Dopo Brexit il “leave” da Londra del big business

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La city di Londra in un’illustrazione di Abi Daker http://abidaker.tumblr.com/

RAFFAELLA CASCIOLI
Un’impresa britannica su cinque prevede di delocalizzare una parte delle sue attività e circa i due terzi degli imprenditori inglesi ritengono che l’uscita dall’Unione europea sarà negativa per i loro affari. Se i dati del sondaggio dell’Istituto IoD, la Confindustria britannica, alzano il velo sulle incertezze d’oltremanica dove sono improvvisamente congelati i progetti di investimento e di assunzione, Londra si interroga sulle inevitabili ripercussioni che Brexit avrà sulla sua crescita economica in questi anni sempre molto dinamica.

Circa il sessanta per cento degli elettori londinesi ha votato il 23 giugno per Remain, ma il resto del paese ha deciso diversamente: e la capitale popolata da 8,6 milioni di persone, con un Pil equivalente a quello della Norvegia, non potrà più presentarsi come porta d’entrata delle imprese americane o asiatiche sul mercato europeo. In sostanza quegli imprenditori che vedevano in Londra una piattaforma per lanciarsi sul mercato europeo integrato delocalizzeranno completamente, o in parte, in altre città europee.

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Già venerdì la banca d’affari americana JPMorgan, che dà lavoro nel Regno Unito a sedicimila persone, ha fatto sapere che potrà collocare alcune migliaia dei suoi impiegati fuori dal Paese. Secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s a Londra si svolge un quinto dell’attività bancaria e per questo una emorragia di banchieri provocherebbe un vero e proprio terremoto nella capitale britannica dove il settore finanziario occupa un lavoratore su tre pari a 1,25 milioni di posti e dove i servizi assorbono circa l’85 per cento dei posti di lavoro.

A controbilanciare foschi scenari c’è il fatto che una sterlina ai minimi termini attirerà molti stranieri anche se difficilmente questo tipo di turismo riuscirà a controbilanciare il declino inevitabile che si registrerà in altri settori. Quel che è certo è che la crescita del Pil, che a Londra nel 2015 ha fatto registrare addirittura un’impennata del 3,3 per cento, non solo non sarà ripetibile ma per molti anni rischierà di essere una vera e propria chimera. Non a caso se i banchieri ben pagati dovessero decidere di lasciare Londra per Francoforte, Berlino e Dublino tutta quella parte dell’economia che si appoggia sul loro potere d’acquisto ne soffrirà enormemente. A cominciare dalle agenzie immobiliari fino alle scuole private estremamente selettive. C’è già chi pensa che nei prossimi mesi la caduta del settore immobiliare a Londra possa essere a due cifre. E non solo nella capitale.

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Un vero paradosso per chi ha votato Brexit per proteggere l’economia e i posti di lavoro britannici dai lavoratori comunitari: la caduta della sterlina apre infatti ormai le porte agli investitori stranieri che, soprattutto nell’immobiliare, potrebbero trovare conveniente acquistare nel Regno Unito. Sono in molti a credere che occorra approfittare della finestra che si è aperta con Brexit per realizzare ottimi affari immobiliari nel Regno Unito. A cominciare da uomini d’affari cinesi e di Hong Kong, ma anche del Vecchio Continente. Secondo il Fondo Monetario internazionali Brexit potrebbe comportare per il Regno Unito uno scenario economico talmente sfavorevole che il prossimo anno vi sarà una recessione con una crescita ulteriore del cinque per cento della disoccupazione rispetto ad un tasso attuale molto contenuto del 6,5 per cento.

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Raffaella Cascioli

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