Dopo Brexit. What next? Conversando con il professor Jon Davis

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Jon Davis (Photograph: Frank Baron for the Guardian)

FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
È passata ormai una decina di giorni da quando la Gran Bretagna e l’Europa tutta si sono svegliate sotto shock. Alla chiusura dei seggi, la sera del 23 giugno, gli attentissimi bookmakers inglesi – considerati molto più affidabili di qualunque exit poll – pagavano una sterlina per ogni venti sterline giocate sul Remain: come dire che l’alternativa, il Leave, era considerato praticamente impossibile. Invece…

Una volta terminato il conteggio, con la vittoria di chi vuole lasciare l’Unione europea, il primo ministro David Cameron, fautore del Remain, ha annunciato che si sarebbe dimesso: aveva promesso il referendum alla vigilia delle ultime elezioni politiche (nel 2015) allo scopo di arginare la crescita del partito indipendentista britannico (UKIP). Sul momento la vittoria elettorale sembrò dargli ragione, ma a distanza di un anno l’esito referendario non può che far parlare di una scommessa politica persa; e la sua scelta dovrà essere ricordata come uno dei più gravi errori politici dei tempi recenti.

Da quel momento si sono sviluppate due vicende parallele: da un lato il dibattito sul come e quando uscire effettivamente dall’UE; dall’altro una serie di sconvolgimenti pesanti all’interno dei due principali partiti del paese, quello conservatore e quello laburista. Nel definire le vicende interne ai tories il Sunday Times ha parlato di “The week of the long knives”, la settimana dei lunghi coltelli, durante la quale vi sono state dinamiche che ai lettori italiani possono forse ricordare quelle della Democrazia Cristiana della Prima Repubblica.

Inizialmente sembravano due i candidati a sostituire Cameron alla guida del partito (e conseguentemente del governo): Boris Johnson, ex sindaco di Londra e uno degli uomini di punta della vittoriosa campagna per il Leave, e Theresa May, attuale ministro degli interni, che – pur tiepidamente – si era schierata per il Remain. In un succedersi di colpi di scena, però, in meno di una settimana la situazione è cambiata fino alla rinuncia di Johnson, l’iniziale favorito, a poche ore da quello che doveva essere il suo discorso di “discesa in campo”. A cambiare le carte in tavola, infatti, vi è stata la candidatura di Michael Gove, attuale ministro della giustizia, ma anche grande alleato di Johnson nella campagna referendaria e suo iniziale sostenitore nella corsa alla leadership del partito. Tale mossa ha sorpreso molti: nel commentare gli eventi, il padre di Johnson si è espresso con un lapidario “Tu quoque, Brute!”.

Parliamo di questo – e delle prospettive future – con Jon Davis, studioso di storia del governo britannico e Director of Government Partnerships del King’s College (University of London).

In Italia siamo abituati a vicende di questo tipo, ma ci sono precedenti in Gran Bretagna?
Anni fa John Ramsden, mio vecchio professore, pubblicò una storia del Partito conservatore intitolandola An appetite for power. E in effetti, contrariamente al Partito laburista, che ha sempre avuto difficoltà a rimuovere i propri leader (come vediamo ancor oggi con Corbyn), i tories hanno una storia di repentine sfiducie e sostituzioni; però, anche se vi è questa tradizione, le vicende dei giorni passati hanno dell’incredibile nella storia politica britannica. La Gran Bretagna non vedeva niente di simile almeno dal dicembre 1916 quando, all’indomani della battaglia della Somme, un liberale (quindi non un conservatore), Lloyd George, allora ministro della guerra, “pugnalò alle spalle” il suo primo ministro, Asquith, e lo sostituì portando il suo partito liberale in un governo di coalizione con i conservatori.

Tutti pensavano che Boris Johnson sarebbe diventato il nuovo leader conservatore; ma poi, proprio all’ultimo momento, si è ritirato dalla corsa alla leadership; cosa è accaduto?
Ancora forse non sappiamo tutto ciò che è successo dietro le quinte. Johnson è un uomo molto ambizioso, famoso anche per i suoi atteggiamenti un po’ clowneschi; ma certamente non è uno stupido, anzi. Le allusioni che a volte fa alla storia greca e romana spingono però alcuni a sopravvalutare la sua visione, mentre altri sostengono che in realtà esse servano a nascondere la mancanza di una vera linea politica. Quindi ciò che penso sia successo è che all’ultimo momento, quando finalmente sembrava essere arrivato il suo momento, il supporto del suo partito sia evaporato. Certamente resta un uomo molto popolare ma – ripeto – è difficile capire la sua linea politica. Comunque non abbiamo visto ancora la fine della sua carriera, anche se in questi giorni si sta leccando le ferite: non credo infatti che si aspettasse un attacco alle spalle.

Crede che Michael Gove l’abbia tradito?
Tradire è una parola molto forte; ma sappiamo che il potere ha un’attrazione tutta sua. E quando c’è un evento così rilevante e di cambiamento come Brexit molte persone possono vedere un’opportunità e si comportano di conseguenza. Lo stesso David Cameron ha affermato di essere rimasto molto deluso dai tradimenti che hanno caratterizzato i suoi ultimi giorni a Downing Street.

Pensa che Johnson credesse davvero nella necessità di lasciare l’Unione europea o che abbia invece fatto una scelta opportunistica per raggiungere il potere?
Quando Boris ha annunciato che avrebbe condotto la campagna per il Leave molti sono rimasti sorpresi perché, se anche in passato aveva fatto affermazioni critiche nei confronti dell’Europa, mai aveva detto che avrebbe voluto la Gran Bretagna fuori dall’UE. E in effetti, nell’annunciare la sua campagna per il Leave, le sue parole non furono “Voglio uscire dall’Unione Europea”, ma “Voglio una rinegoziazione”. Ciò che forse potrà emergere (ancora lo sappiamo) è che Johnson sia stato convinto a far parte della campagna per il Leave proprio da Michael Gove, che invece è sempre stato un fervente leaver.

