Erdoğan e Putin. Se i “barbari” s’alleano?

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GIUSEPPE ZACCARIA
Alzi la mano chi, appena tre mesi fa, dopo l’abbattimento del Sukhoi Su-24 russo ai confine della Siria e la livida reazione di Mosca, avrebbe mai potuto pensare che fra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan avrebbe mai potuto rinascere un’intesa. Eppure la geopolitica sembra essersi trasformata in un Risiko nel quale equilibri e alleanze si rovesciano in una mossa sola, tanto che oggi vengono a galla due cose: ad avvertire Erdoğan dell’imminente tentativo di “golpe” sarebbero stati i servizi segreti russi, lo riferiscono autorevoli fonti iraniane. E inoltre Mosca e Ankara, dopo le scuse di Erdoğan per la faccenduola del jet, e l’ennesima svolta a U nella politica del Sultano, stanno riscoprendo numerose affinità. E questa volta a dirlo sono fonti moscovite.

Del “pentimento” di Erdoğan e delle scuse rivolte al Cremlino si era parlato qualche settimana fa, poco prima che il tentato colpo di stato in Turchia spostasse l’attenzione su fatti più cruenti, però nessuno allora aveva approfondito gli argomenti con i quali il Sultano aveva tentato di spiegare la condotta della sue forze armate, e a proposito di questo soltanto adesso emerge il fatto che il presidente turco aveva tentato di far passare l’abbattimento del bombardiere russo come gesto di un reparto di piloti infedeli, una banda di complottardi che tramava per distruggere le relazioni russo-turche. E a chi faceva capo questo nucleo di traditori? Manco a dirlo, al mitico Fethullah Gülen, che dal dorato esilio statunitense continuerebbe a tramare contro il regime di Ankara e i suoi rari alleati.

Il dettaglio potrà far sorridere, però dimostra come la lotta fra Erdoğan e il suo ex amico e oggi rivale abbia assunto ormai una portata che supera di molto i confini nazionali. Ma di questo ci sarà modo di parlare: al momento, quel che più importa è che tutta la stampa di Teheran, evidentemente imbeccata dal governo, ha scritto che nel pomeriggio di venerdì 15 luglio i servizi di sicurezza russi hanno comunicato ai turchi di avere intercettato comunicazioni di militari golpisti che nelle ore successive progettavano di dare inizio ad un colpo di stato con l’arresto di Erdoğan ,che era in vacanza a Marmaris. Di qui l’immediato allarme con spostamento del presidente al vicino aeroporto e poi la partenza dell’aereo che sarebbe rimasto a girare sulla Turchia per quasi tre ore.

La notizia, come sempre in questi casi, non trova né può trovare conferme, ma l’autorevolezza e la coralità delle fonti la rende credibile.  Come ancora più credibili appaiono i segni di riavvicinamento fra Mosca e Ankara, che danno origine a un commento ottimistico del Moscow Times. Il fallito “golpe”, scrive il quotidiano moscovita, ed Erdoğan è servito come un “super-voto” di fiducia che cancella i fallimenti precedenti. Adesso lui ha carta bianca per fare ciò che aveva trovato così difficile da realizzare dopo le elezioni del giugno 2015, ovvero la modifica della costituzione per trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale e la pulizia l’apparato statale dai dipendenti infedeli, o semplicemente indesiderati. Ma detto questo, in che modo i cambiamenti in atto influenzeranno la politica estera?

L’esercito turco tradizionalmente era vicino all’Ovest e formava la pietra angolare del kemalismo, ideologia fondante della Turchia di un tempo. Adesso invece la soppressione della rivolta e le sue conseguenze molto probabilmente spingeranno il Paese nella direzione opposta.

Ankara ha già chiesto a Washington di estradare Fethullah Gülen, pur sapendo bene che l’espulsione di una persona che vive in esilio politico viola i principi degli Stati Uniti e dunque la richiesta rischia solo di peggiorare i rapporti già tesi tra i due Paesi. Le autorità stanno parlando di ripristinare la pena di morte come se la cosa fosse già decisa, e questo metterebbe la parole fine alle possibilità della Turchia di aderire all’UE e costringerebbe Ankara a lasciare il Consiglio d’Europa.

Perfino superfluo è parlare di libera circolazione dei cittadini turchi nella UE: Bruxelles aveva promesso di concederla in cambio della cooperazione in materia di migrazione, ma era anche alla disperata ricerca di un modo per non rispettare il patto, e adesso sarà fin troppo felice di annullarlo. Quanto al Medio Oriente, Erdoğan deve avere capito da tempo che quella di puntare sulla rapida caduta del regime del presidente siriano Bashar Assad è stata una scommessa perdente. Oggi Ankara può ritirarsi nell’ombra, almeno per il momento, esprimendo sostegno all’iniziativa Stati Uniti-Russia, in attesa di tempi migliori.

Nel corso degli ultimi cinque anni la Turchia è entrata in conflitto con praticamente tutti i suoi partner principali, e il presidente Erdoğan apparentemente ha realizzato che il suo Paese si stava dirigendo da nessuna parte, questo è ciò che ha spinto i recenti tentativi di riconciliazione con Russia e Israele. Tuttavia, aveva bisogno di un pretesto ancora più forte per districarsi dal vicolo cieco in cui era finito, e il tentativo di “golpe” in questo senso è arrivato come un dono strano, ma molto comodo .Tutto questo, secondo il Moscow Times, torna a sospingere la Turchia verso il suo spazio naturale, ovvero l’ Eurasia

Già nel 2013, quando Erdoğan era primo ministro, aveva suggerito durante un incontro con il presidente Putin che il suo Paese entrasse nella Shanghai Cooperation Organization. A questo punto, nonostante le loro ovvie differenze e antagonismi, Russia e Turchia sono unite da una cosa : sono entrambe grandi potenze collegate storicamente, culturalmente e geograficamente a un’Europa che non le ha mai accettate.

Tutto considerato, il Cremlino ha ragione di essere soddisfatto dello stato attuale delle cose. Anche se Erdoğan guida una risposta dura al tentato colpo di stato, il suo regime resta indebolito e per puntellarlo ha bisogno di partner affidabili che difficilmente può trovare in Occidente.

Ankara e Mosca , inoltre, adesso potrebbero riprendere importanti progetti economici comuni che erano stati sospesi dopo l’abbattimento del jet, anche se le tensioni che circondano il gasdotto denominato Turkish Stream non sono diminuite. Inoltre, restano in piedi i vecchi progetti di potenziamento della centrale nucleare di Akkuyu , affidati a Rosatom.

Insomma, secondo il Moscow Times l’accelerazione degli eventi e la politica Usa-UE hanno fatto in modo che contemporaneamente Russia e Turchia si rifiutino di orientarsi verso l’Europa. Il progetto di integrazione continentale, in altre parole, vive una grave crisi strutturale e con la nuova “Guerra fredda” l’idea di una casa comune europea ha perso significato. Il quotidiano moscovita propone un’immagine suggestiva. “I barbari alle porte sono stati dilaniati a lungo da sentimenti di amore e di odio verso un’Europa che non si è mai mostrata corretta, e oramai i tre quarti dell’umanità sono semplicemente disinteressati a ciò che affligge queste strane persone e le loro grandi ambizioni mai realizzate”. Allora, meglio una grande alleanza fra “barbari”.

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Giuseppe Zaccaria

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