L’Europa dopo Brexit. Tutto comune o tutti perdenti

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PAOLO COSTA
L’esito di un voto espresso dal 72 per cento degli elettori non è discutibile. Ma ciò che il voto su Brexit ha certificato è solo che la Gran Bretagna è spaccata a metà. E l’analisi del voto (per il Leave hanno votato più gli anziani che i giovani, più la periferia che la capitale, più i pensionati che gli attivi, più i lavoratori dipendenti che gli indipendenti, più i poco scolarizzati che gli istruiti, etc) ci dice che il Sì è prevalso solo perché la somma degli interessi particolari di alcuni – reali o percepiti più o meno correttamente che fossero – è casualmente prevalso sulla somma degli interessi anch’essi particolari di altri, comprendendo tra questi anche quelli che continuano a credere nel valore della solidarietà e coesione europea.

L’altra certificazione è che il nobile equivoco su quale si è a lungo retto il progetto europeo – la coesistenza tra chi lo perseguiva per raggiungere obiettivi strategici di pace, prosperità e identità culturale e chi vi aderiva solo attratto dal grasso mercato interno – non regge più. La stragrande maggioranza dei britannici non ha votato sì o no al “progetto europeo” (quale?) ma solo in base alla propria convenienza a servirsi dell’UE (what’s in it for me?) senza alcuna considerazione per “l’interesse comune europeo” (what’s in it for us?), per la solidarietà e la coesione europea, che non sono valori romantici, o per le anime belle che piacciono a Papa Francesco, contrapposti agli interessi materiali dei singoli, individui o stati, ma la miglior forma di difesa del “proprio interesse” da parte di chi lo persegua senza miopia.

Non poteva, peraltro, essere altrimenti. Perché l’idea della UE bancomat degli stati (interessi) nazionali si è andata sempre più radicando in tutti i protagonisti europei con il prevalere della insalata intergovernativa, dal gusto sempre più tedesco, sul minestrone comunitario; del Consiglio Europeo, dove le maggioranze si formano per aggregazione brutale di interessi nazionali, sul Parlamento, dove le maggioranze almeno interpellano visioni “europee”, e sulla Commissione, trasformata da promotore comunitario ad esecutore intergovernativo. Un approccio foriero di ogni disgregazione, che ha radici lontane, disegnato per i britannici fin dal momento della loro adesione nel 1972 e che si pensava non contagiasse il resto dell’Europa, ma che si è andato inevitabilmente rafforzando da quando i referendum prima francese e poi olandese del 2005 hanno affossato il trattato costituzionale: il trattato che avrebbe trasformato l’Unione in un soggetto autonomo responsabile in proprio degli interessi comuni europei nel mondo sempre più interconnesso.

La Gran Bretagna che più di ogni altro stato membro ha giocato col “dare /avere” europeo era il Paese più esposto al pericolo della “valutazione miope”. Solo la presunzione di Cameron poteva pensare di scherzare con questo fuoco senza bruciarsi. E quel che è peggio rischiando di estendere l’incendio ad altri Stati membri. È da sperare che la sveglia abbia suonato forte e chiaro e che lo shock del “Leave” britannico produca il miracolo di resuscitare la consapevolezza della necessità di ridare al progetto europeo il senso che gli è proprio e che gli può far riguadagnare la fiducia dei popoli del continente.

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Per farlo occorre ripartire da zero. E subito. con la lungimiranza di riformulare gli obiettivi che l’Europa dei padri fondatori si era posto nel nuovo, radicalmente diverso, contesto globale. Una riproposizione proporzionata al riemergere in nuova forma delle tre paure (la paura della guerra, la paura della povertà, la paura della perdita dell’identità culturale). Fino a ieri per liberare gli europei dalla paura della guerra bastava eliminare i focolai di instabilità interna che, lungo il Reno, prima, lungo l’Oder Neiss, poi, e nei Balcani ancora dopo coincidevano largamente con i focolai di instabilità mondiale. Fino a ieri per liberare gli europei dalla paura della povertà bastava aprire reciprocamente i mercati nazionali garantendo progressivamente le libertà di movimento delle persone, delle merci e dei capitali dentro l’Europa. Fino a ieri l’integrazione europea non poteva che esaltare la ricchezza delle identità culturali del continente tutte fondate sulla comune patrimonio di valori che ci viene dalla tradizione giudaico-greco-cristiana. Oggi tutto questo non basta più.

Le battaglie per la pace e la stabilità, per la prosperità e per l’identità europee non si combattono più solo in Europa. Si combattono su una scena mondiale, quella dell’economia, della società e della cultura globalizzata, dove solo una Unione che parli per tutti, con una voce sola, ha qualche possibilità di successo. I focolai di instabilità da terrorismo, da flussi incontrollati di rifugiati in fuga dalle loro guerre o da controllo delle risorse primarie mondiali sono extraeuropei.

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La competitività europea deve oggi fare i conti, oltre che con Stati Uniti e Giappone, anche con le contraddizioni delle potenze emergenti di Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica, Indonesia, etc. La vecchia Europa destinata a perdere cinquanta dei suoi 450 milioni di abitanti è di fronte alla contraddizione di dove accogliere almeno altrettanti immigrati extracomunitari ma, nel contempo di difendersi da flussi incontrollati di migranti planetari. Nuovi europei; nella stragrande maggioranza portatori di culture diverse dalle nostre.

Insomma in un mondo globalizzato occorre più Europa, anche se molto diversa da quella di oggi. Occorre un’Europa democraticamente legittimata a difendere anche e soprattutto fuori dell’Europa gli interessi europei, anche a favore di chi , come la Gran Bretagna del Brexit, non ha ancora preso consapevolezza che c’è molto da guadagnare in interessi, identità e valori anche oltre quel mercato unico che sta esaurendo la sua spinta propulsiva. Politica estera e di difesa comune, politica economica comune da affiancare al baluardo dell’euro, politica di immigrazione e di integrazione multiculturale comune. Tutto comune o perdente.

paolo costa

Paolo Costa

@pcostave 

Le illustrazioni sono tratte da Desiderio e il luogo che non c’era

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