Draghi, l’eurovisione che non è solo euro

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RODOLFO RUOCCO
L’euro è entrato nei portafogli degli europei da appena quattordici anni e già ha schivato diverse volte, per un soffio, la morte. Deve la sua sopravvivenza a un “medico” di grande valore, dotato di un eccezionale sangue freddo: Mario Draghi. Tutto cominciò nel 2008, quando dagli Stati Uniti d’America partì prima una micidiale crisi finanziaria innescata dalla bancarotta della Lehman Brothers, poi seguì l’interminabile grande recessione internazionale.

La crisi si propagò rapidamente in Europa, passò dalla finanza al sistema produttivo provocando la chiusura di molte fabbriche, negozi e una disoccupazione di massa. La crisi degenerò fino a mettere in discussione la vita stessa dell’euro. L’allarme rosso suonò esattamente quattro anni fa. Quando alla fine del luglio 2012 la speculazione finanziaria internazionale attaccò i titoli del debito pubblico dei paesi più deboli di Eurolandia con i conti pubblici dissestati (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda), il presidente della Bce annunciò perentorio:

All’interno del nostro mandato, la Bce è pronta a fare qualunque cosa per preservare l’euro, e credetemi, questo basterà.

Draghi, sessantotto anni, romano, economista sperimentato, ebbe ragione. Immediatamente arrivò lo stop al crollo delle Borse europee, i mercati presero atto delle parole del presidente della Banca centrale europea con euforici rialzi delle quotazioni. Non solo. I fortissimi livelli dello spread (i differenziali dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico degli Stati più deboli e quelli tedeschi) bruscamente calarono. L’euro, almeno per il momento, fu salvo: i paesi più fragili come l’Italia non dovettero più pagare altissimi tassi d’interesse sui propri titoli del debito pubblico. Draghi, vincendo un duro braccio di ferro con i rigoristi del governo tedesco e della Bundesbank, riuscì a varare dei fondi per impedire il fallimento delle nazioni in difficoltà. Fu una strepitosa vittoria. La stampa internazionale battezzò l’italiano osteggiato dai tedeschi SuperMario.

Ma adesso ci risiamo: si è aperto il capitolo banche. Dopo il “virus spread”, ora ne è comparso uno nuovo, altrettanto pericoloso: i “crediti deteriorati” delle banche. Quattro istituti di credito minori come le italiane Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti, sono già fallite con pesanti conseguenze sociali (per i piccoli risparmiatori), economiche (per il tessuto industriale locale) e politiche (calo di consensi per il governo Renzi). Si può rischiare un crac generale se il Monte dei Paschi di Siena, il terzo gruppo bancario italiano, dovesse fare la stessa fine. Anche qui i crediti insoluti, causati dalle imprese in difficoltà con i pagamenti e da scelte sbagliate del gruppo bancario senese, sono un problema centrale.
Un dissesto del Monte dei Paschi potrebbe portare al crollo, per contagio, dell’intero sistema bancario nazionale, cominciando dai colossi Banca Intesa San Paolo e Unicredit. E in questo caso il contagio arriverebbe alle altre banche europee, comprese quelle tedesche (anch’esse non godono di buona salute). Le azioni del Monte dei Paschi sono crollate in Borsa di circa il settanta per cento dall’inizio dell’anno, per le altre banche italiane in media il tracollo è stato del trenta per cento una mazzata non distante da quella patita dagli istituti di credito europei, in testa quelli tedeschi. Effetto finale temuto: la morte dell’euro.

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Già un durissimo colpo è arrivato dall’addio della Gran Bretagna all’Unione europea. Si è mossa una pericolosissima slavina con conseguenze mondiali. La vittoria del sì all’uscita di Londra dalla Ue, avvenuta per pochi voti di differenza nel referendum del 23 giugno, ha gettato nel caos l’Europa, l’euro, la Gran Bretagna: le Borse sono calate in tutto il mondo e la lieve ripresa economica sbocciata appena lo scorso anno, rischia di trasformarsi in una nuova pesante recessione globale.

Matteo Renzi si è mobilitato per salvare il Monte dei Paschi, la più antica banca del mondo fondata nel lontano 1472. Invocando la situazione eccezionale alla quale far fronte, non ha escluso di ricorrere alle norme europee sulla flessibilità, utilizzando anche capitali pubblici, in generale vietati dal primo gennaio di quest’anno. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha sollecitato a riportare al centro dell’Europa gli interessi, le sofferenze e le esigenze dei popoli, modificando regole viste come intangibili da burocrati e tecnocrati di Bruxelles.

