Brexit, l’Europa può sopravvivere ma il divorzio deve essere rapido

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All’indomani di un salto nell’ignoto che assesta un colpo terribile al progetto comunitario e affonda i mercati, non solo azionari e valutari, l’Unione europea ha chiesto al Regno Unito di avviare il prima possibile la procedura di uscita dall’Ue. Un addio che i leader europei vorrebbero avvenisse nel più breve tempo possibile per evitare incertezze e il rischio contagio politico-finanziario ad altri Stati. Un divorzio che, seppure consumato con il referendum sulla Brexit, tanto la Gran Bretagna di Cameron che quella di Farange vorrebbero dilazionare nel tempo.

In base ai Trattati europei il termine negoziale dei due anni per concludere la completa separazione tra Ue e Regno Unito parte dalla notifica della volontà da parte di Londra di uscire dall’Unione. Così come in ogni divorzio c’è sempre qualcuno che preferisce che tutto si concluda in fretta, anche in questo caso c’è chi spinge per un addio in tempi rapidi.

Tuttavia stavolta a voler bruciare le tappe non è chi lascia ma chi è stato lasciato, ovvero l’Unione europea. Le principali cancellerie europee, che ieri si sono sentite telefonicamente e che si incontreranno nei prossimi giorni, sono decise a fare in fretta non solo perché ci si trova su un terreno sconosciuto ma anche perché se in realtà il Regno Unito potrebbe avere addirittura quasi tre anni di tempo per uscire dall’Ue, i 27 Paesi non reggerebbero un così lungo lasso di tempo di profonda instabilità. Infatti la notifica dell’uscita potrebbe arrivare ad ottobre, dopo dunque le sessioni del parlamento inglese chiamato a dare il mandato negoziale al governo di Londra, e al termine dei due anni il governo inglese potrebbe chiedere una proroga del negoziato ai 27 paesi membri dell’Ue che tuttavia potrebbe essere concessa solo con un voto all’unanimità.

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Nessun limite temporale invece al nuovo negoziato per regolare i futuri rapporti tra Ue e Regno Unito una volta che questo è fuoriuscito, anche se è facile ipotizzare che, al momento, nessuno abbia intenzione di affrontare la questione tanto che questa potrebbe essere rinviata a dopo l’uscita definitiva di Londra dall’Ue. Per quel che attiene il possibile rapporto tra Londra e i 27 dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue, sono in pochi quelli che oggi se la sentono di scommettere sulla possibilità di replicare il modello svizzero o norvegese che comunque implicano il rispetto della libera circolazione, tanto demonizzato dalla campagna referendaria di Farange in chiave antimmigrazione da ottenere il via libera a Brexit. Su un punto sono tutti d’accordo: l’intesa raggiunta con Cameron il 20 febbraio, al termine di una maratona negoziale di oltre trenta ore, è disdettata. Le prossime mosse dell’Ue sono a stretto giro: sabato è atteso un Consiglio dei ministri degli esteri che dovrebbe preparare il vertice Ue del 28 e 29 giugno mentre lunedì prossimo a Berlino è stato convocato un minisummit dalla Cancelliera Angela Merkel con il presidente francese François Hollande, il premier italiano Matteo Renzi e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

L’idea è dimostrare nervi saldi ma anche la volontà di agire con fermezza: il divorzio dovrà essere breve ma le condizioni durissime a cominciare da quelle commerciali visto che in assenza di un accordo varrebbero le regole della Wto con l’introduzione tout court di tariffe e dazi. L’idea è quella di dar vita in fretta a un’Europa a due velocità, con un nucleo centrale (i sei paesi fondatori ad esempio) strettamente integrato intorno al quale possano gravitare gli altri membri proprio per evitare l’effetto domino o quanto meno creare un argine alla diffusione del contagio

Uno dei cerchi concentrici potrebbe essere quello dell’Eurozona. Tra gli effetti di Brexit nell’immediato ci dovrebbe essere un crollo del Pil nel Regno Unito con una disoccupazione che i principali organismi internazionali valutano in crescita di almeno 5 punti percentuali, una delocalizzazione di grandi banche e una diminuzione del potere d’acquisto degli inglesi a fronte del forte deprezzamento della sterlina. Nel lungo termine oltre al ripristino dei visti per e dall’Ue, la Gran Bretagna dovrà ricontrattare il suo regime di visti nei confronti di tutti gli altri paesi e anche gli accordi commerciali che al momento ha in quanto membro dell’Ue.

Anche lo spazio aereo potrebbe subire limitazioni per la Gran Bretagna visto che in base ad accordi comunitari le compagnie europee possono oggi operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzi; quando questo verrà messo in discussione potrebbe cambiare tutto il mercato dei voli low cost. Stesso discorso per gli operatori telefonici mobili. Se per i funzionari britannici che lavorano nelle istituzioni europee si apre un periodo di grande incertezza visto che la loro permanenza potrebbe essere messa a breve in discussione anche tutti i cittadini inglesi in Europa non beneficeranno più della copertura medica che in virtù degli accordi europei li copriva nei paesi comunitari. Per tutti questi motivi, se divorziare sarà difficile, l’Europa dovrà e potrà chiedere che i tempi siano quanto meno i più rapidi possibili.

raffaella22

Raffaella Cascioli

Referendum Brexit, cronaca intima di una giornata particolare di Alessandro Pastore

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