1960. Il luglio che l’Italia non dimentica

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La fine del governo Tambroni, 19 luglio 1960

GIORGIO FRASCA POLARA
È vicenda lontana, ma è giusto ricordarla perché forte – e carica di lutti – fu, nei giorni a cavallo tra giugno e luglio del 1960, la rivolta della coscienza antifascista del Paese contro il governo monocolore dc presieduto da Ferdinando Tambroni e nato (ma morto – il 19 luglio – dopo meno di quattro mesi) grazie al sostegno determinante dell’Msi. In contraccambio dell’appoggio, i neofascisti subito pretendono, e ottengono, di tenere il proprio congresso nazionale a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Proprio nella città dove i nazisti comandati dal gen. Meinhold si erano arresi non agli alleati ma ai partigiani comandati dall’operaio comunista Remo Scappini.

Per impedire il congresso dell’Msi le tre Confederazioni sindacali proclamano il 30 giugno uno sciopero generale che scuote a lungo l’Italia intera. Polizia e carabinieri hanno l’ordine di reprimere con ogni mezzo questa lotta rivelatrice delle eccezionali dimensioni del malessere sociale che serpeggia tra i giovani – le “magliette a strisce” – diventati in pochi giorni il simbolo delle lotte di quel terribile, tragico Luglio. Gli scioperi si diffondono a macchia d’olio per il Paese, facendo leva su mille ragioni di esasperazione.

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Manifestazione antifascista dei sindacati a Piazza Vittorio a Roma, Archivio Fotografico Luce – Fondo Dial, 5.7.1960

Il 5 luglio scende in sciopero Licata, un grande centro dell’agrigentino scosso da una drammatica crisi economica che aveva generato una crisi devastante di tante attività produttive e un eccezionale livello di disoccupazione. Intanto Tambroni sta manovrando per sopravvivere. Ogni manifestazione gli appare come una sfida, un oltraggio personale. La polizia, piombata in forza a Licata da mezza Sicilia, spara sul corteo dei cittadini in lotta: l’operaio Vincenzo Napoli, 25 anni, viene ucciso e altri quattro giovani sono gravemente feriti.

Il giorno dopo c’è la risposta di Roma. Gli antifascisti si riuniscono a Porta San Paolo, simbolo della Resistenza romana. La repressione è violentissima. Vengono mobilitati anche i carabinieri a cavallo, al comando del campione olimpico Piero D’Inzeo. Tra i molti feriti c’è Pietro Ingrao, colpito alla testa. Sanguinante, entra poco dopo nell’aula di Montecitorio: l’assemblea ammutolisce. Il 7 luglio scende in lotta Reggio Emilia.

Molti ricorderanno il canto dedicato da Fausto Amodei ai cinque caduti: “Morti di Reggio Emilia…”. Il primo a cadere è Lauro Ferioli, operaio di 22 anni. Poi, accanto a lui, cade Mario Serri, quarant’anni, ex partigiano: ad ucciderli sono stati due poliziotti, appostati tra gli alberi, che si sono divisi le prede (ci sono foto impressionanti a documentare il duplice assassinio). Morirà poi in ospedale Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, colpito all’addome da un solo colpo di mitra. Una raffica, invece, falcerà più tardi Emilio Reverberi, 30 anni, anche lui ex partigiano. Infine (mentre un registratore fissa il grido furioso di un commissario che intima ai suoi: “Sparate nel mucchio!”) cade Afro Tondelli, 35 anni. Come proverà un’altra foto, è stato ucciso a freddo, scientemente da un agente che si è inginocchiato per prender meglio la mira.

In risposta all’eccidio di Reggio, l’indomani scioperano Palermo e Catania. Se in Emilia agiva la polizia, in Sicilia il compito più truce è affidato ai carabinieri. Nella città dell’Etna è uno di loro ad ammazzare un giovane edile, Salvatore Novembre, diciassette anni. La sequenza è terribile: prima il ragazzo è massacrato a colpi di calcio di moschetto, e quindi, quando Totuccio è ormai agonizzante sul ciglio di un marciapiede, viene finito con un colpo di quello stesso fucile. A Palermo il bilancio sarà ancora più tragico: quattro morti e cinquantuno feriti gravi. Ma accadrà che per lungo tempo si ritenga che le vittime palermitane siano tre, e tre sono i caduti che restano ancora oggi ricordati in quasi tutti i libri che menzionano l’eccidio di Palermo.

Com’è potuto accadere? E’ successo che uno dei feriti più gravi di quella terribile mattinata – Giuseppe Malleo, 16 anni, apprendista edile, militante tra la gioventù comunista – morirà in ospedale solo il 29 dicembre, cioè dopo sei lunghi mesi di agonia per i postumi di un colpo di moschetto sparato da un carabiniere che aveva puntato il fucile su un grappolo di ragazzi inermi e indifesi. Inermi e indifesi come Francesco Vella, 42 anni, operaio edile, gran diffusore dell’Unità; come Andrea Gangitano, 14 anni, venditore ambulante di mazzetti di gelsomino; e come Rosa La Barbera, 53 anni, uccisa da una pistolettata mentre, al terzo piano di uno stabile: stava chiudendo le imposte per proteggersi dalla gragnuola di colpi sparati contro le finestre.

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Pompeo Colajanni

Un altro carabiniere, probabilmente imbottito di simpamina (era un uso quasi normale rifornire gli armati di eccitanti), corre – una vera carica, impressionante – contro Pompeo Colajanni, dirigente comunista e popolare esponente della Resistenza. Un passo ancora e la baionetta inastata avrebbe sventrato l’eroico comandante Barbato. Ma un istante prima, e grazie al fulmineo sgambetto di un ragazzo con la maglietta a strisce, il carabiniere viene atterrato. Una risata lo costringerà alla ritirata.

Di fronte al clamore, alla protesta generale, al disgusto per tanto sangue e tanta violenza generati nel Paese, la caparbia di Tambroni diventa insostenibile. Tre ministri della sinistra dc – Pastore, Bo, Sullo – si dimettono allarmati. Ma neppure la oggettiva crisi già in atto convince Tambroni, spronato dai fascisti, a resistere (ma le sollecitazioni a non mollare giungevano, si disse, anche dalla Cia). Saranno giorni assai oscuri, punteggiati da disperati, ostinati tentativi del presidente del Consiglio di insistere a ogni costo nella sua politica avventurista ignorando lo sfascio già consumato del suo governo. Ma alla fine, il 19 di quello stesso luglio, Tambroni è costretto a mollare e a dimettersi per lasciare il passo prima ad un governicchio di Amintore Fanfani e poi a un governo “balneare” di Giovanni Leone (ex presidente della Camera e futuro presidente della Repubblica) che preparerà il primo governo di Aldo Moro con la partecipazione dei socialisti.

“Ciascuno da oggi è più libero”, titolerà enfaticamente l’Avanti!, mentre Nenni tirerà un sospiro di sollievo: gli si attribuisce persino una sciocchezza diventata proverbiale: “Finalmente siamo nella stanza dei bottoni!”. Ma nessuno ha mai pagato né mai è stato almeno indagato – ministri, questori, bassa forza – per i morti di Reggio, di Licata, di Catania, di Palermo, e per l’assalto a Porta San Paolo.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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