La morte di Turiddu Giuliano. La prima bugìa di Stato

Salvatore-Giuliano

GIORGIO FRASCA POLARA
Primo Maggio 1947, strage di Portella della Ginestra. “Chi arma e dirige il banditismo siciliano? Chi arma la mano di Salvatore Giuliano, e perché?”, si chiede alla Costituente il capo dei comunisti siciliani, Girolamo Li Causi, mentre nel retroterra palermitano si celebrano i funerali delle undici vittime tra i contadini, le donne, i ragazzi riuniti per festeggiare la festa del lavoro e la vittoria della sinistra alle prime elezioni regionali.

Giuliano viene a sapere di quel discorso dai giornali e decide di replicare: “Come mai un Giuliano amatore dei poveri e nemico dei ricchi può andare contro la massa operaia?”. Il prestigioso dirigente del Pci non esita a rispondere dalle colonne della Voce della Sicilia su cui ha voluto che apparisse la lettera del bandito. “Giuliano, tu sei perduto e la tua vita è finita!”, scrive con lucida premonizione. E lo avverte: “Sarai ucciso o a tradimento dalla mafia, che oggi mostra di proteggerti, o in conflitto dalla polizia.”

Quindi gli suggerisce:

Parla finché sei in tempo! Denuncia alto e forte chi ti ha armato la mano, chi ti ha indotto a commettere e a far commettere la catena infinita di delitti da cui molto sangue è stato sparso! Inchioda alle loro responsabilità tutti coloro che ti hanno indotto al delitto e che ora ti abbandoneranno!.

Li Causi 1

Girolamo Li Causi

Giuliano si mostra turbato ma non convinto: “Non faccio la spia”.

Controbatte Li Causi: “Ti vuoi convincere che scopo del governo è di farti uccidere e non di catturarti vivo perché Dc e monarchici temono che tu riveli i rapporti che essi hanno avuto con te?”: “Ne sono convinto, vogliono eliminarmi perché posso diventare il loro nemico numero uno”, e per la prima volta Turiddu conviene sulla necessità di vuotare il sacco. Ma ne rinvia il momento: “Ne riparleremo quando l’ora è matura”. Poi tace. Ma è un silenzio – l’aveva previsto Li Causi – gonfio di pericoli per chi ha armato la mano di Salvatore Giuliano.

Ed ecco che, con prudenza ma con precisa determinazione, si prepara quella trama che, com’era già servita a decimare la banda del “re di Montelepre”, deve ora servire a tappare la bocca al suo capo prima che sia troppo tardi, prima quindi che “l’ora sia matura”. Lo Stato, in prima persona, gestisce e protegge l’operazione su due fronti. Per un verso l’intervento dell’alta mafia del palermitano e del trapanese, oramai decisa a far piazza pulita di un banditismo, non solo non più controllabile, ma che alimenta uno stato di tensione che non giova al libero e più tranquillo esercizio delle sue imprese. Per un altro verso carabinieri e polizia, una volta tanto chiamati a tacitare le reciproche gelosie. Insomma, mafia e Stato a braccetto per ripristinare l’ordine.

Un maggiore dei carabinieri (poi promosso generale), Giacinto Paolantonio, stabilisce un prezioso contatto con l’indiscusso capomafia di Monreale “don” Nitto Minasola. Costui raccoglie le confidenze di Gaspare Pisciotta, cugino e luogotenente di Giuliano. Pisciotta è stanco della latitanza, è malato ai polmoni. Chi meglio di lui può servire alla bisogna di agganciare e far fuori Turiddu? Si mobilitano il questore Marzano, il colonnello Luca (capo del Cfrb, lo speciale corpo interforze che dava la caccia a Giuliano), il suo vice capitano Perenze (un bel passato di partecipazione all’intrigo per eliminare l’ultimo segretario del partito fascista, Ettore Muti) che ospita a casa sua il latitante Pisciotta fornito di ben due lasciapassare. I particolari dell’operazione sono definiti al Viminale, alla fine del giugno ’50, presente lo stesso Pisciotta.

Ora si tratta di mettere in scena le più vivide sequenze del primo, scandaloso, falso politico-giudiziario del dopoguerra. Grazie al sollecito, interessato, strumentale intervento della mafia, Giuliano trova rifugio a Castelvetrano, nel trapanese, nell’anonima casa di un anonimo avvocaticchio, certo De Maria.

Il 4 luglio Gasparino è accompagnato al rifugio di Giuliano, i due discutono delle mosse possibili per fuggire, cenano, si addormentano. Meglio, è Giuliano ad addormentarsi, e quando il sonno è profondo (sono passate le tre di notte), Gaspare lo ammazza con un paio di pistolettate. Gli spari sono il segnale che il capitano Perenze e i suoi uomini aspettano acquattati nei pressi di casa De Maria – c’è la testimonianza di due panettieri costretti dai carabinieri a rinchiudersi nella bottega malgrado il caldo soffocante di luglio e del forno. Ecco il momento di organizzare un finto conflitto a fuoco e, nella confusione, afferrare il corpo del bandito, trascinarlo nel polveroso cortile di casa e fingere che proprio lì, sotto i colpi di mitra, il “re di Montelepre” sia morto.

