. In che direzione si sta manifestando? Sul terreno sociale non ha prodotto nessuna speranza nuova. A Torino non abbiamo perso per colpa di Fassino che è stato un bravo sindaco. Si vota il cambiamento non perché si vuole cambiare Fassino, ma perché si vuole cambiare un indirizzo generale, sia economico sia sociale. Perché esiste un disagio profondo, perché c’è un impoverimento della classe media che è una questione, tra l’altro, da valutare anche sociologicamente con grande attenzione. Si va a fare una politica riformistica quando perdi l’ossatura della politica riformistica che dovrebbe fondarsi sulle speranze della classe media. Io credo che si tratta di rilanciare le possibilità effettive e che il Pd dovrebbe fare quell’analisi che ho detto. Se fa quell’analisi le speranze riformiste rimangono aperte, se non la fa, si va inesorabilmente verso la sconfitta.

Ora che la sinistra interna ha la possibilità di rialzare la testa, come pensi gestirà lo spazio che si è creato?
Se questo problema viene affrontato come problema di spazi interni e di un miglioramento dei rapporti di forza, l’attuale sinistra non va molto lontano. Prima ho detto ciò che un vero leader avrebbe dovuto fare. Ma questo lo deve fare anche la sinistra interna.

Il segretario del Pd si dice sicuro di vincere il referendum, e già qualcuno dei suoi va in giro a dire che quello sarà solo un esperimento. Che con la macchina organizzativa che metteranno in piedi per vincere a ottobre, il bello verrà dopo. In caso avesse ragione, che ci sarà dopo?
Dipenderà anche dal risultato del referendum

Che Renzi è sicuro di vincere.
Dà per scontato di vincerlo su una impostazione che tra l’altro è quella che sta creando il maggiore disagio. Cerca di far credere che il referendum è uno scontro tra conservatori e innovatori. Il disagio in molti. Io credo di essere stato sul piano istituzionale un innovatore. Sono stato il primo a fare la battaglia per il passaggio al maggioritario con Segni, osteggiato dal mio partito che ho trascinato a stento in quella direzione. Ci sono molti conservatori e li conosco bene. Ma c’è anche chi dice “io volevo rinnovare in modo diverso”. E chi dice questo si trova davanti a un plebiscito. Questa è una cosa che trovo raccapricciante.

Non credi che a Renzi converrebbe cedere su un cambiamento dell’Italicum? Sembra abbia fallito uno degli obiettivi per cui era stato incaricato da Giorgio Napolitano: stoppare Grillo. E ciò di certo rasserenerebbe un po’ il clima nel partito.
Secondo me andrebbe anche rivisto l’insieme dell’impianto della riforma istituzionale che io non voglio più arretrata, ma più avanzata. Sia chiaro. Il sono per il no al bicameralismo perfetto, sono per un’assemblea nazionale e basta, e per una legge elettorale a doppio turno alla francese. Spero che Renzi possa ripensare un po’ tutto e rivedere l’Italicum. Su questo non c’è dubbio. Uno dei punti della strategia renziana era quello del partito a vocazione maggioritaria che spazzava via l’idea del bipolarismo e lo sostituiva col bipartitismo. L’Italicum era funzionale a quella strategia. Quindi cambiare l’Italicum significa cambiare quella strategia e tornare a un’ipotesi bipolare e non bipartitica che mi troverebbe d’accordo.

Sei stato protagonista della svolta storica della Bolognina. Relativamente a Matteo Renzi che dice di esser impegnato in uno sforzo profondo di svolta in Italia, ti senti solidale politicamente, solidale umanamente, tutti e due o niente di tutto questo?
Io mi sono sentito all’inizio solidale con lui quando ha annunciato questa volontà di rinnovamento e cambiamento delle vecchie classi dirigenti. Mano a mano che andava avanti non sono più stato solidale politicamente perché non concordo con molte delle sue prese di posizione. Sono solidale umanamente perché mi rendo conto che oggi si trova in una situazione estremamente difficile.

Le ultime uscite della sinistra interna toccano il problema del doppio incarico di Renzi. Pensi sia effettivamente un problema reale oppure rientra nelle azioni di logoramento del segretario?
Se posto come unico problema del cambiamento rispetto al carattere epocale, strategico, del ripensamento che dovrebbe essere messo in atto, lo considero del tutto insufficiente. In un sistema maggioritario non c’è nulla di strano che il segretario del partito sia anche il candidato a premier. Questo in una situazione non malata. In una situazione come quella del Pd potrebbe anche definirsi come soluzione intermedia. Sono tutte cose su cui si può discutere serenamente ma che non mi appassionano. Perché le ritengo subordinate alla risoluzione di quei problemi di cui ho parlato prima.

Claudio Madricardo

@claudiomadricar

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