Il Mercante “a” Venezia

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Il Ghetto di Venezia © Beit Venezia

SHAUL BASSI
Il 26 luglio 2016, a cinque secoli dal momento in cui il Doge Leonardo Loredan decretava che gli ebrei veneziani andavano concentrati e segregati nell’area periferica dove un tempo erano state le antiche fonderie del rame (il Geto), e a quattro secoli dalla morte di William Shakespeare, Il mercante di Venezia andrà in scena nel Ghetto di Venezia per la prima volta nella storia.

Un luogo e un’opera teatrale; un monumento dell’eredità materiale dell’Europa, e un documento della sua eredità immateriale: cos’hanno in comune questi due “eventi” che un capriccio della storia ha fatto incrociare? E, soprattutto, che senso ha portare in un luogo che ha comportato sofferenza e privazione di libertà per i veri ebrei di Venezia, il più famoso ma fittizio ebreo veneziano, Shylock? Questo progetto è partito proprio dalla consapevolezza che non ci si poteva adagiare su interpretazioni univoche del Ghetto e del Mercante, e che si doveva invece convivere con la loro costitutiva ambivalenza.

Il paradossale elemento comune tra i due è che si è spesso cercato di costringerli entro facili formule morali; il Mercante di Venezia come opera antisemita, oppure come opera filosemita; il Ghetto come quartiere etnico che ha favorito la coesione ebraica, oppure come anticamera dello sterminio nazi-fascista. Mai come in questo caso, forse, vale il citatissimo motto di Walter Benjamin, “Non è mai un documento della cultura senza essere insieme un documento della barbarie”. In questa prospettiva, il Ghetto e Il Mercante rimangono fenomeni antichi ma di urgente attualità. Mai come oggi il mondo è pieno di ghetti; mai come oggi l’incontro, scontro, sfruttamento tra e di culture diverse è all’ordine del giorno.

Facciamo un passo indietro per ricapitolare i fatti essenziali. Intorno al 1378 il letterato Ser Giovanni Fiorentino scrive una novella in cui un ebreo di Mestre presta al cristiano Ansaldo diecimila ducati, esigendo come penale una sua libbra di carne. Quando il debito non viene ripagato, all’ebreo viene sì riconosciuto il diritto di tagliare la libbra, ma né un oncia in più né un’oncia in meno, e senza spillare una goccia di sangue. Sconfitto dialetticamente, l’ebreo perde le sue sostanze, e abbandona adirato la scena, stracciando il contratto. Verso il 1596, in un’Inghilterra che ha da secoli espulso i propri ebrei, Shakespeare legge questa novella e forgia il personaggio di Shylock.

Nel frattempo a Venezia, nel 1516 è stato fondato il Ghetto, luogo che Shakespeare quasi certamente non ha visitato e che non menziona mai nell’opera. Ma nella trama de Il Mercante di Venezia, la casa dell’ebreo e la quotidiana interazione tra ebrei e cristiani presuppongono proprio questo spazio di incontro interno alla città, allora dominante metropoli europea. Shakespeare doveva aver sentito parlare del Ghetto, e fa di Shylock un cittadino veneziano. Proprio in virtù di questo gli è permesso di portare il suo rivale Antonio a processo davanti al Doge, salvo poi incorrere nella inevitabile sconfitta legale, che in Shakespeare (al contrario che nella novella italiana) comporta anche la sua conversione al cristianesimo.

Oggi Ser Giovanni è patrimonio degli specialisti, mentre Shylock è diventato la più potente incarnazione dello stereotipo dell’ebreo la cui esistenza è consustanziale al denaro e alla vendetta, l’opposto della misericordia cristiana. Per raccontare la storia degli ebrei veneziani non si può allora prescindere da Shylock, soprattutto perché in troppi sono ancora persuasi, colti e meno colti, che gli ebrei siano un popolo del denaro e della vendetta.

