A proposito dell’assemblea di Sinistra italiana. Rompere il recinto

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NUCCIO IOVENE
L’assemblea nazionale di sabato scorso di Sinistra Italiana ha dato forma al dibattito apertosi dopo le recenti elezioni amministrative e lo ha avviato in maniera positiva verso la prospettiva del congresso che dovrebbe dar vita alla nuova formazione politica entro la fine dell’anno. È già utile che a partire da quella discussione altri abbiano cominciato a dire la loro, penso al bell’intervento di Luciana Castellina sul manifesto dei giorni scorsi. La discussione è solo avviata e credo sia utile che essa continui ora in forma sempre più larga e partecipata.

Tutti avvertono infatti una incredibile sproporzione tra l’immensità delle tragedie e la drammaticità delle questioni che il mondo ci pone davanti agli occhi quotidianamente e la nostra discussione di queste settimane. Basti pensare solo agli ultimi giorni che abbiamo alle spalle: il fallito colpo di stato in Turchia e la terribile repressione che ne sta seguendo, l’attentato orribile di Nizza, i dati resi noti dall’Istat sulla povertà in Italia, l’incidente ferroviario di Andria, l’omicidio razzista di Fermo. Mentre avviene tutto questo, dopo le elezioni amministrative, il dibattito partito dentro e attorno a Sinistra Italiana, sul suo presente e sul suo futuro, è stato al contrario tutto auto-centrato rasentando in molti casi toni da resa dei conti. C’è qualcuno che pensa seriamente che questo è quello che serve? O che ci sia chi possa appassionarsi per questo?

Servirebbe un confronto anche serrato, ma libero, aperto sul mondo, sul nostro Paese, per comprenderne la complessità e non fermarsi a contemplarla, e soprattutto per ipotizzare alcune linee politiche di azione da mettere coerentemente in campo. Invece l’impressione è che molti tra noi siano rimasti prigionieri di uno schema di gioco, studiato a tavolino, prima delle elezioni politiche del 2013 e lì siano rimasti inchiodati, quasi ipnotizzati. Anche se la mancata vittoria del centrosinistra e di Italia Bene Comune e tutto quello che è avvenuto dopo (il governo Letta, la scalata di Renzi al PD e poi al Governo, il passaggio dalla teoria alla pratica del Partito della Nazione) ha sconvolto, spazzato via quello schema. Invece che adattare lo schema al cambio di gioco e di campo tra noi c’è chi si illude e si accanisce nel provare a rimettere le cose al posto lì dove ci sarebbe piaciuto che fossero.

Anche perché non è che non ci abbiamo provato ad insistere: cito la Calabria perché è la regione che conosco meglio, ma so che non è l’unica. Lì abbiamo partecipato, consentendole, alle primarie che Renzi neanche voleva. Abbiamo fatto il centrosinistra nelle elezioni regionali anticipate del novembre del 2014 e dato vita ad una lista che ha superato lo sbarramento del quattro per cento ed eletto un proprio rappresentante, contribuendo così in maniera significativa alla vittoria di quello schieramento. Il giorno dopo le elezioni regionali il PD ha dato vita a un monocolore e ha contemporaneamente chiuso le comunicazioni.

Travolto dalle inchieste giudiziarie ha fatto una successiva giunta tecnica senza neanche sognarsi di discutere nel merito con chi si era lealmente battuto al suo fianco e ha risolto la relazione con alcuni dei propri alleati con qualche osso da sottogoverno come neanche la DC si permetteva di fare nei confronti del PRI, del PLI o del PSDI ai tempi della vituperata Prima Repubblica. Senza che nessuno ne chiedesse conto a livello nazionale.

Ora io ho trovato sbagliato aver vissuto, nelle ultime elezioni amministrative, le esperienze di Cagliari e anche di Milano con imbarazzo e non come quanto di meglio noi si sia contribuito a costruire negli ultimi anni, anche perché quelle esperienze sono riuscite a resistere anche allo tsunami renziano che ha abbattuto quasi ovunque il centrosinistra. Così come trovo stupefacente che proprio quando Renzi subisce (dopo ben poco tempo se si guarda bene..) la sua prima vera sconfitta politica nelle ultime amministrative ad andare in tilt sia la nascente Sinistra Italiana che per quella sconfitta si era pure battuta.

Io penso che Renzi non sia un “usurpatore” (come alcuni del PD pensano) arrivato alla guida del suo partito, ma invece sia figlio legittimo della “vocazione maggioritaria” istillata nel dna all’atto di nascita di quel partito e della resistenza al cambiamento di un gruppo dirigente che ha finito poi per essere travolto. È il partito della nazione con Alfano e Verdini ad aver rottamato il centrosinistra.

