Il ventaglio che manda in vacanza la politica

GIORGIO FRASCA POLARA
Ormai è fatta. Il vero segnale delle vacanze delle Camere non è la materiale sospensione dei lavori ma la consegna, da parte dei giornalisti parlamentari, dei tradizionali ventagli ai presidenti della Repubblica, della Camera e del Senato. Delle cerimonie ampio spazio sui giornali e in tv. Ma probabilmente qualcuno chiede come, quando e perché è nata la tradizione della consegna del ventaglio. Ed io son qui a raccontare una storia curiosa che s’intreccia con la vicenda stessa del Parlamento unitario, e in particolare della Camera dove appunto la tradizione è nata, salvo poi ad essere imitata, molti anni dopo, dal Senato in nome del mai troppo biasimato bicameralismo perfetto, ed essere infine estesa anche al capo dello Stato, in seguito ad una curiosa circostanza di cui parleremo appresso, quando l’occasione si presentò, nel ’92.

Il ventaglio a Nilde Iotti, 11 agosto 1983

Il ventaglio a Nilde Iotti, 11 agosto 1983

Ed ecco la storia. Quando dunque, liberata Roma dal dominio papale, la Camera si trasferì da Firenze nella oramai Capitale, si pose il problema della scelta della sede di lavoro dei deputati. Fu laboriosa scelta, e alla fine si decise per quel Palazzo Montecitorio che a lungo aveva ospitato la Curia Innocenziana, cioè la sede laica del potere papale. Ma la struttura originale dell’edificio (un capolavoro ideato dal Bernini, morto però troppo presto per vedere la sua idea pienamente realizzata secondo la sua ingegnosa visione) non era funzionale a ospitare un parlamento: finiva in un cortile, ampio e splendido certo, ma del tutto inutile per le “adunanze” della Camera. Idea: perché non incaricare un tecnico che andava per la maggiore, il torinese ingegner Comotto, di progettare e realizzare in fretta, in quel cortile, un’aula provvisoria in ferro e legno? Con un contorno di bustarelle per appalti e subappalti – la storia in questi casi ama ripetere se stessa, o meglio: come diceva Borges, sono gli epigoni a creare i precursori – nacque dunque l’aula Comotto.

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Aula Comotto

Immaginatevi il freddo polare d’inverno, e il caldo soffocante d’estate. Il freddo fu fronteggiato con una secca e comprensiva disposizione della presidenza: “I Signori Deputati sono autorizzati a sedere in Aula muniti di guanti, cappotto e lobbia”. Per l’estate… Una notiziola apparsa sulla Nazione di Firenze l’8 luglio 1883 riferiva che

Il Presidente della Camera (Giuseppe Zanardelli, esponente della Sinistra e acerrimo nemico del trasformismo giolittiano, ndr), che in questi giorni di afa opprimente sopporta la fatica delle lunghe discussioni sulla legge bancaria (cioè sul nuovo ordinamento imposto dallo scandalo della Banca Romana, ndr), aveva, scherzando, detto a qualcuno dei giornalisti della tribuna stampa: “Voi altri avete almeno un ventaglio che io vedo costantemente agitare!”. Ieri si pensò quindi di offrire all’on. Zanardelli un modesto ventaglietto di carta sul quale avevano apposta la firma tutti i rappresentanti di giornali presenti in tribuna. L’on. Presidente gradì lo scherzo, e rispose con le seguenti parole:

“Ai gentili giornalisti della Tribuna della Stampa. Ringrazio vivamente del ricordo di questi giorni, ultimi della mia presidenza, i collaboratori carissimi della stampa. Lo terrò tra le care memorie. Aff. Zanardelli”.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. L’aula Comotto fu demolita, ripristinata l’originale funzione decorativa del cortile berniniano e, alle spalle del cortile, il maestro del liberty Ernesto Basile realizzò nel primo Novecento il famoso Transatlantico, detto anche il corridoio “dei passi perduti”, e l’emiciclo che tuttora assolve perfettamente alla funzione dei lavori d’aula. Quando ancora non esistevano i climatizzatori, ma almeno c’era l’energia elettrica, per fronteggiare il gran caldo si ricorreva a un ingegnoso meccanismo: solerti operai collocavano colonne di ghiaccio sui lucernari della cupola e nei sotterranei del palazzo, e dall’alto come dal basso potenti ventilatori soffiavano piacevoli correnti d’aria fresca su deputati, funzionari e giornalisti.

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il transatlantico progettato da Ernesto Basile

Ma ancora e sempre, quando siamo agli sgoccioli (di lavoro e di sudore, di questioni di fiducia e di voltagabbana), i giornalisti continuano a regalare – ma non durante la dittatura fascista che addirittura sciolse la loro associazione – il ventaglio ai presidenti di Camera e Senato e, da parecchi lustri, anche al capo dello Stato. Ecco come andò: Oscar Luigi Scalfaro era stato eletto all’inizio dell’estate del 1992 presidente della Camera, succedendo a Nilde Iotti che aveva presieduto l’assemblea per tredici anni, un record. Altro e opposto record quello di Scalfaro: appena un mese dopo la nomina al vertice di Montecitorio, egli fu eletto presidente della Repubblica nella situazione di emergenza democratica determinata dal massacro mafioso di Capaci (la micidiale carica di esplosivo che uccise il giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, tre uomini della scorta: Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo).

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Il presidente Mattarella alla cerimonia del ventaglio, 2015

E che, anche se presidente della Camera solo per un mese, non toccava anche a lui il ventaglio? E ventaglio fu. E siccome cosa fatta capo ha, anche i successori di Scalfaro hanno avuto i loro bei ventagli. Napolitano, anzi, parecchi: i primi da presidente della Camera, poi, per nove volte, da capo dello Stato. Un paio di annotazioni ancora. Sui ventagli non ci sono più le firme dei cronisti. Non solo perché essi non vanno più in tribuna servendosi piuttosto della comoda tv a circuito chiuso: ma anche perché i giornalisti “stanziali” sono ormai più di quattrocento e ci vorrebbe non un ventaglio ma un lenzuolo per raccoglierne le firme. Né si tratta più di “ventaglietti di carta”: prima erano preziosi esemplari del sette-ottocento; poi, quando gli antiquari hanno capito l’antifona facendosi esosi, ci si è rivolti alle Accademie e agli Istituti d’arte. Gli studenti propongono bozzetti, i giornalisti scelgono. E i ventagli, meno costosi ma ancor più simbolici, restano sempre tra le “care memorie” dei presidenti.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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