Bangladesh, un paese caotico nel mirino del califfo

bang-MMAP-mdBENIAMINO NATALE
Il massacro di Dhaka è l’ultimo di una lunga serie. Gli estremisti sembrano aver individuato nel Bangladesh, un paese povero, sovrappopolato, privo di istituzioni degne di questo nome, dominato da una burocrazia corrotta – il ventre molle di una regione nella quale vivono centinaia di milioni di musulmani. Usando il  Bangladesh come trampolino, infatti, potrebbero cercare di espandersi sia nel subcontinente indiano che nel sudest asiatico.

Intellettuali, attivisti per i diritti civili, esponenti della minoranza sciita, blogger laici, stranieri che lavorano per le Organizzazioni non governative – come l’italiano Cesare Tavella, ucciso a Dhaka lo scorso settembre – sono tra le decine di vittime dei sostenitori del Califfato.

Gli omicidi degli “infedeli” sono stati tutti eseguiti con una ferocia e una freddezza impressionanti e con una facilità sconcertante. Il ristorante Holey Artisan Bakery, dov’è avvenuto il massacro, si trova nel quartiere diplomatico di Gulshan, il più frequentato da stranieri, un posto che dovrebbe essere sicurissimo. Anche Tavella, che aveva cinquant’anni e lavorava per una ONG olandese, è stato assassinato con tre colpi di pistola alla schiena, mentre faceva jogging per le strade di Gulshan.

Una delle recenti vittime degli estremisti era stato il professor Rezaul Karim Siddique dell’Università di Rajshahi, nel nord del Bangladesh, ucciso per strada a colpi di machete .

L’assassinio del professore Siddique – “inspiegabile” secondo i familiari, dato che non era impegnato in alcuna attività politica ma era semplicemente un laico convinto – è stato rivendicato dall’ISIS poche ore dopo che il ministro della giustizia Anisul Huq aveva sostenuto che “nel nostro paese l’ISIS non esiste”.

Questo rifiuto del governo di guardare in faccia la realtà è forse l’aspetto più preoccupante della situazione.

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Ingorgo a Dhaka

Molti commentatori hanno sottolineato in queste ore che lo Stato Islamico, più che una presenza diretta, è rappresentato in Bangladesh da gruppi di estremisti locali, che agirebbero usando lo sigla del più noto gruppo terrorista del mondo in una sorta di “franchising”, come gli assassini che l’anno scorso hanno colpito a Parigi.  I gruppi più citati sono il Jamatul Mujahieddin Bangladesh (JMB), l’Ansarullah Bangla Team (ABT) e l’Harakat Ul-Jihad-al-Islami, ai quali il South Asia Terrorism Portal (un sito web gestito da esperti indiani di terrorismo, di solito molto attendibile) aggiunge il Jagrata Muslim Janata Bangladesh (JMJB).  Questi gruppi hanno le loro radici in una storia che è iniziata molto prima che Abu Bakr Al Baghdadi fondasse l’organizzazione che ha la sua capitale a Raqqa, nella Siria sconvolta dalla guerra civile. ll Bangladesh esiste come paese indipendente dal 1971, lo stesso anno nel quale si ritiene che Al Baghdadi sia nato a Samara, nel nord dell’ Iraq.

Nel 1947, quando l’Impero britannico si dissolse e nacquero l’India e il Pakistan, quello che attualmente è il Bangladesh divenne il Pakistan Orientale. Si trattava di una mostruosità da tutti i punti di vista: quello geografico, perché era diviso dal Pakistan Occidentale da oltre tremila chilometri di territorio di una potenza ostile, l’India; da quello economico perché veniva letteralmente tagliata in due l’economia di quello che era il Bengala britannico; da quello etnico e politico perché creava una squilibrio e una rivalità da due regioni dello stesso paese.

Il Pakistan fondato da Mohammed Ali Jinnah e da altri intellettuali e professionisti riuniti nella Lega Musulmana nacque come un paese democratico – sulla carta. Nella pratica era dominato dal Punjab, la provincia più ricca del Pakistan Occidentale, da dove provenivano la maggior parte dei burocrati e dei militari. Quando nel 1970-71 il principale partito del Pakistan Orientale, l’Awami League, vinse le elezioni, l’establishment dominato dai punjabi del Pakistan Occidentale reagì inviando l’esercito per riportare alla ragione i “ribelli” bengalesi, che non solo avevano osato vincere le elezioni ma pretendevano addirittura di formare il governo.

