Quattro cavalieri e un re. A Madrid comincia la partita per il governo

ETTORE SINISCALCHI
Inizia la partita per il governo. Quattro giocatori al tavolo nuovo del bipolarismo al tramonto, sul quale già si infransero le speranze di un governo pochi mesi fa, costringendo alla seconda giostra del voto. Quattro cavalieri e un re, che principierà i giochi dando il mazzo al fante di denari. Davanti a lui un sentiero impervio, senza certezza alcuna che ove lui vuol conduca. Ognuno cela le sue carte anche se tutti conoscono quelle di ciascuno

Parte la ricerca di un governo ma prima che venga conferito un incarico ufficiale dovrà passare qualche giorno. Le Cortes si costituiranno il 19 luglio e dovranno eleggere la presidenza. Restando a quella che conta, la Camera dei deputati, l’altra volta fu il socialista Patxi López a divenire presidente coi voti di Psoe, Podemos e Ciudadanos. Il tentativo di replicare questo patto, aprirà le danze degli accordi politici veri. Felipe VI potrà poi iniziare il giro di consultazioni per assegnare l’incarico al vincitore del voto. I tempi stanno al capo dello Stato ma l’investito non si sottoporrà al voto dei deputati prima del 2 agosto, se deciderà di farlo.

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Mariano Rajoy è il cavallo di denari. È lui che ha vinto la seconda giostra, lasciando ancor più indietro gli altri contendenti rispetto a quella precedente, e il re gli darà il mazzo da giocare. Si appresta ad affrontare il cammino per guidare un governo, un sentiero impervio e pieno d’ostacoli, malgrado la vittoria nelle urne.

Sono iniziati già la scorsa settimana i primi contatti protocollari per negoziati che, come ha detto Rajoy a Bruxelles, «Dovranno portare a un accordo di governo con la massima celerità possibile». La certezza verrebbe da un accordo col Psoe. I due partiti da soli avrebbero la maggioranza assoluta, l’apporto di  Coalición canaria (Cc) e Ciudadanos (C’s), darebbe senso e giustificazione a un «governo ampio», le larghe intese alla spagnola. Rajoy ha poi detto di avere un «piano B, nel caso prevalesse l’irresponsabilità», un governo di minoranza che passi per il gioco delle astensioni quando, dalla seconda votazione, basterà la maggioranza semplice. La Camera – la sola che vota la fiducia e al solo premier, che presenta autonomamente al capo dello stato i suoi ministri – ha 350 seggi. I numeri portano a Pedro Sánchez. È lui ad avere ancora le chiavi del governo in mano. E qui le cose si complicano, perché il Psoe ha ribadito che non appoggerà il Pp, «né attivamente, né passivamente», che tradotto vuol dire: niente astensione, voto contrario. Sánchez ha affidato il messaggio ai suoi dirigenti, Rajoy ha in mano il pallino e non tocca al Psoe dire cosa farà.

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Rajoy attorno al quale continuano a esplodere scandali, l’ultimo nel Pp di Maiorca, capitale delle Baleari, dove le indagini su una rete criminale nel corpo della polizia municipale – con estorsioni, ricatti, pestaggi, droga e sfruttamento della prostituzione – sono arrivate fino al presidente del partito, con dimissioni in massa imposte da Madrid nel tentativo di mettere il silenziatore allo scandalo alla vigilia delle consultazioni per il governo. Poi ci sono gli sviluppi della cosiddetta «Operazione Catalogna», l’incredibile vicenda della creazione di dossier contro politici della regione, orchestrata dal ministro degli Interni, Jorge Fernández Díaz, col direttore dell’Agenzia anticorruzione catalana, Daniel de Alfonso. Vicenda venuta alla luce con l’invio a un quotidiano on-line di registrazioni ambientali delle imbarazzanti conversazioni tra i due, provenienti probabilmente dagli stessi apparati di sicurezza. Il ministro degli Interni è uomo vicinissimo a Rajoy, l’uso della polizia contro gli avversari politici è evidentemente un fatto grave e il suo aleggiare in questi momenti delicati non facilita certo le cose. Malgrado la forza data dal risultato elettorale, che ha tacitato le opposizioni interne, il principale ostacolo per Rajoy sul cammino verso il governo è se stesso. Nessuno vuole governare con lui. La sua figura rappresenta gli scandali di corruzione, l’immobilità, e molti vorrebbero si facesse da parte, almeno per salvare la speranza che il Pp possa tornare a guidare il governo, con una figura nuova o meno compromessa.