Alla vigilia il risultato del referendum era dato molto incerto, anche se negli ultimi giorni il Remain pareva aver preso il sopravvento. Crede che i leavers pensassero davvero di poter vincere? E hanno una strategia?
L’impressione è che non ci sia una strategia, nel senso che molti di loro volevano uscire dall’Europa (magari anche per un generale senso di distacco da multiculturalismo e globalizzazione), ma senza avere un piano preciso. Il problema è che ora le migliori menti dell’apparato amministrativo britannico, cioè i più capaci fra i civil servants, dovranno dedicarsi a capire come districare la Gran Bretagna dalla miriade di accordi che ci sono – in tutti gli ambiti – con il resto d’Europa; e dovranno fare questo anziché lavorare per rendere la Gran Bretagna migliore. E questo per me è un grande spreco.

A questo punto ogni decisione sul ricorso all’articolo 50 della Costituzione europea (quello che recita che “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”) è rimandato a dopo l’estate e comunque spetterà al Parlamento invocarlo. È possibile che ciò non venga mai fatto?
Non ci sono precedenti e quindi tutte le opzioni restano sul tavolo. Mi pare che la Gran Bretagna sia in una posizione abbastanza forte, ovvero quella di poter invocare l’articolo 50 quando vuole. C’è al momento anche un grande dibattito su un eventuale secondo referendum. In fondo l’Irlanda l’ha avuto, quando si è trattato di ratificare la Costituzione europea (e ha votato Sì nel 2009, dopo aver votato No nel 2008). Credo che sia ancora aperta la possibilità di una qualche forma di rinegoziazione all’interno dell’UE. La Gran Bretagna è sì un’isola, ma è una grande isola con un’economia forte e con un ruolo importante sullo scacchiere internazionale. E dopo questa rinegoziazione ci potrebbero essere elezioni, oppure un secondo referendum. Non essendoci precedenti, comunque, tutto è possibile.

Mi pare che lei delinei un quadro in cui la Gran Bretagna ha il coltello dalla parte del manico e l’Europa aspetta le sue mosse. Pensa che l’Europa possa davvero essere così accondiscendente? L’Europa non mostra né una grande unità né una grande leadership. Davvero Angela Merkel vuole che la Gran Bretagna lasci l’UE? Io credo di no. In fondo è Merkel (e non Juncker o Tusk) a contare davvero. In tutta Europa la libera circolazione delle persone è messa in discussione da continue ondate di migranti. Un’altra estate di grandi arrivi potrebbe porre fine alla libertà di movimento, la cui abolizione (o restrizione) è proprio ciò che Merkel non ha voluto concedere mesi fa a Cameron, ma che potrebbe ora rientrare sul tavolo di discussione. Ovviamente, se gli europei volessero davvero la Gran Bretagna fuori dall’Europa, potrebbero fare grandi passi in tale direzione. Ma a me non pare che al momento sia questo un desiderio condiviso. Vedremo.

Se il partito di governo ha visto lo svilupparsi delle sue faide interne, anche sul fronte laburista non mi pare che la leadership di Corbyn (altro sostenitore del Remain, anche se criticato per uno scarso impegno nella campagna referendaria) sia particolarmente solida.
Il Partito laburista è ora guidato da un leader molto orientato a sinistra, che ha un limitato sostegno parlamentare. La stragrande maggioranza dei parlamentari laburisti, infatti, gli ha votato la sfiducia. Corbyn può restare al suo posto solo perché gli iscritti al partito ancora lo sostengono. Gli elettori però stanno perdendo fiducia e i laburisti potrebbero subire una sconfitta elettorale pesantissima, se rimanesse Corbyn. Quindi, nonostante tutti gli scontri all’interno dei tories, è certo che questi ultimi vinceranno le prossime elezioni. Il che forse spiega come mai in tale partito alcuni pensano di poter dar adito a quella sorta di “guerra civile” che ho precedentemente descritto: infatti sanno che comunque vinceranno le prossime elezioni.

Intanto il partito conservatore ha attivato le procedure per l’elezione del suo leader e, nella prima fase, i parlamentari Tories voteranno per selezionare, tra i cinque candidati (Stephen Crabb, Liam Fox, Michael Gove, Andrea Leadsom e Theresa May), i due che andranno al ballottaggio. Poi saranno tutti gli iscritti a esprimersi, con voto postale, entro l’8 settembre. Il 9 verrà annunciato il nuovo leader del partito, destinato a diventare anche primo ministro. Per ora, secondo i sondaggi, la favorita sembra essere Theresa May. Ma, viste le vicende dei giorni scorsi, non sono da escludere nuovi colpi di scena.

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Francesco Guidi Bruscoli

Francesco Guidi Bruscoli è professore associato di storia economica presso l’Università degli studi di Firenze e fellow della Royal Historical Society inglese, oltre che delle Università Bristol, Queen Mary (University of London. È autore di “Bartolomeo Marchionni, Homem de grossa fazenda (ca. 1450-1530) un mercante fiorentino a Lisbona e l’impero portoghese”, di “Benvenuto Olivierii mercatores fiorentini e la camera apostolica nella Roma di Paolo III Farnese (1534-1549)”, per la Casa Editrice Leo S. Olschki e di “Papal Banking in Renassance Rome” per Ashgate

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