Dallas, l’11 settembre del nuovo capitolo della guerra civile americana

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ALESSANDRO CARRERA
Ieri, mentre guardavo il video girato dalla fidanzata di Philando Castile, l’afroamericano ucciso a sangue freddo da un poliziotto a Falcon Heights, Minnesota, mi sono vergognato di me stesso. Che cosa c’entro io con la morte di di Philando Castile, di Alton Sterling ucciso il giorno prima in circostanze ugualmente brutali dalla polizia di Baton Rouge, Louisiana, o con i cecchini che hanno freddato cinque poliziotti a Dallas durante una dimostrazione del movimento Black Lives Matter? Niente, non c’entro niente, anche se da trent’anni vivo in America e a queste esecuzioni sommarie da parte della polizia, per non dire della risposta esasperata di chi non vede più una via d’uscita, dovrei averci fatto il callo.

Non c’entro niente, non sono nemmeno americano, ma questa non è una scusa. Vorrei fare qualcosa ma non posso fare niente, se non forse andare a sentire un dibattito tra studenti neri e bianchi al “Centro per le diversità” dell’università dove insegno. Negli anni sessanta, dopo l’approvazione della legge sui diritti civili, quando gli afroamericani si accorsero che per molti di loro non cambiava niente e che erano stati ammessi a una democrazia soltanto formale, una ragazza bianca chiese a Malcolm X che cosa doveva fare per aiutare la causa dei neri. “Niente,” rispose Malcolm X. I neri se la dovevano vedere da soli e non potevano aspettarsi nessun aiuto sostanziale dai compagni di strada bianchi, anche da quelli meglio intenzionati. O forse intendeva proprio dire che non si può “fare” proprio niente. Non c’è atto, parola, o pronunciamento che ci possa lenire la coscienza. Star male, vergognarsi, e non cercare consolazioni è l’unica opzione decente rimasta.

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Ma c’è un altro motivo per cui mi sono vergognato, ed è accaduto verso la fine del video che stavo guardando. Philando Castile, 32 anni, manager di una mensa in una scuola Montessori, incensurato, in macchina con la sua compagna Diamond Reynolds e la figlia della donna, di quattro anni, viene fermato dagli agenti Jeronimo Yanez e Joseph Kauser per via di un faro rotto. Yanez gli chiede la patente. Castile lo avvisa che ha un porto d’armi regolare, è armato, e che ora metterà una mano in tasca per estrarre la patente. Il poliziotto gli dice di star fermo, ma le mani di Castile si sono già mosse. Yanez gli spara quattro o cinque colpi, non si sa bene ancora.

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Questi gli antecedenti. Quando inizia il video, Castile è riverso sul sedile, la sua camicia è inzuppata di sangue, si lamenta. Yanez tiene ancora la pistola puntata su di lui, come se Castile moribondo fosse ancora un pericolo, e urla, non fa che urlare cose quasi incomprensibili, ti ho detto di non muoverti, te l’avevo detto, è in preda al panico ma non fa nulla per aiutare Castile che si sta dissanguando. Il video si oscura per alcuni minuti, si sente solo la voce di Diamond Reynolds che prega e implora che il suo compagno non stia per morire in quel modo davanti a lei e davanti a sua figlia. Minuti dopo, la visione ritorna, La Reynolds è stata fatta uscire dall’automobile. Tre poliziotti, tra cui una donna, le stanno davanti ad armi spianate. Contro di lei, che non ha in mano nient’altro che un telefono, mentre qualcuno va a prendere la figlia che dal sedile posteriore ha assistito a tutto. La Reynolds viene costretta con la forza a inginocchiarsi e viene ammanettata tra le urla incessanti dei poliziotti.

A quel punto non ce l’ho più fatta. Come i dissennati che passano la giornata a drogarsi di notizie e che s’infuriano a tempo pieno per tutto quello che non va nel mondo, mi sono messo anch’io a urlare al computer. Non l’ho mai fatto neanche davanti ad attentati visti in televisione e che hanno causato centinaia di morti, non l’ho mai fatto neanche quando il terrorismo ce l’avevo vicino, in Italia negli anni settanta. Ma quando ho visto la Reynolds gettata a terra e ammanettata, e la figlia che negli ultimi secondi registrati dal telefono cerca di farle coraggio, una diga eretta in trent’anni di vita in America è crollata.

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Non posso ripetere quello che ho gridato ai poliziotti sullo schermo, all’America o a nessuno, perché ero solo in casa, e me ne sono vergognato subito dopo, come se l’America tutta mi avesse sentito. Ma quello che io ho detto, qualcun altro a Dallas poche ore dopo l’ha fatto, e moltiplicato per mille. James Baldwin, lo scrittore afroamericano, aveva intitolato un suo saggio La prossima volta il fuoco. Dio non manderà più un altro diluvio? Ebbene, il mondo perirà di fuoco. “No more water but fire next time” dice un verso dello spiritual, Mary, Don’t You Weep. Il fuoco è arrivato a Dallas, e da lì non si tornerà più indietro.

L’8 luglio 2016 è l’11 settembre del nuovo capitolo della guerra civile americana, la guerra del razzismo da un lato e della disperazione dall’altro, la guerra che non è mai finita, né nel 1865 con la vittoria dell’Unione né nel 1964 con la proclamazione dei diritti civili. Nessuno, ora come ora, potrà trovare le parole giuste da dire. Ci sono poliziotti razzisti, ma ci sono ancora più poliziotti che sono semplicemente terrorizzati alla vista di un nero che guida una macchina con un faro rotto. Non sanno chi è, per loro è come se venisse da un altro pianeta, e si comportano come una forza d’occupazione su un pianeta alieno. Di fatto, non sanno più niente dell’America, anche quando sono neri loro stessi, perché chi ne sa più qualcosa, oramai?

Il 22 agosto riprendono le lezioni alla University of Houston dove insegno. Per la prima volta, e per decisione fortissimamente voluta da Greg Abbott, governatore repubblicano del Texas, gli studenti con porto d’armi potranno venire in classe armati. Io non potrò impedirglielo. Dovranno tenere l’arma nascosta, ma io non potrò chiedergli se l’avranno. Sarebbe una violazione della loro privacy, e rischierei una denuncia. Che cosa si può fare per questa America? Che cosa possono fare Obama o Hillary Clinton (a Donald Trump non voglio nemmeno pensare)? Aveva ragione Malcolm X. Niente.

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Alessandro Carrera

 

 

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