Ha rivendicato il primato della politica. L’obiettivo è far ripartire gli investimenti, i consumi, la produzione industriale e l’occupazione, altrimenti non c’è più futuro né per l’Italia, né per l’Europa né per la moneta comune. I populismi vincono grazie proprio alla crisi economica, alla disoccupazione, oltre che alla paura dell’immigrazione e all’indignazione per gli scandali pubblici. Non a caso il M5S, che ha vinto nelle elezioni comunali di giugno, ha riscosso una grande vittoria ai danni di Renzi. Conquistati i sindaci di molte città importanti come Roma e Torino, i Cinquestelle ora si pongono il problema del governo nazionale, ammorbidendo i toni dell’opposizione totale anti sistema. Beppe Grillo, che prima proponeva un referendum contro l’euro, ora insiste sulla necessità di cambiare “questa Europa”.

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Tuttavia anche questa volta, nonostante i gravissimi problemi dell’Ue, una risposta politica non è ancora arrivata. Così l’euro, a rischio infarto, sopravvive a fatica in attesa di una cura. Anche in questo caso il solo medico presente in grado di prendere decisioni ed evitare un “infarto” è SuperMario. Draghi già il 21 giugno, due giorni prima del referendum del 23 in Gran Bretagna, è stato chiaro illustrando la volontà di difendere l’euro: «Siamo pronti ad agire utilizzando tutti gli strumenti a disposizione nell’ambito del nostro mandato e, se necessario, per raggiungere i nostri obiettivi». In particolare «la Bce è pronta a qualsiasi evento in seguito al referendum britannico sull’Unione europea».
Già da tempo Draghi, per sostenere la debole ripresa economica europea, sta pompando liquidità nei mercati, acquistando massicciamente titoli (compresi quelli del debito pubblico). Ha anche tagliato pesantemente i tassi d’interesse, fino a prendere la decisione storica di portarli in negativo (le banche che depositano capitali presso la Bce non incassano più alcun rendimento ma, al contrario, devono pagare qualcosa). C’è da fare i conti con una disastrosa deflazione: il calo dei prezzi blocca gli acquisti, gli investimenti, la produzione e così molte imprese chiudono i battenti.

SuperMario è un tecnico di valore ma, fatto quasi inedito, si muove dietro una precisa bussola politica per salvaguardare l’Europa e la moneta comune. Si leva dalla quotidianità del comportamento dei tecnici. Gli esempi non mancano sulla burocrazia vecchia e nuova di Bruxelles e di Francoforte. Sono un esempio le conferenze stampa e i tonanti annunci, mentre la crisi rischia di travolgere le banche, sulla nuova grafica per le banconote. Adesso i biglietti da conquanta euro si preparano a mutare “vestito”, verrà modificata la veste grafica. Dal 4 aprile 2017 le nuove banconote da cinquanta euro sostituiranno gradualmente le vecchie in circolazione. È già avvenuto per i tagli da cinque, dieci e venti euro. I falsari, dunque, avranno delle difficoltà aggiuntive da superare sempre che la divisa unica nel frattempo non scompaia.

L’euro nacque nel 1999 e la circolazione effettiva della moneta unica europea avvenne dal primo gennaio 2002. Fu una grandissima rivoluzione: la storica novità prometteva pace, progresso e benessere. I vari paesi dell’Unione europea, per ragioni di prestigio e d’interesse economico, sgomitarono per aderire in tempi rapidissimi all’euro. Alcuni stati, finanziariamente più deboli come l’Italia a causa dei disastrosi conti pubblici nazionali, fecero non pochi sacrifici e “compiti a casa” per entrare immediatamente nella nuova valuta comune europea, assieme a nazioni come la Germania e la Francia. Partì la corsa e alla fine ben diciannove paesi dell’Ue hanno composto il club di Eurolandia, un tempo ambitissimo.

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Ma qualcosa, anzi molto, è andato storto. Forse la colpa è stata delle regole severe di rigore finanziario nei bilanci fissati per aderire all’euro, parametri definiti “stupidi” diversi anni fa da Romano Prodi, che pure è stato il presidente del Consiglio che più si è battuto per l’ingresso dell’Italia nell’euro. Forse la colpa è stata di voler costruire una moneta comune lasciando la libertà di normative fiscali, previdenziali e societarie ai vari paesi. Forse la colpa è nell’anomalia di aver fatto nascere una divisa unica senza uno Stato unico. Forse la colpa risiede nella “timidezza” nell’affrontare con misure comuni i nuovi problemi enormi come la Grande recessione internazionale scoppiata nel 2008, le immigrazioni di massa dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa, il terrorismo islamico.

