Convention repubblicana. Dal partito di Lincoln al partito di Trump

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ALESSANDRO CARRERA
Con la sua nomina a candidato repubblicano per la presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump ha già ottenuto un risultato epocale, perfino filosofico. Ha nientemeno che rovesciato il principio esposto da Karl Marx nel suo 18 Brumaio, e da allora passato in proverbio. Vale a dire, che ciò nella storia accade la prima volta come tragedia, la seconda volta si ripete come farsa. Un’eventuale elezione di Donald Trump alla Casa Bianca sarebbe una vera tragedia, per gli Stati Uniti e per l’umanità, eppure per il momento è solo una farsa. Forse è questa la situazione a cui siamo giunti oggi nell’Occidente del mondo: che ogni tragedia avviene per motivi che alla loro radice sono farseschi, e che ogni farsa contiene in germe tutti gli elementi di una tragedia.

Per chi come me vive da trent’anni in America, e che ha passato gli ultimi quindici anni in Texas, lontano dalle barriere mentali erette dai “liberal” delle due coste intorno alle loro ben potette esistenze, la “resistibile ascesa” (per citare Brecht) di Donald Trump non è poi questa gran sorpresa. Ma chi legge le cronache della Convention Repubblicana dall’altra parte dell’Atlantico senza aver vissuto giorno per giorno la terrificante involuzione politica, culturale e antropologica del conservatorismo americano, non può darsi ragione dello sgomento che prende a vedere il palcoscenico del cosiddetto “Partito di Lincoln” invaso da ex testimonial di biancheria intima maschile, golfiste da campionato di provincia e predicatori da osteria. È necessario un paragone cognitivo, un’immagine, un ricordo che possa non proprio spiegare ma almeno dare un’idea di che cosa sta succedendo.

C’era una volta, tra il 1977 e il 1983, una trasmissione televisiva, “Portobello”, presentata da Enzo Tortora. Tra gli inventori straordinari che si presentarono alla trasmissione ce ne fu uno in particolare che fece ridere l’Italia per mesi. Era il tranquillo signore che proponeva di spianare il Passo del Turchino così che le nebbie della Val Padana potessero defluire verso la Liguria e perdersi nel Tirreno. “Quello che voleva spianare il Turchino” divenne giustamente celebre. Oggi il titolo di Idiota Nazionale si può assegnare con una certa frequenza, allora era più raro. Che cosa c’entra con Donald Trump? È presto detto. Immaginiamo che durante una campagna elettorale italiana il candidato di un rispettabile partito d’opposizione proponga di spianare finalmente il passo del Turchino, questa enorme piaga che affligge la nazione, e senza intaccare il bilancio dello stato, perché le spese di rimozione della montagna verranno sostenute dalla Corsica. Immaginiamo, anche, che questa proposta trovi un quaranta per cento di italiani assolutamente entusiasti. Nessuno di loro si chiede quanto costerà, quanta gente dovrà esservi impiegata, quanti anni ci vorranno. Soprattutto, nessuno si chiede se la Corsica sia disposta a pagare e come si farà a costringerla se si rifiuta.

Ora, questo e ciò che è successo ai repubblicani nel momento in cui Donald Trump ha annunciato, mesi fa, la sua intenzione di costruire un muro di tremila chilometri che separerà gli Stati Uniti dal Messico, e che sarà il Messico stesso a pagare. Un’ondata di gioia li ha attraversati. Depressi e immusoniti com’erano, per nulla entusiasti dei loro mediocri candidati, si sono all’improvviso ritrovati arzilli come gli anziani che vengono portati in gita ai casinò e fatti entrare in saloni dove viene pompato un sovrappiù di ossigeno nell’aria per fargli ritornare le energie e convincerli subliminalmente a perdere tutti i loro risparmi alle macchinette. Il muro! Hai sentito? Costruiremo il muro! Terrà fuori i messicani e lo pagherà il Messico! E perché il Messico dovrebbe pagarlo? Perché Donald Trump andrà dai messicani e gli dirà chiaro e tondo che se non lo pagano loro… Beh, adesso cominci a fare troppe domande. Sei uno di quelli che votano la Clinton, per caso?

Se pensate che io stia esagerando, vi rimando a un articolo di George Saunders del New Yorker che ha seguito discretamente i comizi di Trump, ha cercato di tracciare l’identikit del Trumpista, e ha effettivamente incontrato gente che si aspetta di trovare lavoro alla costruzione del muro. Sono gli stessi che non possono più trovare lavoro per le innumerevoli opere di manutenzione di cui l’America ha bisogno, e i cui progetti vengono regolarmente bocciati dai repubblicani. Ma il muro, il muro! Non è mica come ristrutturare una scuola o gli argini di un fiume. Il muro è un sogno, e nella fervida fantasia dei Trumpistas è già alto fino al cielo.

A Gilbert Gottfried, uno dei più caustici comici americani, hanno chiesto che cosa pensa di Trump. “È come Hitler senza il calore umano,” ha risposto. Una battuta, d’accordo, ma è vero che Trump non ha né calore né freddezza, è un perfetto guscio vuoto, un relais che scatta al primo variare del diagramma mentale delle sue folle adoranti, e il cui segreto è uno solo: spararle più grosse che si può, ma così tante e così in fretta da non lasciar tempo all’interlocutore di organizzare la benché minima risposta. Parlando ai minatori di carbone del Kentucky, Trump ha promesso che farà riaprire le miniere, che tutti i minatori oggi disoccupati riavranno il loro lavoro, che il piano diabolico di Obama di cancellare l’industria del carbone fallirà. Lo sanno tutti che l’industria del carbone è condannata, per l’alto tasso di inquinamento e per i costi. Lo sanno anche gli ex minatori. E lo sa anche Trump. Alla fine del suo discorso, ha sorriso e ha detto: “Siete contenti? Era questo che volevate sentirvi dire, no?”

Hanno chiesto, sempre a Gilbert Gottfried, quale altro leader conservatore avrebbe potuto prendere il posto di Donald Trump. “Eh, è un peccato che Osama bin Laden non ci sia più,” ha risposto Gilbert. “Perché se ci fosse stato lui a dire ‘Basta, spacchiamo tutto, distruggiamo l’America!’ certo avrebbe avuto più credibilità. E t’immagini gli yeaahh! di entusiasmo che si sarebbero levati?”

alessandrocarrera11

Alessandro Carrera

L’articolo appare oggi sull’Unità

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