Il bipolarismo non c’è più, già dal 2013. Ma ad averlo ucciso, a mio parere, è stato il tentativo di introdurre forzatamente il bipartitismo in Italia sulla scia della retorica della semplificazione del panorama politico. Mai più confuso dell’attuale grazie proprio a quella scelta. La torsione dal bipolarismo al bipartitismo, dalla casa delle libertà al Pdl del predellino e dall’Ulivo al PD della vocazione maggioritaria non solo è fallita miseramente (il PdL è stato solo il primo a saltare), ha portato all’omologazione tra le due principali forze protagoniste per cui gli Alfano e i Verdini (e tutto quello che attorno a loro gira) possono indifferentemente essere con l’uno o con l’altro e ha dato fiato e linfa al M5S che oggi, lo si voglia o no, è un soggetto politico con cui non si possono non fare i conti.

La sinistra non può, nei confronti dei cinque stelle, commettere gli stessi errori di analisi e di comprensione (un misto di presunzione e superficialità) che fece agli albori della Lega e di Berlusconi. E deve avere per il presente ed il futuro una iniziativa politica a tutto campo. Non può limitare il proprio ruolo e la propria azione. Non può chiudersi dentro un recinto, per giunta asfittico, e nel quale non si è neanche voluti. Quella che dovremmo portare avanti è una aperta lotta politica nei confronti del PD per produrne un cambio radicale di linea e una sconfitta dell’attuale leadership che della rottura del centrosinistra si è fatta protagonista principe e nei confronti del Movimento 5 Stelle per far emergere ed esplodere tutte le loro contraddizioni (a partire dai temi dell’immigrazione) incalzandoli su quelle tematiche di sinistra che invece sono nel nostro comune sentire. Del resto quando sostenemmo la loro proposta di eleggere Stefano Rodotà presidente della tepubblica, dopo che i 101 killer del PD fecero fuori Prodi, non facemmo esattamente questo?
E la stessa sinistra del PD (anche se da tempo mi pare non si possa per loro usare più il singolare…) non avrebbe esattamente bisogno come il pane di un interlocutore fermo e aperto su cui far leva per la sua battaglia politica interna o progettare un alternativa?

La madre di tutte le battaglie, e per molte ragioni, nell’immediato sarà il referendum sulla riforma costituzionale: innanzitutto per la posta in gioco in se (il combinato disposto tra riforma e legge elettorale è gravissimo), e anche per il carico simbolico e politico affidatogli da Renzi. La campagna per il NO deve essere l’impegno prioritario dei prossimi mesi, l’occasione per una discussione di merito in tutto il Paese e il coinvolgimento di tutte le forze migliori a difesa della democrazia e del pluralismo. Chiamando tutti, a partire dalle sinistre del PD, a superare ambiguità ed a schierarsi apertamente. Ed essendo parte di quanto di buono si muoverà nei prossimi mesi nel Paese. Si è parlato giustamente, solo per fare un esempio, della necessità di una mobilitazione straordinaria in autunno contro il terrorismo e contro tutte le logiche che lo alimentano. Non c’è da inventarsi niente ma di scegliere dove stare e cosa fare. Proprio su questi temi per il prossimo 9 ottobre è già stata convocata la marcia Perugia Assisi: io penso che Sinistra Italia debba essere protagonista di quell’appuntamento facendosi promotrice del suo successo e organizzandone la partecipazione.

Certamente i nostri errori, se siamo a questo punto e a queste percentuali, sono stati e sono ancora tanti. Dopo il 2008 e la sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno questa sparì, prevalse il riflesso condizionato del ritorno ciascuno a casa propria. Solo alcuni, noi tra quelli, ebbero il coraggio di lanciare una nuova sfida e dopo poco, con le regionali e le amministrative del 2010, si riaprì una partita che ebbe il suo culmine con le vittorie alle primarie prima ed alle elezioni poi dei Sindaci “arancioni”. Sel e Nichi Vendola hanno rappresentato in quegli anni la speranza di un rinnovamento profondo della politica e del centrosinistra. Il mancato ricorso alle urne dopo la fine anticipata del governo Berlusconi nel 2011, l’invenzione del governo Monti voluto da Napolitano, la mancanza di coraggio di Bersani fecero chiudere quella stagione e aprirono la strada contemporaneamente a Renzi e Grillo. Ma la forza di Sel è stata paradossalmente la sua debolezza: la precarietà di una formazione politica che, non per caso, al primo cambio di schema perde un terzo dei propri parlamentari appena eletti evidentemente era il tratto prevalente della nostra storia degli ultimi anni.

Quello di cui ci sarebbe bisogno oggi è uno “spirito costituente” di Sinistra Italiana, di un gruppo dirigente, di una squadra più che di un leader, che abbiano cura per la comunità nuova che vogliamo costruire e l’umiltà nel volersi misurare nel vivo della lotta politica che ci attende. Di ridare senso, con comportamenti coerenti, alle parole che pronunciamo come, poco prima di morire, ci ammonì di fare Vittorio Foa. Almeno varrebbe la pena provarci.

nuccio

@NuccioIovene

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