Matacena &Co. Tanti saluti da Dubai

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What’s On Dubai, Dubai Marina, (http://www.antoinecorbineau.com/)

GIORGIO FRASCA POLARA
Torniamo per la seconda volta sulla inquietante questione del rinvio dell’approvazione da parte del governo del trattato sulla cooperazione giudiziaria tra Italia ed Emirati Arabi. Senza questo trattato continueranno a restare liberi, a Dubai, alcuni pregiudicati italiani, tra cui l’ex deputato berlusconiano e potente armatore Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per mafia; l’ex amministratore delegato di Eutelia (telefonia) Samuele Landi, inseguito da due ordini di arresto e da due condanne non definitive; il costruttore fallito Andrea Nucera cui sono attribuiti legami con la cosca della ‘ndrangheta di Carmelo Gullace. Senza contare un’altra circostanza: gli Emirati sono al centro di grandi operazioni di riciclaggio di danaro sporco proveniente dall’Italia.

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La bozza (il cosiddetto pre-trattato) è stata firmata il 15 settembre dell’anno scorso dal ministro della Giustizia Andrea Orlando e dal suo omologo Sultan Bin Saed Al Badi. Dopo avere ottenuto il via libera dagli altri ministeri interessati, era stato messo all’ordine del giorno della riunione del Consiglio dei ministri del 3 marzo 2016: “Approvazione del disegno di legge di ratifica del trattato di estradizione e di mutua assistenza giudiziaria tra Italia ed Emirati Arabi Uniti”. Improvvisamente, quel giorno, il ddl sul trattato non è stato approvato, ciò che ne avrebbe consentito la trasmissione alle commissioni parlamentari e quindi alle assemblee di Camera e Senato. La giustificazione del rinvio: necessari alcuni approfondimenti, di cui per la verità il ministro Orlando non aveva avvertito alcuna necessità. Quindi sono altri suoi colleghi che hanno messo il bastone tra le ruote. E siccome questi “approfondimenti” continuano da quasi cinque mesi e non c’è notizia della loro conclusione, è lecito porsi alcuni interrogativi:

Chi e che cosa ha provocato il rinvio? In che cosa consiste il merito in contestazione da cui la presunta necessità di ulteriori valutazioni? Quali valutazioni si devono fare?
Quali sono dunque gli ostacoli, e di quale natura, all’approvazione del trattato? E perché non sono state rese note le ragioni dell’impasse?
Si tratta di proteggere un pugno di latitanti, o sono in ballo altri interessi, come il nostro export con gli Emirati? (Ricordiamo che Dubai è il principale mercato di sbocco delle esportazioni italiane in Medio Oriente e Africa, tant’è che il nostro è, tra i paesi Ue, il secondo esportatore dopo la Germania e prima della Francia.)

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Diciamola tutta: circola con insistenza l’indiscrezione che i più interessati alla decisione del governo e alla ratifica del trattato da parte del Parlamento siano, legittimamente, i magistrati che hanno in mano i dossier sui latitanti, e le forze di polizia impotenti ad agire di fronte ad una realtà talmente conclamata da essere persino oggetto di pubblicità. Per esempio lo studio legale Tirelli & Partners indica gli Emirati Arabi Uniti tra “gli Stati migliori dove poter fuggire, ovvero Stati senza estradizione per l’Italia”. “Se i nostri problemi – si legge in uno dei siti dello studio, diretto dal penalista e specialista in diritto internazionale Alexandro Tirelli – ci affliggono in maniera esagerata, e magari con l’aggravante di precedenti con la giustizia italiana, ci sono alcuni luoghi migliori di altri”, e tra questi ovviamente Dubai, capitale dei sette emirati che compongono gli EAU.

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Tra i primi a seguire il consiglio è stato Amedeo Matacena, condannato nel 2013 in via definitiva dalla Cassazione a tre anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in conseguenza di quello che la suprema corte avevano definito “il patto intercorso tra il Matacena e la ‘ndrina Rosmini di Reggio Calabria che era in grado di accrescere il potere della cosca reggina”. Per raggiungere Dubai, costui aveva fatto un giro vorticoso: dalla residenza (fiscale) a Montecarlo alle Seychelles, da qui a Beirut e finalmente negli Emirati dove il mandato di cattura internazionale si è tradotto in un breve fermo e poi nella libertà di starsene là indisturbato.

Varrà la pena di ricordare che, per questa fuga, sono sotto processo per complicità, qui in Italia, quattro persone tra cui l’ex ministro Claudio Scajola. Proprio lui che, da responsabile dell’Interno, aveva definito “un rompicoglioni” l’economista Marco Biagi poi trucidato dai terroristi perché proprio Scajola gli aveva tolto la scorta. Proprio lui che aveva sostenuto più tardi che un costruttore (incriminato per questa e altre faccende) gli aveva pagato “a sua insaputa” un lussuoso appartamento di fronte al Colosseo. Perché Scajola immischiato nella fuga di Matacena? Gli si attribuisce un amore folle per la moglie del latitante, Chiara Rizzo, anche lei sotto processo insieme ai due segretari della coppia.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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