D’Alema, il duellante su misura per Renzi

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GUIDO MOLTEDO
Il punto di forza più evidente, in Matteo Renzi, continua a essere la debolezza del fronte che gli è avverso, visibile sia nella quotidianità della sua lotta politica, slegata da un disegno strategico un minimo unitario che non sia l’eliminazione di Renzi, sia, sul terreno referendario, nella frammentazione del fronte del no.

Anche per ammissione – off the record – di diversi esponenti del fronte del no, la mancanza di una faccia, di un leader, che possa “fare sintesi” e contrapporsi a Matteo Renzi, rende più difficile la crescita di un consenso largo intorno alle ragioni del no, molte delle quali complesse e non riducibili a pillole, e dunque non facili da far arrivare al grande pubblico attraverso il sistema mediatico. Mentre, su questo terreno, la semplicità del messaggio del sì (meno parlamentari, meno poltrone) e la sua riconducibilità alla leadership di Renzi fa più facilmente breccia, e lo farà ancor di più nello scorcio finale della competizione, la fase più accesa, la più diretta.

È chiaro che questa asimmetria ha prodotto l’effetto, di cui si è molto parlato, di un referendum non più incentrato sul merito del quesito proposto ma su Renzi.
Sarebbe stata comunque evitabile una simile personalizzazione? Sarebbe stato davvero possibile rendere anodino il referendum e non caricarlo di significati e conseguenze politiche?

La storia dei referendum in Italia è un susseguirsi di consultazioni tutte estremamente politicizzate e tutte estremamente incentrare su una figura principale. Ma anche all’estero non è forse così?
Renzi ha calcato la mano su questo, si è giocato consapevolmente la carta della personalizzazione dello scontro. Negli ultimi tempi le cronache raccontano però di un Renzi pronto a depotenziare il referendum e a ricondurlo il più possibile nell’alveo di un confronto “di merito”.
Non è vero.
È vero il contrario.

Intanto, nel campo renziano si assiste a uno spostamento tattico, che, se confermato nei prossimi giorni, potrebbe assumere valenza strategica. Esso è motivato da una domanda: c’è un’opzione migliore che un referendum incentrato sulla sua politica e sulla sua leadership? C’è. È una competizione con un altro leader che incarni, rappresenti, racconti e sintetizzi lo schieramento avversario. E chi meglio di Massimo D’Alema?

Le critiche di D’Alema, sempre più frequenti, sempre più esplicite, Renzi le ha trattate con sufficienza e con malcelata irritazione, e, da presidente del consiglio, non ha mai cercato di finire personalmente nel gorgo della polemica né, tanto meno, ha mai aperto lui lo scontro. La sua cerchia può aver alimentato voci maliziose sul conto di D’Alema, ma il premier si è sempre tenuto alla larga dalla polemica diretta. In questi giorni si assiste a un cambiamento evidente del registro comunicativo, come ci fosse una nuova strategia narrativa.

Renzi si è scelto il nemico ideale per “raccontare” lui il fronte avversario, condensandolo nella figura di Massimo D’Alema. La bordata a freddo sulla vicenda Telecom ne è il segnale. Dopo averlo messo nella lista dei rottamati, ora gli restituisce un ruolo, il ruolo del capo dello schieramento avverso.

La vanità di D’Alema è tale che si sta prestando molto volentieri a questa parte assegnatagli dal “nemico”. Sarà interessante, se ci saranno ulteriori sviluppi nella tenzone, vedere l’effetto che la leadership di D’Alema decisa da Renzi avrà sul frastagliato fronte antirenziano, coeso solo, appunto, dalla comune antipatia per il presidente del consiglio.

Nel Pd un ritorno in prima linea di D’Alema renderebbe più evidente quel che succede nel partito e e in particolare nella sua opposizione interna, renderebbe più nitida la posta in gioco messa sul tavolo dall’avvento della leadership di Renzi. Nel campo più largo, oltre il Pd, sarebbe più visibile la dislocazione dei poteri che ruotano intorno al vecchio regime (D’Alema) e al nuovo regime (Renzi).

I 5 stelle potrebbero avvantaggiarsene? Certo, tutto ciò che è conflitto nel perimetro del centrosinistra porta acqua al loro mulino. Però anche loro dovranno dire come voteranno al referendum. E se i due poli, nella narrativa prevalente, saranno incarnati da Renzi e da D’Alema, che faranno?

guido

@GuidoMoltedo

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