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Pedro Sánchez è il cavallo di coppe. Leva in alto il calice ma la sua non è stata una vittoria ma un enorme sospiro di sollievo. Il Psoe non ha subito l’onta del sorpasso ma tocca il più basso risultato della sua storia e questo scatena la storica propensione alla lotta settaria dei socialisti. Inoltre, come fanno sapere anche dall’entourage del segretario, le pressioni nazionali e internazionali sono fortissime. A Bruxelles vogliono meno problemi possibili. Con la Brexit e l’annullamento del ballottaggio austriaco si capisce bene come l’incertezza a Madrid sia vista molto male.

I problemi maggiori per Sánchez vengono dal Psoe. Già all’indomani del voto le divisioni interne ai socialisti si sono manifestate. L’andalusa Susana Díaz è ripartita all’offensiva. «Pedro si è impegnato al massimo, ha fatto quello che credeva giusto per il Psoe. Non si votava in Andalusia ma in Spagna, non si votava per Susana Díaz», ma per Sánchez, è la conclusione non detta; e «il Psoe deve presidiare l’opposizione». Sono i primi fuochi del già rimandato 39° Congresso che si terrà dopo la formazione del governo, ma è una posizione che ora fa comodo al segretario perché gli consente di consolidare il no al governo col Pp, che è il suo bastione fondamentale. La sua sopravvivenza politica è legata, infatti, alla formazione di un governo a sua guida, unico argine all’offensiva interna e alla perdita della segreteria. Se Sánchez resiste, a Rajoy non resta nessun «Piano B». Popolari e C’s hanno 169 seggi, Cc uno, coi cinque del Partido nacionalista vasco (Pnv) – i contatti vanno avanti dallo scorso voto – e, scartando una fronda nel Psoe, arriverebbero a 175 voti. Gli altri partiti voterebbero no e il Parlamento si spaccherebbe esattamente a metà: addio Mariano Rajoy.

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Toccherebbe allora a Sánchez ricevere l’incarico dal re. Prima di trincerarsi nel silenzio rotto solo venerdì nel Comitato federale del partito, ha rimproverato a Pablo Igesias, ma anche a Albert Rivera, di aver seppellito sotto i veti incrociati l’accordo che aveva proposto quattro mesi fa. Un opzione fallita una volta e, dopo che arancioni e viola hanno ribadito in ogni modo la loro irriducibilità, apparentemente improponibile. Eppure, forse l’unica chance per Sánchez, il che la rende un’ipotesi non scartabile del tutto. Del resto, le cose possono apparire diverse a molti sotto la diversa luce della sconfitta elettorale dei due «partiti nuovi». E il fallimento reciproco, seppur su sponde diverse, della speranza di «farla finita con la corruzione», carattere costitutivo sia dei viola di Podemos che degli arancioni di Ciudadanos, sotto la spinta del movimento del 15M, degli Indignados della Puerta del Sol, senza i quali non sarebbero mai nati. Qualcosa, allora, sembra muoversi, «dal basso e a sinistra». Nel suo ultimo editoriale, intitolato «Perché dobbiamo rassegnarci a un governo dei corrotti?» la rivista on-line Contexto, diretta dall’ex corrispondente a Roma de El PaísMiguel Mora, si rivolge ai tre partiti.

«Di cos’altro hanno bisogno Psoe, Podemos e Ciudadanos per fare un passo avanti?» , chiede dopo aver messo in fila alcune questioni – i numeri della crisi sociale, la crisi di fiducia nelle istituzioni e nella democrazia, la singolarità europea rappresentata dall’iper-corruzione nel partito di maggioranza, l’uso ripetuto di apparati dello stato contro gli avversari politici, la possibilità che si apra almeno un dibattito sulla riforma federale dello stato. Un’iniziativa tanto più interessante perché viene da chi ha contrastato la scelta di Sánchez la scorsa volta. Se è un primo passo verso Podemos della sinistra critica d’opinione – che in Spagna se è conquistata e conserva una sua credibilità -, lo vedremo.

