Spagna, non cambia niente, cambia tutto

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La vittoria di Mariano Rajoy nel disegno di Malagón (CTXT)

ETTORE SINISCALCHI (Madrid)
Il voto spagnolo si riassume in maniera semplice: perdono tutti, meno Mariano Rajoy. Un vincitore e tre sconfitti: le sinistre, Ciudadanos e gli istituti demoscopici. Oltre alla partecipazione, ha votato il 68,67 per cento, quasi quattro punti e 1,2 milioni di elettori in meno rispetto a dicembre, nelle elezioni con la più bassa affluenza dal 1978, data del primo voto della democrazia dopo il franchismo (tenutosi ancora nella paura e boicottato da settori franchisti contrari alla Transizione e dal nazionalismo basco) in cui l’affluenza fu del 66,83 per cento.

Il Partido popular (Pp) è l’unico a crescere rispetto al voto di dicembre, sia in seggi (137, più 14) che in voti assoluti (7,9 milioni, più 700mila, cioè il 33,03%, più 4,3 per cento). Il Partito socialista (Psoe), che pure si consola per aver evitato il sorpasso e conservato la leadership a sinistra, ottiene il peggior risultato della sua storia: 85 seggi (meno cinque), poco più di 5,4 milioni di voti (centomila in meno) con una lieve crescita percentuale, il 22,66 per cento (era il 22,01). I grandi sconfitti sono i partiti nuovi. Unidos Podemos (Up), la coalizione con Izquierda unida (Iu), con cinque milioni di voti mantiene i 71 seggi che i due partiti avevano prima ma perde oltre un milione di elettori rispetto a quelli che avevano divisi, ottenendo il 21 per cento (era il 20,66 per i viola e il 3,67 per Iu). Ciudadanos che perde otto seggi e si ferma a 32, ottenendo poco più di 3,1 milioni di voti e il 13,05 per cento (quasi 400mila voti e lo 0,93 per cento in meno).

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Una vittoria netta quella dei popolari di Rajoy che non si traduce automaticamente in un governo, non disponendo in nessun modo della maggioranza assoluta, ma prima di guardare alla formazione del governo, guardiamo meglio alle performance dei partiti.

Il Pp si avvia a diventare per gli studiosi della politica e i commentatori un caso di scuola. Non esiste in Europa un partito così flagellato dagli scandali in grado di non pagare nelle urne inchieste, arresti e pratiche di corruzione. I giudici hanno portato alla luce un meccanismo corruttivo trentennale, la formazione di fondi neri, la consegna continua di stipendi in nero a tutti i vertici del partito, derivanti dalle tangenti provenienti soprattutto dai potenti costruttori edili (el ladrillo, il mattone, continua a essere un elemento fondamentale dell’economia nazionale, assieme a turismo e agricoltura).

A Valencia le iscrizioni nel registro degli indagati hanno colpito pochi mesi fa tutta la federazione del partito, indagato per associazione a delinquere ai fini di corruzione e riciclaggio. Il Pp valenziano non ha neanche proceduto alle abituali sospensioni dagli incarichi in attesa del giudizio per non restare senza rappresentanti nelle assemblee elettive. L’ultimo scandalo è di particolare gravità. Al quotidiano on-line Público qualcuno (forse dal Cni, il Servicio nacional de inteligencia, i servizi segreti interni) ha fatto arrivare le registrazioni ambientali di conversazioni tra il ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz, uomo di fiducia di Rajoy e il direttore dell’Ufficio anticorruzione catalano, Daniel de Alfonso. Discutevano di come colpire politici di partiti avversari, in particolare quelli nazionalisti ma anche Ciudadanos, con informazioni riservate relative a spese personali messe in conto ai bilanci dei partiti o ai finanziamenti per le attività politiche e altre pratiche illegali o comunque discutibili. Nulla di tutto questo riesce a far scendere il Pp sotto i sette milioni di voti. Neanche la presenza di un’alternativa di centrodestra come gli arancioni, spinge gli elettori a abbandonare i popolari. Anzi l’ultimo voto li vede crescere in seggi e voti assoluti.