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La crisi economica ha colpito pesantemente l’Europa. L’Italia, in particolare, dal 2008 ha visto la cancellazione del 25 per cento della produzione industriale, la disoccupazione è arrivata a colpire ben tre milioni di persone, l’aumento della povertà è stato forte. Le disuguaglianze sono gravemente lievitate tra i paesi ricchi e poveri dell’Ue e all’interno delle varie nazioni, con la precarizzazione del ceto medio e dei giovani.
Di qui le proteste popolari contro l’Unione europea e contro l’euro. I cittadini e gli elettori hanno cominciato a detestare l’euro e a rimpiangere le vecchie monete nazionali. Sono nati molti partiti populisti su secche parole d’ordine di opposizione totale: via dall’Ue, dalla moneta comune e fuori gli immigrati. Il rigore finanziario tedesco (e l’arrivo a Berlino dei capitali europei ed internazionali in fuga da Roma, Madrid, Atene, Lisbona) è finito sul banco degli imputati, ma nonostante ciò non è stata avviata una politica comune per la crescita economica, per il lavoro e per l’immigrazione. Non è stata nemmeno messa in piedi una forza di polizia europea per controllare le centinaia di migliaia di migranti in fuga verso l’Europa, attraverso il Mediterraneo, dai paesi asiatici e africani sconvolti dalle guerre. Italia e Grecia sono state lasciate sole a vedersela con un esodo dai connotati biblici.

Ora stiamo assistendo al dilagare di una pericolosissima “valanga”. La Gran Bretagna con il referendum ha deciso di dire addio all’Unione europea con pesanti conseguenze politiche ed economiche per il paese di William Shakespeare e per la Ue: rischio di uccidere la già flebile ripresa economica, crollo delle Borse, banche con l’acqua alla gola. Altri referendum contro l’Europa e l’euro potrebbero arrivare a stretto giro di posta in Austria, Ungheria, Francia e nelle nazioni dell’Europa dell’est, causando un micidiale processo a catena di disintegrazione politica (già adesso la Scozia e l’Irlanda del Nord minacciano di staccarsi da Londra). Lo stesso referendum sulla riforma costituzionale del governo Renzi, previsto in autunno, rischia di trasformarsi in un no o in un sì all’euro e in una consultazione sul giovane “rottamatore” di Firenze.
Il futuro non è roseo. Davanti a questi colossali problemi, sempre più gravi, la Ue non è stata capace di dare una risposta politica, parlando con una sola voce. Il presidente Hollande e la cancelliera Merkel non sono riusciti a trovare un’intesa da sottoporre agli altri leader europei. L’asse franco-tedesco, un tempo perno dello sviluppo e della crescita dell’Ue, ha fatto flop. Un accordo non è arrivato neppure dopo il traumatico referendum in Gran Bretagna. L’Unione Europea si è limitata, come al solito, a effettuare lunghi inutili vertici e a prendere tempo.

Purtroppo, e per fortuna, la sola risposta alla crisi è arrivata da Mario Draghi: il presidente della Bce ha promesso e adottato “misure non convenzionali” per salvare l’euro. È riuscito a preservare la valuta comune nel 2011-2012, quando si è scatenato il terremoto dei “debiti sovrani”, e ci sta provando adesso, prima e dopo la Brexit.
Non basta, però. Draghi è un banchiere, un tecnico anche se con una impostazione politica. In situazioni così difficili, invece, servono soluzioni politiche di grande profilo che coinvolgano i cittadini e non solo tecniche (peraltro perennemente contestate da una parte del governo e della classe dirigente tedesca). Renzi ha tentato, in tandem con il presidente della Repubblica francese François Hollande, di proporre un grande piano d’investimenti, il primato della politica, per rilanciare l’Unione schiacciata dal rigore finanziario di matrice tedesca. Tuttavia il presidente del Consiglio ha avuto scarsa fortuna e pochissimo ascolto nei vertici europei. La cancelliera tedesca Angela Merkel, alla fine, l’ha sempre spuntata difendendo le regole rigoriste, anche per non dare spazio a partiti di estrema destra in crescita anche a Berlino.

Così al capezzale dell’Ue e dell’euro, due gravi “congiunti malati”, c’è soltanto SuperMario. Draghi, di fatto, sta svolgendo un ruolo di supplenza politica, oltre a quello di grande timoniere della moneta comune come presidente della Bce.
Il dollaro ha oltre duecento anni di vita ed ha subito ben pochi cambiamenti grafici, perché ha alle spalle un governo solido, uno sperimentato sistema politico democratico che rappresenta il popolo americano. L’euro, invece, non ha alle spalle un governo europeo, interprete della volontà, delle richieste e dei bisogni dei cittadini del vecchio continente. Così l’impoverimento, la disoccupazione, la paura dei migranti vengono imputate da molti cittadini europei alle regole burocratiche volute e difese dalle élites borghesi, sempre più ricche, di Bruxelles e nazionali.

Le case automobilistiche, quando un modello anche di successo entra in sofferenza e calano le vendite, appronta un programma completo di ammodernamento: accanto al restyling estetico della carrozzeria, ai nuovi sistemi di sicurezza dell’abitacolo, mettono mano anche al motore, migliorando le prestazioni e riducendo i consumi e l’inquinamento. Così anche vecchi modelli di auto tornano a “tirare” e a dominare le vendite sul mercato. Per l’euro finora si è badato molto al restyling e poco alla sostanza, al motore ansimante a rischio di fusione. Il rischio è di avare una moneta comune con “le gambe di carta”.

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Rodolfo Ruocco

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