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Il centro di Dhaka

La resistenza bengalese fu appoggiata dall’India che, alla fine del 1971, ruppe gli indugi e fece intervenire il suo esercito, che sconfisse con un blitz ben congegnato i militari pakistani. Prima del decisivo intervento indiano, l’esercito “punjabi” – composto cioè da pakistani provenienti dalla porzione occidentale del paese – commise orribili atrocità con la complicità di un piccolo gruppo di bengalesi molti dei quali erano estremisti musulmani ispirati dalla Jamaat Islami, un’organizzazione islamista del nord dell’India che aveva combattuto i laici guidati da Jinnah, affermando tra l’ altro che il loro Pakistan non sarebbe stato altro che un “paradiso degli sciocchi”. Una volta che quel “paradiso” si era concretizzato, gli estremisti della Jamaat diventarono i reparti di assalto di tutti i dittatori militari che si sono succeduti alla testa del paese.

Uno di questi, Muhammad Zia ul-Haq (al potere dal 1977 al 1988), gli affidò un ruolo di primo piano nella struttura educativa del paese, dando il via libera alla moltiplicazione delle madrasas. Lo stesso processo ha avuto lungo nel Pakistan Orientale che nel frattempo aveva dichiarato l’indipendenza col nome di Bangladesh (Paese dei bengali).

 

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Traffico a Dhaka

In un’intervista pubblicata da Lettera43 padre Bernardo Cervellera, missionario ed esperto di Asia, precisa che nel Bangladesh le scuole islamiche erano quattromila negli anni ottanta e che oggi sono diventate settantamila. Le violenze della guerra civile del 1971 hanno lasciato nel corpo della società bengalese una ferita che è tutt’ora aperta: il leader della Jamaat Motiur Rahman Nizami è stato impiccato a Dhaka il 16 maggio di quest’anno, dopo la sua condanna definitiva per i crimini di guerra commessi quarantacinque anni fa. Negli ultimi mesi  almeno un migliaio di estremisti sono stati arrestati nel tentativo di fermare gli attacchi contro i civili.

Negli anni dopo l’indipendenza il paese, poverissimo e principalmente agricolo, fu teatro di una serie di colpi di Stato fino al 1991, quando cominciò un’estenuante altalena che ha visto alternarsi al potere l’attuale primo ministro, Sheik Hasina Wajied dell’Awami League e Khaleda Zia del Bangladesh National Party o BNP.

Due donne, ma entrambe arrivate ai vertici del potere grazie ai loro parenti di sesso maschile: la prima è figlia dell’eroe dell’indipendenza Mujibur Rahman, assassinato nel 1975, e la seconda è la vedova del dittatore Zia ur-Rahman, che ha governato il Paese dal 1977 al 1981. Mogli e figlie di leader, insomma, come le indiane Indiria e Sonia Ganhdi, le srilankesi Srimavo Bandaranaike e Chandrika Kumaratunga, la pakistana Benazir Bhutto.

La rivalità tra le due Grandi Signore della politica bengalese è stata caratterizzata da violenti scontri tra i “sostenitori” dell’una e dell’altra (spesso delinquenti assoldati per intimidire gli avversari), scambi d’accuse roventi, boicottaggi elettorali, ecc. Come nel resto dell’Asia, in Bangladesh il potere è considerato assoluto e il concetto di alternanza risulta estremamente difficile da accettare.

Dal 2007 alla fine del 2008 l’esercito ha realizzato un cosiddetto soft golpe, accusando le due Signore di corruzione e installando un governo tecnico e provvisorio. Le elezioni si sono tenute alla fine del 2008 e sono state vinte da Sheik Hasina. La tornata successiva, quella del 2014, è stata boicottata dal BNP, che ha così lasciato via libera agli avversari dell’Awami League.

Khaleda e i suoi figli sono sotto accusa – sempre per corruzione – e i suoi collaboratori sono costantemente sotto il tiro degli avversari politici: un suo portavoce, il giornalista Shafik Rehman, che ha 82 anni, è in prigione accusato di aver ordito un complotto per uccidere il figlio di Hasina. Insomma, per quanto poco possa piacere Khaleda Zia – che negli ultimi anni ha appoggiato gli islamisti – non si può dire che i procedimenti giudiziari contro di lei, i suoi familiari e i suoi alleati politici siano esenti da condizionamenti politici.

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Fabbrica tessile in Bangladesh

L’economia del Paese negli ultimi anni è migliorata facendo registrare tassi di crescita alti – tra il sei e il sette per cento – grazie soprattutto alle esportazioni di prodotti tessili e alle rimesse degli immigrati. Ma rimane debole e squilibrata e non appare in grado di sostenere le aspirazioni dei suoi quasi 157 milioni di abitanti, per oltre il sessanta per cento sotto i 64 anni di età e per l’ottantasette per cento musulmani. In sintesi, una crescita economica caotica e la mancanza d’istituzioni credibili creano nel Bangladesh un terreno ideale per i reclutatori del Califfato.

beniamino

@beniaminonatale
una versione breve dell’articolo è apparsa in aprile sul blog Il Fuorilegge della Palude

2 risposte a “Bangladesh, un paese caotico nel mirino del califfo

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