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Il Psoe mantiene il secondo posto. Pedro Sánchez è apparso ieri come un trionfatore. In calle Ferraz, dove si trova la sede nazionale, sembrava che avessero vinto le elezioni. Lo scampato pericolo del sorpasso da parte di Up, dato per certo da tutti, non può però nascondere le criticità. Sánchez ha ottenuto il peggior risultato della storia socialista, peggiorando ancora quello di dicembre che costituiva il precedente record negativo. Il Psoe retrocede nelle città, perde il voto giovane, retrocede nei suoi granai di voti, mantiene la supremazia in sole tre province andaluse delle cinquanta in cui è divisa la Spagna (che corrispondono alle circoscrizioni elettorali che sono in tutto 52 con l’aggiunta Ceuta e Melilla, le due città autonome in territorio africano). Il partito è molto diviso, anche se il mancato tracollo e l’arretramento nelle regioni degli avversari interni in qualche modo rafforza il segretario.

Podemos, che malgrado l’alleanza con Izquierda unida perde in sei mesi oltre un milione di voti, è il principale sconfitto del voto. Resta la terza forza e ottiene buoni risultati in Catalogna e nel Paese basco, ma alle aspettative molto alte corrisponde una cocente delusione. È vero che tutti giocavano contro i viola, che in due anni è stata costruita una realtà solida e destinata a restare, ma i toni anni ’70 hanno allontanato elettori over 50 provenienti dal Psoe, nelle grandi città la spinta rallenta, a parte quelle dove governano con le liste di confluenza, alleanze in cui spesso sono una componente minoritaria. Iglesias è stato il primo leader a commentare i risultati e l’unico a sottoporsi alle domande dei giornalisti. Questo comportamento esemplare dovrà proseguire con una profonda disamina critica dei loro errori. A cominciare dal fatto che parlare di «vincere col sorriso» mentre si grida con la bava alla bocca, rincuorerà forse la militanza ma allontana il voto d’opinione.

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C’è anche una riflessione comune che va fatta dai leader delle due sinistre, riguardo alle scelte fatte dopo il voto del 20 dicembre. Entrambi hanno dato l’impressione di non voler veramente formare un governo. Se la responsabilità maggiore va scritta a Sánchez, con la firma del patto con C’s, l’atteggiamento provocatorio e immaturo di Iglesias non ha certo facilitato le cose. Quello dei due partiti è un elettorato in buona parte intercambiabile. Le accuse reciproche di populismo o appartenenza alla casta sottolineano una poca volontà costruttiva che ha demotivato gli elettorati e prefigurato la vittoria della destra.

L’altro grande deluso è Ciudadanos. Gli arancioni hanno perso otto seggi, a fronte di una flessione di meno dell’un per cento del voto. Il richiamo all’orgoglio dei moderati è stato meno ascoltato di quello al voto utile di Rajoy, che ha riportato al Pp molti elettori. Accusare la legge elettorale, che indubbiamente favorisce il Pp, è un atto consolatorio. Il sogno di un centrodestra moderno e senza corruzione non riuscirà a camminare con le sue gambe finché il partito non darà prova di saper governare e di produrre una classe dirigente all’altezza della sua unica punta, Albert Rivera.

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Rajoy ha rivendicato la sua legittimità politica a formare un governo. È il vincitore, ma i numeri non lo rendono facile. Non esistono maggioranze assolute possibili, essendo da scartare un governo Pp – Psoe. Sánchez ha detto in ogni modo che non favorirà un governo dei popolari neanche con l’astensione. Neanche col secondo voto, quando basterà la maggioranza semplice, sarà facile per Rajoy formare un governo, con un Parlamento che rischia di spaccarsi esattamente a metà tra favorevoli e contrari. Teoricamente, ci sarebbe la possibilità per il Psoe di guidare due diverse maggioranze. Una con Up e C’s (ma Iglesias e Rivera sono irriducibili), l’altra che unisca le sinistre e i partiti nazionalisti, senza C’s (ma Sánchez ha anche detto che non cercherà i loro voti). Se nessuno cambia posizione, la ricerca di un governo per il paese rischia di essere una questione di tempi lunghi. E non si può scartare la possibilità che si debba richiamare una terza volta gli elettori alle urne. Un’ipotesi che aumenterebbe enormemente la sfiducia degli spagnoli nelle istituzioni e che la Spagna non può permettersi di affrontare.

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Ettore Siniscalchi

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