Brexit e dintorni. L’estate dell’incertezza

Woher_kommen_wir_Wer_sind_wir_Wohin_gehen_wir

“Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?”, olio su tela, 1897, Museum of Fine Arts, Boston

GIANPAOLO SCARANTE
Viviamo un’estate diversa dalle altre, aggrediti da notizie negative e terribili, che s’inseguono una dopo l’altra ingigantendo le nostre insicurezze e le nostre paure. L’intermezzo estivo non sembra più la rassicurante pausa di sospensione fra fasi diverse della nostra vita, ma diventa luogo di amare e preoccupate riflessioni.

In primo luogo l’incertezza per la nostra sicurezza. Gli ultimi attacchi feroci a Istanbul, ancora un aeroporto, i luoghi associati alle nostre vacanze, e alla lontana Dacca, che non ricordavamo bene dove fosse e che abbiamo ritrovato su atlanti e mappamondi. E proprio il luogo più lontano ci ha riservato un bilancio dolorosissimo è inaccettabile di vittime italiane. Sembra non esservi posto sul nostro pianeta al riparo da questa nuova odiosa guerra del XXI secolo, da questi spietati eserciti che non colpiscono i luoghi ma soprattutto le persone in quanto tali. Il mondo è un unico grande teatro di guerra dove in nome di cause dagli inquietanti richiami medievali uomini e donne muoiono non perché vittime della casualità, che pure fa parte della guerra, ma perché sono i veri e dichiarati obbiettivi delle azioni violente.

È anche l’estate dell’incertezza dell’economia, degli strascichi velenosi di Banca Etruria e delle altre banche “salvate”, del bail in e della perdita di fiducia nell’impiegato della banca accanto, dei tassi negativi e dei fragorosi crolli in borsa, del timore che l’intero sistema bancario italiano possa essere strutturalmente a rischio. Quest’ultima prospettiva, dalle conseguenze ovviamente catastrofiche, segue una serie infinita di rassicurazioni sulla solidità delle banche del nostro paese ed è quindi ancora più devastante per le nostre (poche) certezze rimaste.

Ma è anche l’estate dell’incertezza della politica, delle nuove elezioni spagnole, delle nostre amministrative, della ripetizione di quelle presidenziali austriache e del referendum britannico. Eventi che, presi singolarmente o nel loro insieme, danno tutti lo stesso risultato: leggiamo sempre con maggiore difficoltà il nostro presente e siamo sempre più incerti circa il nostro futuro.

Da questo punto di vista la Brexit è un evento esemplare e sconvolgente. Uno degli stati più importanti e rappresentativi di tutto il disegno europeo sbatte la porta e se ne va, quando il suo ingresso nella famiglia europea era stato forse il più importante successo della storia recente del continente. Se pensiamo al senso profondo della politica estera britannica degli ultimi due secoli che ha tenacemente osteggiato ogni tentativo di unificazione continentale, da Napoleone a Hitler, possiamo comprendere il profondissimo mutamento di rotta che tale scelta aveva comportato.

A distanza di qualche settimana ne possiamo parlare con maggiore freddezza, ma se pensiamo a come nell’immediato questo evento è stato analizzato c’è da restare allibiti. A fronte di un evento sì sconvolgente ma che si inquadra in pulsioni ben note a livello europeo e nazionale, si e detto di tutto: Cameron non doveva indire il referendum, i popoli non devono esprimersi su questioni complesse, le costituzioni devono proibire consultazioni su temi di politica estera (come la nostra), gli inglesi non dovevano esprimersi su un tema che coinvolge altri paesi, gli elettori britannici non sanno nulla di UE, i britannici sono stati vittime dei cattivi politici che hanno cavalcato le paure suscitate dalle migrazioni, ci vuole un certo livello di istruzione per decidere su argomenti del genere è così via.

