Referendum Brexit, cronaca intima di una giornata particolare

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ALESSANDRO PASTORE
Abito da più di otto anni a Cambridge in Inghilterra. Guido Moltedo mi chiese qualche mese fa di scrivere un articolo sulla Brexit per i lettori di ytali. Ogni volta che ho iniziato ad abbozzare un testo mi sono sempre bloccato. Il motivo è molto semplice. Alla fine l’unico argomento che ha parlato alla pancia degli elettori in favore dell’uscita dall’Unione Europea è stato quello contro l’immigrazione. E io sono un immigrato come molti altri. Una parte in causa. Non sarei riuscito a descrivere asetticamente quello che significava questo referendum e la piega che stava prendendo la campagna referendaria. Oggi è il giorno del voto, fuori piove a catinelle e mi vengono in mente da raccontare due episodi che spero siano interessanti per i lettori.

Il primo è il racconto che mi ha fatto un barbiere italiano che vive da decenni a Cambridge su suoi molti clienti inglesi che lo avevano fatto partecipe della loro decisione di votare per abbandonare l’Europa, aggiungendo, subito dopo, che lui, però, avrebbe potuto rimanere perché era una brava persona e un onesto lavoratore.

Io gli ho sempre risposto che li ringraziavo ma se il partito del leave avesse vinto, me ne sarei tornato in Italia e i capelli glieli avrei tagliati al mio paese in Puglia su una terrazza con vista bellissima sulla valle dove il sole, non il phon, gli avrebbe asciugato i capelli.

Una risposta semplice che richiama in tono bonario il concetto espresso dal presidente della commissione europea Junker che ieri ha scritto “chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori e non ci saranno margini per negoziare un rientro nell’Unione se Leave vincesse”. Il verbo inglese leave, usato da chi vuole uscire dall’Europa, è un classico caso di enantiosemia. Può significare “esco” ma anche “vai fuori”.

E a questo significato che è legato il secondo episodio. Una mattina di qualche settimana fa lungo la strada verso l’ufficio è apparso un grande cartello con la scritta Leave in bianco su sfondo rosso. Per me immigrato aveva un solo significato: vai fuori! Nei giorni successivi ho notato spuntare vicino a quel cartello altri cartelli della parte favorevole a rimanere in Europa in cui campeggiava la scritta Remain. La cosa mi ha rincuorato. Il verbo Remain ha una sola possibile traduzione e poi, scritta cosi da sola è lì, non pone condizioni. Significa: rimani, siamo uguali.

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Comunque andrà a finire l’esito di questo referendum, il Regno Unito avrà bisogno di un periodo per disintossicarsi dalla violenza verbale che questa campagna ha seminato e purtroppo anche armato la mano dell’assassino della parlamentare Jo Cox la settimana scorsa. La Cox prima della sua famiglia ad accedere all’università si era laureata in Scienze Politiche a Cambridge. Insomma, un esempio di successo del sistema meritocratico di questo paese che ha ispirato molti altri sistemi educativi.

Credeva fortemente nell’uguaglianza tra le persone e i popoli e per questo ideale si era spesa, prima di essere eletta al parlamento di Westminster, in attività di supporto alle donne e ai rifugiati delle zone più devastate dalle guerre nel mondo. Era un astro nascente del partito laburista e una grande sostenitrice della campagna per Remain. Sarebbe bello che qualche nuovo sindaco di una città italiana le dedicasse il nome di una via, o di una piazza con la dicitura martire per l’Europa. Perché è questo che è stata: una martire moderna per difendere il principio di uguaglianza tra gli uomini. Come scriveva Primo Levi se non si difende questo valore, la fine della storia è già segnata e porta diritto verso quelle vergognose pagine che hanno infangato la storia dell’Europa. Proprio perché non si ripetessero mai più, era nata l’idea di un’Europa casa comune.

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In questa giornata di voto che però non mi vede poter votare, aspettando l’esito delle urne, mi viene in mente il motto che accompagnò le persone della Gran Bretagna durante i drammi della seconda guerra mondiale. Era “keep calm and carry on” che riflettendoci bene in Italia negli stessi anni si era tradotto in “eppur bisogna andar”. Decido anche che la prossima volta che mi chiederanno la mia nazionalità risponderò: “sono un cittadino europeo nato accidentalmente in Italia”. Niente di nuovo o originale ma un omaggio ad un grande europeo. È la risposta che nel 1938 il Prof. Piero Martinetti, uno dei 12 professori universitari italiani grazie ai quali Umberto Eco diceva che poteva non vergognarsi della professione che faceva, diede alla polizia fascista che gli aveva chiesto le generalità e per questo fu rinchiuso in carcere per un paio di notti.

Alessandro_pastore

Alessandro Pastore

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