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Venerdì e sabato, dunque, si è tenuto il Comitato federale del Psoe, massimo organo di governo del partito tra i congressi, e nell’occasione gli oppositori interni hanno manovrato allo scoperto. Il Psoe è unito solo nel no a un governo Rajoy. Nel discorso introduttivo del segretario, l’unico ritrasmesso pubblicamente e il primo intervento dopo tredici giorni di silenzio, il bersaglio principale è stato Podemos; la conservazione dell’egemonia a sinistra, il mancato sorpasso, è stata esaltata, mentre del risultato si è limitato a dire che lo lasciava «insoddisfatto». Sánchez ha ingiunto a Rajoy di mettersi a lavorare, «perché ci sia un’opposizione deve esserci un governo», ha detto aggiungendo «il signor Rajoy si accordi con gli affini e non conti sui socialisti», perché il voto dei deputati sarà «no alla grande coalizione, no ad appoggiare un governo dall’esterno, no ad appoggiare l’investitura di Mariano Rajoy».

 La posta in gioco nel Psoe è la segreteria. La conferma dell’intenzione di Sánchez di volersi ricandidare ha fatto infuriare le opposizioni interne. Per non parlare dell’idea di provare a formare un governo in caso di fallimento, il che lo blinderebbe alla guida del partito, qualificata come «assurda». L’attacco al segretario giungerà fino alla creazione di una fronda di deputati pronti ad astenersi per consentire il varo di un governo Rajoy? Per ora è difficile dirlo, è quello che alcune dichiarazioni di dirigenti coperti dall’anonimato suggeriscono, anche per vedere l’effetto che fa. Non bello, se altri parlano di «suicidio politico» del Psoe che favorisse coi suoi voti un governo Rajoy. Così Miquel Iceta, il segretario dei socialisti catalani, ha articolato la questione: «In politica quello che bisogna fare è rispettare le tappe. Ora spetta a Rajoy, se non riuscisse toccherà al Psoe parlare con le altre forza e fare una proposta, come accordarsi per l’astensione di diversi gruppi, condividere un’agenda legislativa o tornare a parlare con Rajoy. In politica non c’è mai una sola alternativa». Iceta tiene dentro tutto, rendere più digeribile un’astensione che consenta ai popolari di fare un governo, condividendone la responsabilità tra diversi gruppi parlamentari, come pure un esecutivo Sánchez. E intanto invita Rajoy a dire subito che non riproporrà il ministro dell’Interno, Jorge Fernández Díaz, facendo un gesto di «igiene democratica».

 Come si vede, pur nel tramonto del bipartitismo, a dettare il gioco sono il cavaliere di denari e quello di coppe – con in comune anche il problema che gli avversari peggiori, palesi e occulti, ciascuno ha nel suo campo. E il cavallo di spade e quello di bastoni, cosa fanno? Per ora, si leccano le ferite della seconda, amara, giostra. Iglesias e Rivera si trovano a giocare di rimessa, a capire dove e come si è perduto, a rinforzare le posizioni e sperare che dalle mosse dei campioni discenda per loro un ruolo nuovamente da giocare. Così Podemos riflette su di sé cercando i perché dello scarso risultato – le difficoltà a «trasformare i gruppi in esercito regolare», secondo la metafora di Iglesias, ma pure il dover «imparare a stare nelle istituzioni» – mentre Rivera cambia per l’ennesima volta posizione – partecipare o no a un governo con Pp e Psoe, mai con Rajoy ma mai c’è stato un veto – dedicandosi forse troppo poco a riflettere su un partito che ancora non c’è.

E intanto, è venuto di lontano un altro sovrano, di un regno ben potente, e moro, per di più, di nome Obama. Una visita che è diventata lampo, visti i fatti che accadevano da lui. Dopo re Felipe VI e il cavaliere di denari, ha avuto solo pochi minuti da dedicare a ognuno degli altri contendenti, ricevuti nel campo militare di Torrejón, dove ha di stanza le sue truppe nel paese amico. Cinque minuti a testa per Sánchez, Rivera e Iglesias, che hanno portato omaggi al re straniero, e ricevuto le sue parole di congedo, confortanti alle loro orecchie: «La natura delle nostre relazioni e i legami tra Spagna e Stati uniti, non dipendono dal partito che occupa il potere».

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Ettore Siniscalchi

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