Tali argomentazioni prese singolarmente hanno forse una qualche componente di verità, alcune richiamano quello che sarà il tema dominante di questo secolo, la democrazia e le sue declinazioni a venire, ma se valutate nel loro insieme forniscono un quadro a dir poco sconfortante.

Danno l’impressione di un’intera classe dirigente politici, diplomatici, giornalisti, accademici e analisti vari che cercano di nascondere il loro fallimento generazionale ignorando l’unico dato veramente chiaro e sotto gli occhi di tutti. E cioè che ai cittadini europei questa Europa non piace e che ogni volta che ne hanno la possibilità lo dicono chiaramente.

E cercano di dirlo in tutti i modi che possono. Lo dicono con i referendum su temi europei, quelli clamorosi in Francia e Olanda sulla cosiddetta costituzione (li abbiamo troppo rapidamente archiviati), con il referendum sulle misure europee in Grecia, con la Brexit ma anche votando Tsipras e Podemos e tutte le altre numerose espressioni politiche rubricate quali” euroscettiche”. Lo dicono,in fondo, anche votando sindaci alternativi come avvenuto in due importanti città italiane.

Allora invece di ipotizzare modi per tacitare le occasioni di espressione popolare bisognerebbe guardare con coraggio la realtà e capire perché questa Europa non piace e cercare di porvi rimedio. Non credo che gli europei siano divenuti irreversibilmente anti UE. Hanno amato moltissimo l’Europa,in primis noi italiani, ma hanno amato quell’Europa che ha progressivamente migliorato la loro vita quotidiana, che ha introdotto regolamentazioni per la loro sicurezza, che li ha protetti in tutti i campi dotandoli di nuovi diritti, che li ha aperti al viaggiare nel mondo dando loro un passaporto europeo e ha abolito le frontiere interne. La stessa Europa che ha creato l’area sul pianeta dove si produce più cultura e dove diritti, benessere e giustizia trovano la più felice composizione.

Non hanno più amato le istituzioni europee quando queste hanno dato l’impressione di smettere di difenderli e hanno cominciato a complicare loro la vita. Quando hanno perso di vista l’obbiettivo primario di ogni istituzione statale, la felicità dei propri cittadini, vedi la costituzione americana, anche contro i grandi interessi consolidati che dominano il mondo.

Guardiamo i simboli di questa Europa, il presidente della Commissione Juncker è quello del Consiglio europeo Tusk: francamente vi sembrano personalità in grado di suscitare entusiasmi o particolari empatie popolari? Ascoltate i loro discorsi, sembrano rivolti soprattutto a politici e eurocrati tanto sono fitti di tecnicismi e riferimenti a sigle e acronimi tutti interni ai palazzi di Bruxelles. Mai uno slancio, un afflato che allarghi l’orizzonte ai sogni e alla speranza. I giovani dovrebbero amare questa Europa attraverso di loro?

Brexit, se accettata e compresa per quello che è, può segnare una svolta. Abbiamo bisogno di una nuova Europa, più democratica e con priorità giuste e condivise da tutti i suoi cittadini. Ma non pensiamo che questo risultato possa essere raggiunto con la tecnocrazia, con nuovi piani o programmi, magari dai nomi evocativi, adottati in pompa magna dai prossimi consigli europei. C’è bisogno di un ripensamento profondo e ben visibile che solo la Politica, quella con la P maiuscola, può realizzare.

Oggi si dice e si scrive frequentemente che, per fronteggiare questo difficile momento, abbiamo bisogno di “più Europa”. È una frase fatta, ritualmente ripetuta a ogni crisi. Ma è vera, a patto che si tratti di un Europa nuova e rifondata, in discontinuità con quella attuale così poco amata dai cittadini.

Introdurre oggi maggiori dosi dell’Europa che non piace agli europei, di quella che prende sberle a ogni consultazione popolare, darebbe un risultato terrificante: servirebbe solo ad accelerare la definitiva disgregazione del progetto europeo.

scarante

Gianpaolo Scarante, Ambasciatore

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