Shylock gioca però un ruolo importante anche nella storia del filosemitismo, la simpatia e solidarietà per gli ebrei, grazie alla sua celebre perorazione:

Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, un ebreo, organi, membra, sensi, affetti, passione? Non è nutrito dallo stesso cibo, ferito dalle stesse armi, assoggettato alle stesse malattie, curato dagli stessi rimedi, riscaldato e raffreddato dallo stesso inverno e dalla stessa estate, come lo è un cristiano? Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? (Il mercante di Venezia, 3.1.55-59)

Poco importa che questo discorso sia molto ambiguo, che nel corso del tempo agli ebrei sia stato attribuito un corpo mostruoso (ebrei con la coda, ebrei maschi con il ciclo mestruale, ebrei dal naso sproporzionato) e che nei versi seguenti Shylock concluda che ciò che accomuna ebrei e cristiani è il desiderio di vendetta. Poco importa perché questo discorso ha preso vita propria ed è diventato una sorta di manifesto umanitario: siamo tutti eguali nel grado zero della nostra corporeità. E se parlate con un attore o un regista di oggi, nel 99 per cento dei casi vi dirà che “sta dalla parte di Shylock”. Shylock è in conclusione un personaggio ambivalente, mai del tutto riducibile a icona antisemita e mai del tutto riscattabile come essere umano per cui provare simpatia e solidarietà.

Con queste premesse l’Università Ca’Foscari, dialogando con la Comunità Ebraica quale garante della storia e delle tradizioni del Ghetto, si è imbarcata in questa avventura artistica e intellettuale. Il principio guida è stato che questa prima assoluta non potesse prescindere da una produzione originale, pensata e creata appositamente per il doppio anniversario. Fortunato quindi l’incontro con Compagnia de’ Colombari, americana ma con un’anima italiana, a partire dalla sua regista Karin Coonrod, e un cast internazionale che echeggia il cosmopolitismo originario del Ghetto. Fondamentale il lavoro preparatorio svolto dalla compagnia insieme a un gruppo di studenti e studiosi (i migliori del loro campo, senza tema di smentite) alla Fondazione Giorgio Cini nell’estate del 2015 per lo Shylock Project, un’intensa esperienza di ricerca e sperimentazione che ha portato a vivere e studiare insieme Shakespeare e il Ghetto.

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Queste le premesse. Quale sarà il risultato, lo dirà solo lo spettacolo, che andrà in scena dal 26 luglio al 1 agosto (www.themerchantinvenice.org). I tradizionalisti storceranno il naso alla scelta di avere cinque attori diversi (tra cui una donna) nel ruolo di Shylock all’interno della stessa rappresentazione, che avverrà nell’originale inglese shakespeariano ma con molti inserti di varie lingue, tra cui il giudeo-veneziano che si parlava nel Ghetto. Qualcuno ha scritto che si tratta di un’operazione sacrilega, ma ogni rassicurazione sarebbe superflua. Si dovesse trattare solo di un bello spettacolo, incapace di turbare le coscienze, non si farebbe giustizia a un luogo il cui nome è divenuto l’emblema stesso della discriminazione. E non è un caso che accanto all’evento teatrale si terrà anche un fittizio processo d’appello ai personaggi dell’opera presieduto da Ruth Bader Ginsburg, la celebre giudice della corte suprema degli Stati Uniti, campionessa dei diritti civili e umani.

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Ruth Bader Ginsburg

Il Mercante ‘a’ Venezia è uno spettacolo ma anche un gesto simbolico per una città sempre più vetrina e sempre meno fucina di produzione culturale. Cinquecento anni di storia di una minoranza ebraica che ha saputo integrarsi e partecipare attivamente e creativamente alla vita di Venezia ci parlano infatti anche della capacità di reagire alle imposizioni per giungere alla libertà oltre i muri. Un monito particolarmente urgente oggi, nella difficilissima ricerca di un modello di convivenza multiculturale. Con uno sforzo internazionale partecipato il Ghetto può continuare a essere, per la città e per il mondo, luogo spirituale, culturale e artistico, consapevole del suo passato e aperto al futuro.

16 luglio 2016

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Shaul Bassi

Shaul Bassi è professore associato di letteratura inglese all’Università Ca’Foscari Venezia. I suoi interessi di ricerca intrecciano Shakespeare, gli studi postcoloniali e gli studi ebraici. Le sue pubblicazioni includono Shakespeare in Venice. Luoghi, personaggi e incanti di una città che va in scena (con Alberto Toso Fei, Elzeviro 2007/2016), Essere qualcun altro. Ebrei postmoderni e postcoloniali (Cafoscarina 2011) e Shakespeare’s Italy and Italy’s Shakespeare. Place, ‘Race’, and Politics (Palgrave Macmillan 2016). È fondatore del festival internazionale di letteratura di Venezia Incroci di civiltà. È attualmente il direttore di Beit Venezia. Casa della cultura ebraica e il coordinatore del Comitato per i 500 anni del Ghetto di Venezia.

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