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Mario Scelba

Alle 5,40 del mattino del 5 luglio parte per il ministro dell’Interno Mario Scelba l’attesissimo fonogramma: “…Dopo individuazione e conflitto a fuoco sostenuto da squadriglia Cfrb…rimaneva ucciso bandito Salvatore Giuliano”. Di lì a poco solenne s’appresta, e durerà l’intera giornata, il balletto di alti magistrati, ufficiali, questori, periti medico-legali intorno al corpo del bandito: tutti impegnati ad avallare la prima grande bugia di Stato del dopoguerra davanti a un esercito di giornalisti, di fotografi, di cineoperatori. Orecchie diffidenti e occhi dubbiosi, soprattutto quelli dell’inviato dell’Europeo, Tommaso Besozzi: “Di sicuro c’è solo che è morto”, scrive in un servizio-bomba: com’è – scrive – che il sangue di Giuliano, colpito al fianco destro e ora bocconi nel cortile, invece di spandersi per terra è salito su per la canottiera in barba a tutte le leggi della fisica? Si svela la verità: Giuliano è stato ammazzato mentre dormiva pancia all’aria, altro che conflitti a fuoco con gli uomini del Corpo repressione banditismo, fuga e morte nel cortile.

Ma Scelba, a Roma, convoca i giornalisti e si abbandona ad un racconto ancor più fantasioso di quanto non abbia già fatto il mendace fonogramma: “Vistosi perduto il bandito ha cercato di fuggire dalla casa in cui era nascosto, ha tentato di opporre resistenza alle forze dell’ordine” e poi, sfidando gli sguardi increduli dei cronisti, il ministro conclude d’un fiato: “Dopo un lungo inseguimento” – da casa De Maria al cortile della stessa casa? – “il bandito veniva ucciso”. Un’ora più tardi Scelba corre alla Camera e recita lo stesso mattinale, facendone così una verità di Stato formalmente ancora oggi non ritrattata. Altrimenti si sarebbe dovuto spiegare (si dovrebbe tuttora spiegare) perché a Giuliano la bocca doveva essere tappata a ogni costo, esattamente come aveva previsto Mommo Li Causi, e con l’essenziale trappola della mafia.

Ma ora la trappola scatta anche per Gaspare Pisciotta. Lo si arresta mentre va ad una visita medica prenotata per lui dai carabinieri, e al processo di Viterbo sula strage di Portella confermerà meno di un anno dopo la verità: “Avendo io personalmente concordato con il ministro Scelba, Giuliano è stato ucciso da me”. Poi sbotta: “Banditi, mafia e polizia tutt’una cosa eravamo, come Padre, Figlio e Spirito santo!”. Infine, di fronte ai tentativi di zittirlo, replica dal gabbione con un’aperta minaccia: “Altre cose potrò rivelare quando ci sarà il processo per l’uccisione di Turiddu”, un processo che non si svolgerà mai. “Ti ammazzeranno prima! Parla subito!”, replicano invano i legali delle vittime di Portella, echeggiando i passati moniti di Li Causi a Giuliano.

Gaspare_Pisciotta

Gaspare Pisciotta

No, Pisciotta per ora tace e va all’ergastolo, nel famigerato carcere dell’Ucciardone dove è rinchiuso anche – un caso? – “don” Filippo Riolo, capo temutissimo della potente famiglia mafiosa di Piana dei Greci. Uno dei primi giorni del febbraio ’54 – era un sabato, gli uffici giudiziari in chiusura – Pisciotta chiede un colloquio con un magistrato, “uno qualunque, è urgente”. Il magistrato di turno è il sostituto procuratore Pietro Scaglione (anche lui sarà ucciso quindici anni dopo da Cosa nostra, ma non si saprà mai perché).

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Dal film “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi

Il colloquio dura a lungo e prende evidentemente una piega inattesa se Scaglione sospende l’incontro e ne rinvia di qualche giorno la conclusione. Ma, prima del nuovo colloquio, all’Ucciardone arriva la stricnina. Mattino presto del martedì successivo, 9 febbraio. Pisciotta prepara il caffè. Il tempo di berne e di accendere una sigaretta e Gaspare ha i primi violenti spasmi. Si attacca al fiasco dell’olio nel tentativo di vomitare. Tutto inutile, un rantolo, una flebile scossa e la morte. All’autopsia nelle budella del luogotenente e assassino su commissione troveranno una dose di stricnina capace di stroncare un bisonte. Nessuno saprà mai chi ha ucciso Gasparino, ma tutti capiscono che il cerchio si è chiuso.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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